Carlo Sgorlon. La poltrona dello scrittore

di Giuliano Gramigna
[da “La fiera letteraria”, numero 29, giovedì, 18 luglio 1968]

CARLO SGORLON
La poltrona
Mondadori, pagine 184, lire 2000.

Il primo dato positivo registrabile per questo libro di Carlo Sgorlon La poltrona, una delle più notevoli « ope ­re prime » comparse nell’annata, è il tour de force di mantenere vivo per oltre centottanta pagine un romanzo che si sviluppa intorno alla deduzione ricorrente di un unico dato iniziale, ri ­petendolo con infinitesimali modifica ­zioni secondo un ritmo maniaco: e il dato iniziale è quello della congenita incapacità del professor Giacomo Cojaniz, 42enne, insegnante in una scuo ­la d’avviamento di Udine, che è il parlante e il narrante del libro, inca ­pacità di condurre a termine qualsiasi cosa abbia intrapreso, congiunta a una sorta di nevrosi della « fuga del tem ­po », per cui gli pare continuamente di sottrarre giorni, ore, minuti, secondi preziosi all’edificazione di una sua grande opera.

Giacché Cojaniz, sbarrato in una ab ­bastanza sordida stanza presa in affit ­to presso una famiglia, più cellula di fiele che di miele rintronata com’è da ­gli strilli, dalle risate da iena. dalle ir ­ruzioni del figlio e delle figlie dell’af ­fittacamere, ha deciso di scrivere un’o ­pera colossale, intitolata « La torre di Babele » una sorta di summa che do ­vrebbe esaurire nonché la letteratura il mondo, « una colossale tragedia del ­lo   spirito, di tutta la civiltà moderna, del regnum hominis, dal Ficino all’in ­formale », « la mia bibbia, la mia ope ­ra grandiosa, il mio libro da mille pa ­gine ». L’ha deciso finalmente dopo aver accumulato per anni e anni qua ­derni fitti di appunti, annotazioni, ab ­bozzi. ma la realizzazione, che viene a coincidere con le vacanze natalizie del professore, inciampa subito in una fit ­ta rete di ostacoli esterni che non so ­no poi altro che la proiezione della in ­sicurezza e della indecisione di fondo dell’autore stesso.

Fuga dalla responsabilità

Il simbolo insieme più vistoso e ridi ­colo di questa impotenza è la poltrona che il narratore vorrebbe costruirsi con le sue mani come condizione indi ­spensabile di comodità e quindi di rendimento nel lavoro letterario, pol ­trona che naturalmente non viene mai condotta a termine ma che interrompe continuamente le altre occupazioni del protagonista con il suo richiamo. Un secondo motivo di deviazione dal lavo ­ro principale è la compilazione delle schede che dovrebbe servire ad agevo ­lare l’opera vera e propria ma che rap ­presenta in realtà una sorta di fuga dalla responsabilità; senza contare poi i disturbi provocati dai tempestosi abi ­tanti dell’appartamento, da due vec ­chie in lotta feroce fra loro per una porta e i mille avvisi, allarmi, fitte, in ­dolenzimenti, geli, vampate di febbre che la nevrosi manda avanti e in ­dietro.

Si potrebbe vedere nella Poltrona una sorta di calcolata trascrizione « in volgare », in modulazione d’epica « bassa », del ricorrente tema di certa narrativa moderna, del romanzo come crisi dello scrivere un romanzo o co ­munque dello scrivere; soltanto che qui la prospettiva viene tutta capovol ­ta e anziché muovere da un creatore nobilmente e aulicamente superior, si spicca da e riconduce a un facitore inferior, una sorta di artigiano velleitario e probabilmente illuso, ficcato in una posizione perfino fisicamente ridi ­cola, confitto in un suo piccolo brago di avversità, a lottare con la penna che non si trova, con le lenzuola che scivolano, con la sega che si rompe, con gli oppressivi vicini. E tuttavia perché non dovrebbero essere anche queste (o forse proprio queste?) le « sofferenze dello scrittore »?

La torre di Babele

La novità e l’interesse del libro di Sgorlon (trentottenne, al suo primo romanzo) stanno nell’avere accolto questo materiale di ascendenza este ­tizzante e averlo ridotto al più basso livello esistenziale possibile e averne usufruito tutto il tragico humour sen ­za passare alla caricatura empia e di ­staccante: ne è derivata così al libro, malgrado la semplicità dello schema, una abbondanza di umori e una stiliz ­zazione che è insieme ben calcolata e naturale.

S’intende che in un libro come que ­sto, fondato sulla ripresa con variazio ­ni di un motivo iniziale, la struttura doveva avere una funzione capitale, rivelatrice. La figura sulla quale opera Sgorlon è ovviamente quella della ri ­petizione ma bisognerà osservare co ­me si dispongono gli elementi all’inter ­no delle varie « repliche »: come, dopo l’inizio del lavoro di stesura alla « Tor ­re di Babele », sopravvengano ogni vol ­ta due interruzioni cui segue poi la de ­cisione capovolgitrice di correre in so ­laio e mettersi a piallare e incollare la poltrona; come le varie cause di inter ­ruzione si scambino o si riproducano da ripetizione a ripetizione, come il ritmo delle sezioni narrative che rico ­minciano ogni volta da capo il calva ­rio del narratore segua il ritmo del giorno e della notte.

Il romanzo pertanto tende anziché a sciogliersi ad aggropparsi ancora di più, proprio come si potrebbe parlare di un groppo, di un groviglio di nervi: denuncia il ritmo che diventa sem ­pre più fitto e sfocia nel massimo del ­l’involuzione del sogno.

A sua volta la nevrosi del narratore è testimoniata non solo dal ricorrere di formule metaforiche che vogliono indicare la grande impresa cui si sen ­te vocato ma che non osa nemmeno pronunciare apertamente (« piantare il palo, passare la porta » ecc.) ma da un particolare impasto linguistico che nel suo monologo straripante mette a profitto battute convenzionali, locuzio ­ni pseudospiritose che ne sottolineano la parte meccanica, ripetitoria ( « alla buona di Dio », « e avanti col brum », « e addio Kira », « fregala in curva »), accanto agli improvvisi squarci di au ­tenticità espressiva. Insomma: ecco un’opera prima singolarmente natura ­le e calcolata allo stesso tempo di tipo non realistico ma allucinatorio e in Sgorlon un narratore che converrà non perdere d’occhio.

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