di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, sabato 17 gennaio 1970]
Mi spinge a scrivere un sentimento di pena, e non so se si allevierà o no in scherzo.
Novantamila profughi scam pati dieci anni fa all’invasio ne cinese, come ho appreso con molte altre notizie da un recente chiaro articolo di En rico Altavilla, possono maga ri sembrar pochi, sui sei mi lioni di tibetani; ma, insieme a quell’altro numericamente non vasto stuolo di monaci e di fedeli non riusciti a fug gire e che espiano in campi di concentramento la loro re nitenza all’abiura, sono tutto il Tibet: l’antico, il sacro Ti bet, eletto e consacrato dalla divinità alla sua terrestre ed umana incarnazione nel Da lai Lama, uomo e dio, re e sacerdote, vittima e celebrante del sacrificio che la divinità in lui compie di se stessa.
Infatti, nel Dalai Lama s’in carna precisamente quell’una fra le innumerabili e miste riose personificazioni divine, la quale, col nominativo teo logale di Avalokitésvara, è dio di misericordia, dio che ha pietà dell’uomo e del mondo soggetti al tempo e alla morte, al peccato e alle angosciose rinascite espiatorie.
Il concetto, il dogma, la fe de che la onnipotenza divina induca la sua personificazione misericordiosa a lasciare l’im mortale beatitudine del Nir vana, a sacrificarla ed a sa crificarsi nella mortale infeli cità d’una carne terrestre, so no concetto e dogma e fede di pura e assoluta, cioè libe ra, religiosità sublime. Per es sa il dio di misericordia vive e muore, e rinasce nel Dalai Lama, uomo e dio, per com patire e soffrire in lui e con lui l’infermità, il pericolo, il travaglio, il peccato e l’espia zione, il tempo e la morte. La misericordia divina così par tecipa e soccorre, umanamen te e divinamente, all’ascesa mistica ed ascetica dell’uomo verso il Nirvana, da un mi stero d’infelicità temporale a un mistero di felicità eterna. Il dio s’incarna per aiutare l’uomo a redimersi, e per re dimerlo sacrificandosi.
Ed ho appreso dall’articolo di Altavilla che in tale una fede i profughi dal Tibet, e presumibilmente i perseguita ti in Tibet, attingono la forza di una mistica rassegnazione, la quale, unita ad una asiati ca capacità di adattamento pratico, sostiene e caratterizza il loro modo di esistere e di sussistere in una ammirevole semplicità di spirito e di vita.
Per altro essa copre ma non tradisce, cela ma soffre una pena, l’angoscia di una spiri tuale quanto umana tragedia religiosa.
Infatti, la divinità scende ad incarnarsi in Tibet e non altrove, nel Tibet eletto e pre diletto, dove fisiche e umane e storiche condizioni, con la ascetica e monastica teocrazia del Dalai Lama, uomo e dio, monarca e sacerdote, in una forma che non so quant’altre e se altre ce ne sono state così assolute, è rimasta, fino all’in vasione recente, spiritualmen te e temporalmente disposta ed organizzata a ricevere e a riconoscere la rivelazione del la divinità incarnata e reincarnata nel Dalai Lama.
Che l’anima di chi muore ed è sepolto lontano dal sacro paese eletto, debba compiere, anche se matura e perfetta ad ascenderne al Nirvana, un mi sterioso e penoso e pericoloso tragitto, è per l’esule tibetano un grave motivo d’ansietà re ligiosa, che si fa tragica angoscia mistica, perché in Tibet e soltanto in Tibet, nelle sue impervie montagne e valllate, in riva alle oracolari, fatidiche acque di fiumi e laghi sacri, nei luoghi e negli ogget ti del culto e dei riti di pre ghiera e contemplazione e ispirazione; soltanto in Tibet il dio reincarnato alla morte del Dalai Lama, nell’infante suo successore, si manifesta in segni e miracoli e ispirazioni che lo fanno riconoscere.
