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LETTERATURA: I MAESTRI: “Berretto dell’asino”

3 Settembre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, sabato 17 gennaio 1970]

Mi spinge a scrivere un sentimento di pena, e non so se si allevierà o no in scherzo.
Novantamila profughi scam ­pati dieci anni fa all’invasio ­ne cinese, come ho appreso con molte altre notizie da un recente chiaro articolo di En ­rico Altavilla, possono maga ­ri sembrar pochi, sui sei mi ­lioni di tibetani; ma, insieme a quell’altro numericamente non vasto stuolo di monaci e di fedeli non riusciti a fug ­gire e che espiano in campi di concentramento la loro re ­nitenza all’abiura, sono tutto il Tibet: l’antico, il sacro Ti ­bet, eletto e consacrato dalla divinità alla sua terrestre ed umana incarnazione nel Da ­lai Lama, uomo e dio, re e sacerdote, vittima e celebrante del sacrificio che la divinità in lui compie di se stessa.

Infatti, nel Dalai Lama s’in ­carna precisamente quell’una fra le innumerabili e miste ­riose personificazioni divine, la quale, col nominativo teo ­logale di Avalokitésvara, è dio di misericordia, dio che ha pietà dell’uomo e del mondo soggetti al tempo e alla morte, al peccato e alle angosciose rinascite espiatorie.

Il concetto, il dogma, la fe ­de che la onnipotenza divina induca la sua personificazione misericordiosa a lasciare l’im ­mortale beatitudine del Nir ­vana, a sacrificarla ed a sa ­crificarsi nella mortale infeli ­cità d’una carne terrestre, so ­no concetto e dogma e fede di pura e assoluta, cioè libe ­ra, religiosità sublime. Per es ­sa il dio di misericordia vive e muore, e rinasce nel Dalai Lama, uomo e dio, per com ­patire e soffrire in lui e con lui l’infermità, il pericolo, il travaglio, il peccato e l’espia ­zione, il tempo e la morte. La misericordia divina così par ­tecipa e soccorre, umanamen ­te e divinamente, all’ascesa mistica ed ascetica dell’uomo verso il Nirvana, da un mi ­stero d’infelicità temporale a un mistero di felicità eterna. Il dio s’incarna per aiutare l’uomo a redimersi, e per re ­dimerlo sacrificandosi.

Ed ho appreso dall’articolo di Altavilla che in tale una fede i profughi dal Tibet, e presumibilmente i perseguita ­ti in Tibet, attingono la forza di una mistica rassegnazione, la quale, unita ad una asiati ­ca capacità di adattamento pratico, sostiene e caratterizza il loro modo di esistere e di sussistere in una ammirevole semplicità di spirito e di vita.

Per altro essa copre ma non tradisce, cela ma soffre una pena, l’angoscia di una spiri ­tuale quanto umana tragedia religiosa.

Infatti, la divinità scende ad incarnarsi in Tibet e non altrove, nel Tibet eletto e pre ­diletto, dove fisiche e umane e storiche condizioni, con la ascetica e monastica teocrazia del Dalai Lama, uomo e dio, monarca e sacerdote, in una forma che non so quant’altre e se altre ce ne sono state così assolute, è rimasta, fino all’in ­vasione recente, spiritualmen ­te e temporalmente disposta ed organizzata a ricevere e a riconoscere la rivelazione del ­la divinità incarnata e reincarnata nel Dalai Lama.

Che l’anima di chi muore ed è sepolto lontano dal sacro paese eletto, debba compiere, anche se matura e perfetta ad ascenderne al Nirvana, un mi ­sterioso e penoso e pericoloso tragitto, è per l’esule tibetano un grave motivo d’ansietà re ­ligiosa, che si fa tragica angoscia mistica, perché in Tibet e soltanto in Tibet, nelle sue impervie montagne e valllate, in riva alle oracolari, fatidiche acque di fiumi e laghi sacri, nei luoghi e negli ogget ­ti del culto e dei riti di pre ­ghiera e contemplazione e ispirazione; soltanto in Tibet il dio reincarnato alla morte del Dalai Lama, nell’infante suo successore, si manifesta in segni e miracoli e ispirazioni che lo fanno riconoscere.

