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LETTERATURA: I MAESTRI: Bibbiena, il figlio ilare del Rinascimento

11 Gennaio 2012

di Vittore Branca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, 5 settembre 1970. √ą il giorno del mio matrimonio. bdm]

Nel meriggio del nostro Rinascimento, fra scrittori e po ¬≠litici di Firenze e di Roma, √® difficile incontrare un perso ¬≠naggio pi√Ļ elegante e avvedu ¬≠to e insieme pi√Ļ cordiale e motteggevole di Bernardo Dovizi, detto il Bibbiena. L’Ariosto, che di corti e di poesia se ne intendeva assai, gi√† proclamava nel suo Orlando (XXVI) che se per i loro sommi artisti erano famose Firenze e Siena, dal solo Bernardo sarebbe sta ¬≠ta resa illustre nei secoli la cittadina casentinese di Bib ¬≠biena. La quale conclude so ¬≠lennemente domani le varie manifestazioni promosse per celebrare il quinto centenario della nascita di questo perso ¬≠naggio veramente emblematico della nostra civilt√† rinascimen ¬≠tale nel suo momento solare e nel pieno della crisi delle li ¬≠bert√† d’Italia. Cancelliere del Magnifico, fedelissimo ai Me ¬≠dici anche nei tristi anni dopo la cacciata da Firenze e nelle corti di Urbino e di Mantova, fattivo promotore dell’elezione di Giovanni de’ Medici a Pon ¬≠tefice col nome di Leone X, Cardinale Ministro di Stato, tanto autorevole da esser sti ¬≠mato ¬ę alter papa ¬Ľ, legato pon ¬≠tificio abilissimo, quando mor√¨ il 9 novembre del 1520 (e si parl√≤ di veleno) risuon√≤ spon ¬≠taneo, nei distici latini del Boccarino Aretino, il lamento ge ¬≠nerale: ¬ęPerduto √® il dolce stil tronca la fede, Le facezie e i bei motti: ora si cambia Il riso in pianto ¬Ľ.

I maggiori e pi√Ļ geniali uo ¬≠mini dei tempo avevano guar ¬≠dato a lui come a un campione di finezza e di eleganza uma ¬≠na. ¬ę Facezioso e discreto ¬Ľ lo esaltava il Machiavelli, che ne ammirava la vis comica; ¬ę de ¬≠licato e gentile e sottile ¬Ľ il Bembo, che amava carteggiare festevolmente con lui: ¬ę veggiamo il vostro aspetto esser gratissimo e piacere ad ognu ¬≠no… tien del virile e pur √® gra ¬≠zioso: di tal sorte voglio che sia l’aspetto del nostro Cortegiano ¬Ľ scriveva il Castiglione lo ¬≠dandone anche l’¬ę acuta pron ¬≠tezza d’ingegno ¬Ľ e presentan ¬≠dolo come raffinato inventore di burle piacevoli. Ma il Bib ¬≠biena commentava umorescamente: ¬ę La grazia e il volto bellissimo penso per certo che in me sia ¬Ľ (e lo pensava anche l’amicissimo Raffaello che lo ritrasse con un sorriso di indo ¬≠mabile acutezza). ¬ę E perci√≤ in ¬≠terviene che tante donne, quante sapete, ardano dell’amor mio: ma della forma del corpo sto io alquanto dubbioso e mas ¬≠simamente per queste mie gam ¬≠be che invero non mi paiono atte come io vorrei ¬Ľ.

Erano infatti ¬ę magre e lun ¬≠ghe assai ¬Ľ: sicch√© quando a Isabella Gonzaga zoppicante egli si offriva ¬ę per bastone soggiungeva: ¬ę e per tal posso ben esser usato, si secco sono ¬Ľ. E con estro caricaturale firma ¬≠va ¬ę El secco ¬Ľ, ¬ę El moccico ¬≠ne ¬Ľ (cio√®, il balordo, il moc ¬≠cioso) le missive agli amici fossero principi o prelati, dame innamorate o artisti illustri. Come ha rivelato la silloge pub ¬≠blicata accuratamente dal Moncallero presso Olschki fra il ’55 e il ’65, sono lettere sciolte e familiari, ilari e argute come le pi√Ļ felici del Machiavelli e del Guicciardini. Tendono spes ¬≠so a risolversi in dialogo o in novella: come quelle tenere e scherzose a Isabella, o quelle compagnevoli e ammiccanti al Castiglione e al Bembo, o quel ¬≠le vogliosamente femminiere punteggiate di vezzosi nomigno ¬≠li (Aurora, Topazio, Cimba, Maggio); e soprattutto quella giocondamente salace sulle ero ¬≠tiche venture del duca di Ca ¬≠labria con la Caterina. IlBib ¬≠biena vi fa campeggiare una figuretta di messaggero d’amo ¬≠re che espone la sua ¬ę commis ¬≠sione ¬Ľ come si trattasse d’un grave affare di stato. E’ forse un’altra caricatura di quel se stesso che per i suoi Medici sa ¬≠peva farsi a volta a volta con ¬≠discendente segretario galante e versuto mediatore politico.

