Bibbiena, il figlio ilare del Rinascimento

di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, 5 settembre 1970. È il giorno del mio matrimonio. bdm]

Nel meriggio del nostro Rinascimento, fra scrittori e po ­litici di Firenze e di Roma, è difficile incontrare un perso ­naggio più elegante e avvedu ­to e insieme più cordiale e motteggevole di Bernardo Dovizi, detto il Bibbiena. L’Ariosto, che di corti e di poesia se ne intendeva assai, già proclamava nel suo Orlando (XXVI) che se per i loro sommi artisti erano famose Firenze e Siena, dal solo Bernardo sarebbe sta ­ta resa illustre nei secoli la cittadina casentinese di Bib ­biena. La quale conclude so ­lennemente domani le varie manifestazioni promosse per celebrare il quinto centenario della nascita di questo perso ­naggio veramente emblematico della nostra civiltà rinascimen ­tale nel suo momento solare e nel pieno della crisi delle li ­bertà d’Italia. Cancelliere del Magnifico, fedelissimo ai Me ­dici anche nei tristi anni dopo la cacciata da Firenze e nelle corti di Urbino e di Mantova, fattivo promotore dell’elezione di Giovanni de’ Medici a Pon ­tefice col nome di Leone X, Cardinale Ministro di Stato, tanto autorevole da esser sti ­mato « alter papa », legato pon ­tificio abilissimo, quando morì il 9 novembre del 1520 (e si parlò di veleno) risuonò spon ­taneo, nei distici latini del Boccarino Aretino, il lamento ge ­nerale: «Perduto è il dolce stil tronca la fede, Le facezie e i bei motti: ora si cambia Il riso in pianto ».

I maggiori e più geniali uo ­mini dei tempo avevano guar ­dato a lui come a un campione di finezza e di eleganza uma ­na. « Facezioso e discreto » lo esaltava il Machiavelli, che ne ammirava la vis comica; « de ­licato e gentile e sottile » il Bembo, che amava carteggiare festevolmente con lui: « veggiamo il vostro aspetto esser gratissimo e piacere ad ognu ­no… tien del virile e pur è gra ­zioso: di tal sorte voglio che sia l’aspetto del nostro Cortegiano » scriveva il Castiglione lo ­dandone anche l’« acuta pron ­tezza d’ingegno » e presentan ­dolo come raffinato inventore di burle piacevoli. Ma il Bib ­biena commentava umorescamente: « La grazia e il volto bellissimo penso per certo che in me sia » (e lo pensava anche l’amicissimo Raffaello che lo ritrasse con un sorriso di indo ­mabile acutezza). « E perciò in ­terviene che tante donne, quante sapete, ardano dell’amor mio: ma della forma del corpo sto io alquanto dubbioso e mas ­simamente per queste mie gam ­be che invero non mi paiono atte come io vorrei ».

Erano infatti « magre e lun ­ghe assai »: sicché quando a Isabella Gonzaga zoppicante egli si offriva « per bastone soggiungeva: « e per tal posso ben esser usato, si secco sono ». E con estro caricaturale firma ­va « El secco », « El moccico ­ne » (cioè, il balordo, il moc ­cioso) le missive agli amici fossero principi o prelati, dame innamorate o artisti illustri. Come ha rivelato la silloge pub ­blicata accuratamente dal Moncallero presso Olschki fra il ’55 e il ’65, sono lettere sciolte e familiari, ilari e argute come le più felici del Machiavelli e del Guicciardini. Tendono spes ­so a risolversi in dialogo o in novella: come quelle tenere e scherzose a Isabella, o quelle compagnevoli e ammiccanti al Castiglione e al Bembo, o quel ­le vogliosamente femminiere punteggiate di vezzosi nomigno ­li (Aurora, Topazio, Cimba, Maggio); e soprattutto quella giocondamente salace sulle ero ­tiche venture del duca di Ca ­labria con la Caterina. IlBib ­biena vi fa campeggiare una figuretta di messaggero d’amo ­re che espone la sua « commis ­sione » come si trattasse d’un grave affare di stato. E’ forse un’altra caricatura di quel se stesso che per i suoi Medici sa ­peva farsi a volta a volta con ­discendente segretario galante e versuto mediatore politico.