In questo si può ravvisare un aspetto superstizioso, un legame idolatrico del buddi smo tibetano: ciò vuol dire che la tragica angoscia religio sa, che, morendo il Dalai La ma, il dio reincarnato non sia riconosciuto né riconoscibile, si complica di motivi d’ansie tà e pena ecclesiastici e pra tici, sociali e politici, inerenti, non che all’esilio e alla di spersione, alla metodica, mi nuziosa quanto accanita eli minazione e distruzione e dis sacrazione a cui il buddismo in Tibet è sottoposto dagli in vasori.
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Altri, ce ne furono, d’India e di Mongolia e di Cina, e da ultimo inglesi, ma gli altri, fosse diversità o comunanza di religione, o politica tolle ranza, nessuno si diede a « stibetizzare » il Tibet con l’im pegno che ci mettono gli odierni occupanti. Questi, coerenti col loro principio di estremistica e estrema intolleranza di ogni religione e religiosità, danno opera a distruggere e estirpare, con procedimenti inquistoriali e persecutorii, tutto quanto ha attinenza con la religione del buddismo tibeta no, templi, conventi, monu menti, reliquie, e credenze, preghiere, costumi, consuetu dini. E siccome in quel paese religione e civiltà sono fra lo ro compenetrate fino ad esser tutta una cosa, la distruzione della religione distrugge anche la civiltà; non solo opere d’ar te e libri, ma anche la lingua, proibita, poiché si vuole che in Tibet, per arrivare a pen sar maoista, si parli intanto cinese.
Ciò può essere ed è incre scioso ed esoso al sentir no stro umano e alla nostra ci viltà umanistica; tanto più esoso e penoso per noi, quan to più coerente e logico; ma è, con un termine che nel pas sato e nel presente secolo si è caricato e si carica di via via più gravi e più grevi sensi e significati, è storico, irremis sibilmente e inesorabilmente storico.
Intanto una specie di fre netica pedanteria pedagogica ha suggerita una trovata che può aver del ridicolo, ma specialmente a considerarla distanti tante centinaia di miglia dal Tibet, e a non considerare, invece, quanto poco e sempre meno contino le distanze materiali.
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La trovata è questa: che le milizie maoiste fermano per via i passanti, e immagino pure che s’introducano nelle dimore, a porre domande sui pensieri di Mao formulati nel famigerato manualetto che accompagna ogni comunista cinese di stretta osservanza. A chi non sa o forse non vuol rispondere, vien messo in capo un cappuccio rosso.
La persecutoria e derisoria finezza cinese può derivare da un dato dell’antica storia tibetana di tempi di contese politiche e religiose, quando i partitanti delle sette e fazioni opposte si distinguevano dal colore appunto dei cappucci: famosi nella storia tibetana, i « Gialli », seguaci di un grande riformatore religioso e politico del secolo XI; « Rossi », invece, i seguaci di parti conservatrici e tradizionalistiche. Il rosso odierno è perciò irridente, con satiri allusione a quei « Rossi » retrivi; o è il rosso internazionale del socialismo? Il quesito è sottile, ma si sa che i cinesi son gente sottile, e, se mai si potrebbe aggiunge, polemizzando, che la faccenda del berretto fa pensare che tali si serbino anche nonostante l’esercizio a cui li induce la « rivoluzione culturale » del leggere e declamare in continuazione gli aforismi e i precetti del manuale Mao.
Ma siccome l’attuale libretto rosso mette alla berlina i negligenti o renitenti che siano, mi vien di pensare, incresciosamente, che se fossi tibetano in Tibet, avrei da scegliere fra recitare, crederci o no, quel catechismo, e ricevere il berretto o peggio assai. Il quale berretto ricorda il « berretto dell’asino », che si metteva, nelle scuole d’una volta, per castigo, in capo a scolari che non imparavano la lezione.
Scherzo, perché non ho voglia di scherzare: e anche questo caso si dà nella melanconica e lunatica sfera delle contraddizioni nelle quali e delle quali campiamo.