In questo si può ravvisare un aspetto superstizioso, un legame idolatrico del buddi ­smo tibetano: ciò vuol dire che la tragica angoscia religio ­sa, che, morendo il Dalai La ­ma, il dio reincarnato non sia riconosciuto né riconoscibile, si complica di motivi d’ansie ­tà e pena ecclesiastici e pra ­tici, sociali e politici, inerenti, non che all’esilio e alla di ­spersione, alla metodica, mi ­nuziosa quanto accanita eli ­minazione e distruzione e dis ­sacrazione a cui il buddismo in Tibet è sottoposto dagli in ­vasori.

 

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Altri, ce ne furono, d’India e di Mongolia e di Cina, e da ultimo inglesi, ma gli altri, fosse diversità o comunanza di religione, o politica tolle ­ranza, nessuno si diede a « stibetizzare » il Tibet con l’im ­pegno che ci mettono gli odierni occupanti. Questi, coerenti col loro principio di estremistica e estrema intolleranza di ogni religione e religiosità, danno opera a distruggere e estirpare, con procedimenti inquistoriali e persecutorii, tutto quanto ha attinenza con la religione del buddismo tibeta ­no, templi, conventi, monu ­menti, reliquie, e credenze, preghiere, costumi, consuetu ­dini. E siccome in quel paese religione e civiltà sono fra lo ­ro compenetrate fino ad esser tutta una cosa, la distruzione della religione distrugge anche la civiltà; non solo opere d’ar ­te e libri, ma anche la lingua, proibita, poiché si vuole che in Tibet, per arrivare a pen ­sar maoista, si parli intanto cinese.

Ciò può essere ed è incre ­scioso ed esoso al sentir no ­stro umano e alla nostra ci ­viltà umanistica; tanto più esoso e penoso per noi, quan ­to più coerente e logico; ma è, con un termine che nel pas ­sato e nel presente secolo si è caricato e si carica di via via più gravi e più grevi sensi e significati, è storico, irremis ­sibilmente e inesorabilmente storico.

Intanto una specie di fre ­netica pedanteria pedagogica ha suggerita una trovata che può aver del ridicolo, ma specialmente a considerarla distanti tante centinaia di miglia dal Tibet, e a non considerare, invece, quanto poco e sempre meno contino le distanze materiali.

 

 

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La trovata è questa: che le milizie maoiste fermano per via i passanti, e immagino pure che s’introducano nelle dimore, a porre domande sui pensieri di Mao formulati nel famigerato manualetto che accompagna ogni comunista cinese di stretta osservanza. A chi non sa o forse non vuol rispondere, vien messo in capo un cappuccio rosso.

La persecutoria e derisoria finezza cinese può derivare da un dato dell’antica storia  tibetana di tempi di contese politiche e religiose, quando i partitanti delle sette e fazioni opposte si distinguevano dal colore appunto dei cappucci: famosi nella storia tibetana, i « Gialli », seguaci di un grande riformatore religioso e politico del secolo XI; « Rossi », invece, i seguaci di parti conservatrici e tradizionalistiche. Il rosso odierno è perciò irridente, con satiri allusione a quei « Rossi » retrivi; o è il rosso internazionale del socialismo? Il quesito è sottile, ma si sa che i cinesi son gente sottile, e, se mai si potrebbe aggiunge, polemizzando, che la faccenda del berretto fa pensare che tali si serbino anche nonostante l’esercizio a cui li induce la « rivoluzione culturale » del leggere e declamare in continuazione gli aforismi e i precetti del manuale Mao.

Ma siccome l’attuale libretto rosso mette alla berlina i negligenti o renitenti che siano, mi vien di pensare, incresciosamente, che se fossi tibetano in Tibet, avrei da scegliere fra recitare, crederci o no, quel catechismo, e ricevere il berretto o peggio assai. Il quale berretto ricorda il « berretto dell’asino », che si metteva, nelle scuole d’una volta, per castigo, in capo a scolari che non imparavano la lezione.

Scherzo, perché non ho voglia di scherzare: e anche questo caso si dà nella melanconica e lunatica sfera delle contraddizioni nelle quali e delle quali campiamo.


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