Erano funzioni, queste, con ¬≠naturali al suo fascino fisico e intellettuale, da altissimo charvieur. Ed egli le svolse, da gran signore e da umoroso interme ¬≠diario fra cultura latina e sol ¬≠lecitazioni volgari, anche nella rigogliosa letteratura del tem ¬≠po con quel capolavoro che √® la Calandria, rappresentata per la prima volta a Urbino nel 1513 e poi per centinaia di volte in tutta Europa fino alla smaglian ¬≠te ripresa nel 1966 da parte del ¬≠la compagnia De Lullo-Falk-Valli (√® ristampata ora elegan ¬≠temente da Mardersteig, su ini ¬≠ziativa del Comitato per le ono ¬≠ranze al Bibbiena, in un testo critico esemplare, che rivendi ¬≠ca all’autore il prologo gi√† at ¬≠tribuito al Castiglione, e con un vivace e penetrante saggio dovuti entrambi a Giorgio Padoan, il pi√Ļ vigoroso e rinno ¬≠vatore studioso, oggi, del nostro teatro rinascimentale).

Dopo le povere esperienze latine del Quattrocento, le due prime prove dell’Ariosto sem ¬≠bravano avere avviato risolu ¬≠tamente la commedia in ita ¬≠liano sui binari morti dell’imi ¬≠tazione di Plauto e di Teren ¬≠zio. Il Bibbiena col suo na ¬≠tivo estro novellistico, col suo avvertito gusto per il lato co ¬≠mico della realt√† quotidiana (¬ę l’uomo √® un animal risibi ¬≠le ¬Ľ) interviene con piglio riso ¬≠luto e scanzonato in questa si ¬≠tuazione chiusa. Punta genial ¬≠mente sull’esempio di un altro e pi√Ļ nostro ‚Äėteatro del mon ¬≠do’, di un’altra e vivacissima ‚Äėcommedia dell’uomo’, cio√® sul Decameron. E alla suggestione di questo esempio ubbidiscono subito l’Ariosto stesso, il Ma ¬≠chiavelli, l’Aretino e persino per qualche aspetto il Ruzante.
Non rifiuta naturalmente la tradizione latina: anzi nella Calandria ripensa chiaramente quegli scambi fra gemelli dei Menaechmi plautini, che con tutta probabilit√† aveva ammi ¬≠rato diciottenne nella eccezio ¬≠nale rappresentazione fiorenti ¬≠na introdotta dal Poliziano. Ma rinnova ed anima gli intrighi amorosi, complicati e implicati dai travestimenti uomo-donna del fratello e della sorella bel ¬≠lissimi nati ad un parto, con una verve tutta boccacciana: fin da quell’immortale figura di gonzo cornuto e innamora ¬≠to del protagonista, costruita con un estroso fotomontaggio dei pi√Ļ grandi babbei decameroniani, Ferondo e Arriguccio, Maestro Simone e Calandrino.

Ma come ben rivela il Padoan, il boccaccismo del Bib ¬≠biena non √® solo contenutistico e linguistico. Del Decameron la Calandria ha fatto proprio la tematica delle tre grandi forze che dominano il mondo:la Fortuna che crea le situazioni pi√Ļ impensate e pi√Ļ comica ¬≠mente equivoche, l’Amore ma ¬≠lattia naturale che toglie ogni tranquillit√† e dispensa gioie e tormenti incredibili. L’Ingegno.
A rappresentare questa virt√Ļ suprema √® il servo Fessenio, la figura pi√Ļ dinamica e simpa ¬≠tica, che riflette l’atteggiamen ¬≠to lucido e disincantato del ¬≠l’autore stesso.

Per questa carica autobio ¬≠grafica, filtrata attraverso un aristocratico distacco ironico, nel tessuto beffardo e ridan ¬≠ciano della Calandria scoccano sentenze sottili e pensose, da moralista attivo, quasi da Guic ¬≠ciardini avant lettre (e guicciardiniana √® l’invitta sottigliez ¬≠za del bibbienesco trattatello di diplomazia). ¬ę Chi in questo mondo sempre si sta, ha il vi ¬≠ver morto ¬Ľ; oppure √Ę‚ÄĒ con espressione boccacciana, che proprio il Machiavelli poco dopo fece sua √Ę‚ÄĒ ¬ę egli √® me ¬≠glio fare e pentirsi che starsi e pentirsi ¬Ľ. Non a caso l’amico pi√Ļ congeniale, il Castiglione, fa dire nel Cortegiano al Bib ¬≠biena: ¬ę Avete ancora a sapere che… donde si cavan motti da ridere si posson medesimamente cavare sentenze gravi ¬Ľ.


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