Erano funzioni, queste, con ­naturali al suo fascino fisico e intellettuale, da altissimo charvieur. Ed egli le svolse, da gran signore e da umoroso interme ­diario fra cultura latina e sol ­lecitazioni volgari, anche nella rigogliosa letteratura del tem ­po con quel capolavoro che è la Calandria, rappresentata per la prima volta a Urbino nel 1513 e poi per centinaia di volte in tutta Europa fino alla smaglian ­te ripresa nel 1966 da parte del ­la compagnia De Lullo-Falk-Valli (è ristampata ora elegan ­temente da Mardersteig, su ini ­ziativa del Comitato per le ono ­ranze al Bibbiena, in un testo critico esemplare, che rivendi ­ca all’autore il prologo già at ­tribuito al Castiglione, e con un vivace e penetrante saggio dovuti entrambi a Giorgio Padoan, il più vigoroso e rinno ­vatore studioso, oggi, del nostro teatro rinascimentale).

Dopo le povere esperienze latine del Quattrocento, le due prime prove dell’Ariosto sem ­bravano avere avviato risolu ­tamente la commedia in ita ­liano sui binari morti dell’imi ­tazione di Plauto e di Teren ­zio. Il Bibbiena col suo na ­tivo estro novellistico, col suo avvertito gusto per il lato co ­mico della realtà quotidiana (« l’uomo è un animal risibi ­le ») interviene con piglio riso ­luto e scanzonato in questa si ­tuazione chiusa. Punta genial ­mente sull’esempio di un altro e più nostro ‘teatro del mon ­do’, di un’altra e vivacissima ‘commedia dell’uomo’, cioè sul Decameron. E alla suggestione di questo esempio ubbidiscono subito l’Ariosto stesso, il Ma ­chiavelli, l’Aretino e persino per qualche aspetto il Ruzante.
Non rifiuta naturalmente la tradizione latina: anzi nella Calandria ripensa chiaramente quegli scambi fra gemelli dei Menaechmi plautini, che con tutta probabilità aveva ammi ­rato diciottenne nella eccezio ­nale rappresentazione fiorenti ­na introdotta dal Poliziano. Ma rinnova ed anima gli intrighi amorosi, complicati e implicati dai travestimenti uomo-donna del fratello e della sorella bel ­lissimi nati ad un parto, con una verve tutta boccacciana: fin da quell’immortale figura di gonzo cornuto e innamora ­to del protagonista, costruita con un estroso fotomontaggio dei più grandi babbei decameroniani, Ferondo e Arriguccio, Maestro Simone e Calandrino.

Ma come ben rivela il Padoan, il boccaccismo del Bib ­biena non è solo contenutistico e linguistico. Del Decameron la Calandria ha fatto proprio la tematica delle tre grandi forze che dominano il mondo:la Fortuna che crea le situazioni più impensate e più comica ­mente equivoche, l’Amore ma ­lattia naturale che toglie ogni tranquillità e dispensa gioie e tormenti incredibili. L’Ingegno.
A rappresentare questa virtù suprema è il servo Fessenio, la figura più dinamica e simpa ­tica, che riflette l’atteggiamen ­to lucido e disincantato del ­l’autore stesso.

Per questa carica autobio ­grafica, filtrata attraverso un aristocratico distacco ironico, nel tessuto beffardo e ridan ­ciano della Calandria scoccano sentenze sottili e pensose, da moralista attivo, quasi da Guic ­ciardini avant lettre (e guicciardiniana è l’invitta sottigliez ­za del bibbienesco trattatello di diplomazia). « Chi in questo mondo sempre si sta, ha il vi ­ver morto »; oppure â— con espressione boccacciana, che proprio il Machiavelli poco dopo fece sua â— « egli è me ­glio fare e pentirsi che starsi e pentirsi ». Non a caso l’amico più congeniale, il Castiglione, fa dire nel Cortegiano al Bib ­biena: « Avete ancora a sapere che… donde si cavan motti da ridere si posson medesimamente cavare sentenze gravi ».

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