Tecchi e la narrativa del disagio

di Salvatore Battaglia
[da “La Fiera Letteraria”, numero 8, giovedì 23 febbraio 1967]

Conosco Bonaventura Tecchi fin dal suo primo li ­bro Il nome sulla sabbia (del 1924, ma incominciato a scrivere in un campo di pri ­gionia in Germania).

Quelle pagine di Tecchi mi sono rimaste nel cuore. Anche perché esse contengono già le qualità più delicate della sua scrittura, direi allo stato primi ­genio. Soprattutto quella sua emotività contenuta, come rap ­presa, ma sempre in fermen ­to, si direbbe in agguato, e quel ­le sue tante voci ansiose, ap ­prensive, che affiorano da zone d’ombra e di mistero, e che fanno presentire un segreto de ­stino di malinconia, di fatale solitudine. E, insieme, un sen ­so di tenerezza, di abbandono, di rinnovata fiducia nelle co ­se, nella natura, nei paesaggi, nei volti e nei gesti e nei si ­lenzi della gente umile, dei bimbi, dei contadini, dei vec ­chi, delle piante, dei fiori, de ­gli animali, della campagna, an ­che della nebbia, delle albe e dei tramonti della sua terra.

Le radici

Poiché ho letto i libri di Tec ­chi mentre imparavo a cono ­scere l’amico, confesso che non mi è stato mai possibile sepa ­rare nettamente lo scrittore dall’uomo. Ho compreso con più penetrazione i personaggi e gli eventi umani della sua narrativa ritrovandone le radi ­ci originarie nella sua stessa situazione biografica, nel suo temperamento: così espansivo e insieme restio, alacre ma con un fondo di congenita e ance ­strale indolenza; sostanzialmen ­te fiducioso ma con profonde inquietudini e improvvise irri ­tazioni; sensibilissimo e aperto alla confidenza, ma repentina ­mente chiuso, diffidente, quasi scontroso; solidale per antica civiltà e per vocazione, ma con un destino di solitudine e di macerazione.

I suoi personaggi, come il nostro amico, danno l’impres ­sione di sentire il richiamo della realtà con trasporto, con avidità, con impaziente aspet ­tazione; ma poco per volta nel corso dell’esperienza esitano, s’irrigidiscono, ne sentono il rischio come davanti a un’in ­combente inanità. Soprattutto avvertono uno spessore di om ­bra, di mistero, di dramma re ­condito e minaccioso, come chi sa in anticipo di andare in ­contro a un destino che reste ­rà inespresso o incompiuto nel ­la sua finalità più radicale. In un’epoca nevrotica come la no ­stra, così corriva a recrimi ­nazioni e palinodie, e pronta a cospargersi il capo di cenere fino a predicare l’autolesioni ­smo, la narrativa di Bonaven ­tura Tecchi ne individua e re ­gistra con delicata descrizione il sostanziale disagio. Non vor ­rei incorrere nella faciloneria e genericità della formula este ­tica, ma sarei tentato di defini ­re l’opera di Tecchi come la narrativa del disagio.

Nel mondo di Tecchi i con ­ti della vita non tornano quasi mai. La partita del dare e del ­l’avere rimane sempre sbilan ­ciata. Non che l’esperienza sia vissuta in forma precaria; ma i risultati, anche quando si con ­seguono, rivelano lo stento, l’impaccio, la difficoltà del no ­stro vivere e del nostro senti ­re. Alla fine si riceve l’impres ­sione che i personaggi sono, sì, dentro la vita, ma ci stanno come residenti temporanei. Ra ­ramente ne imparano il mec ­canismo. Continuano a essere imprecisi, maldestri, sprovve ­duti. Hanno un bagaglio di af ­fetti leggero, che però l’impe ­gna come un peso assiduo, co ­me una fatica quotidiana. Pur intessendo le maglie della pro ­pria esperienza con perseve ­ranza e ostinazione, senza al ­lentarne mai la presa, essi vi ­vono o si sentono in una con ­dizione d’imminente congedo. Nella loro sensibilità si frap ­pone sempre un velo di fasti ­dio, d’insofferenza, di persi ­stente oppressione, come chi già presagisce un esito man ­cato o mutilato e si è abituato a una febbrile e insieme cau ­ta attesa.

Proprio questo « disagio », che finisce per occupare tutto il campo dell’essere, Bonaven ­tura Tecchi lo ritrova meglio, e allo stato di magma, nell’espe ­rienza femminile. E’ questa la principale ragione che fa pre ­ferire allo scrittore le storie di donne. Anche perché in esse l’imbroglio o groviglio psichi ­co con il relativo logorio mo ­rale a Tecchi risulta più co ­stante e incisivo. Per lo scrit ­tore l’animo femminile è il più esemplare a testimoniare il di ­sagio del vivere. A Tecchi è parso che la sensibilità mulie ­bre sia la più naturalmente idonea a raffigurare questa pro ­spettiva umana dello stento, della difficoltà, della antinomia. E di qui la dovizia e la felici ­tà di ritratti femminili, dai pri ­mi del Vento tra le case (del 1928), specialmente la signori ­na Emilia del racconto La ca ­tena e la Donna nervosa, che pur nella sua sinteticità tanto piacque, e giustamente, a Emi ­lio Cecchi, e poi dall’indimen ­ticabile e per noi paradigmati ­ca Amalia di Tre storie d’amo ­re (del 1931) a La vedova ti ­mida (del 1942), a Valentina Velier (del 1950), che Emilio Cecchi non esitava a qualifica ­re di piccola capolavoro. E se a queste si aggiungono le al ­tre che figurano in tutte le rac ­colte di novelle e nei roman ­zi (specie nei Villatuari e ne ­gli Egoisti), otteniamo forse la più ricca ginecoteca della no ­stra letteratura.

Scontare la vita

Pur nella varietà delle sto ­rie e delle trame, le protagoniste di Bonaventura Tecchi conoscono, se non proprio le stesse relazioni, certamente iti ­nerari psicologici analoghi. Nel ­le trame della loro intimità i! sentimento del « disagio » appa ­re più coerente e più patito, cioè più profondamente spe ­rimentato. Ma soprattutto ma ­nifesta più esplicitamente il suo malessere inesplicabile e fa meglio intravedere il suo nucleo più essenziale e origi ­nario: che è l’istintiva ricerca della propria personale verità umana, quella che si cela se ­greta e misteriosa nelle fibre dell’essere e per la cui assen ­za o inconsapevolezza o con ­tesa ciascuno di noi sconta la vita e l’esperienza nell’insod ­disfazione, nell’incertezza, nel ­l’orgasmo: soprattutto in un perpetuo tentativo, che ora è cimento e ora è puro gioco, una volta è lacerazione dell’ani ­ma e una volta è solo scom ­messa.

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