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LETTERATURA: I MAESTRI: Caro Moravia scusami

27 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 41, giovedì, 10 ottobre 1968]

Caro Moravia,

scusami se non sono venuto a Zafferana Etnea per la cerimonia dell’assegnazione del Premio Brancati alla quale m’avevi invitato come spettatore. Telegrafai che non potevo per sopraggiunti impegni di lavoro. In realtà ero liberissimo. Solo che alla vigilia della partenza m’ero chiesto: ne vale la pena? che cosa ci vado a fare? Immaginavo già i discor ­si che si sarebbero fatti nel corso degli an ­nunciati dibattiti, sui premi, la contestazione, la crisi della borghesia, della letteratura, del ­le parole. Sono temi d’obbligo. Ognuno, in cuor suo, ne sente la futilità; ma quando si è insieme, il coraggio manca (è l’unione che fa la debolezza) e si ricasca nell’abitudine di ciarlare a vuoto. E naturalmente non manca chi vigila (la letteratura è piena di poliziotti) perché nessuno sfugga.

Non m’ero sbagliato. Leggo i resoconti dei giornali e vedo che, com’era previsto, s’è par ­lato dei premi, della contestazione, della fine della letteratura, della crisi e delle nevrosi della borghesia. Beato te che hai voglia di occuparti di certe astrazioni attribuendo loro una vita, e quasi direi una personalità che son ben lontane dal possedere. Per esempio tu parli della borghesia come di una signora grassa e annoiata, con degli scrupoli che le impediscono di prendere sonno. E di che cosa si rammaricherebbe madame? Di non tratta ­re col dovuto riguardo la cultura, la lettera ­tura e i letterati. Finché si consola istituendo un premio.

Penso, caro Moravia, che tu ti faccia delle illusioni se credi che un borghese, o anche la moglie di un borghese, abbia di simili patemi nei nostri confronti. Credo che qui agisca in ­consapevolmente un vecchio complesso del letterato italiano, in cui si mescolano in parte uguale la presunzione e il servilismo. Nella nostra memoria si agita ancora il fantasma della corte, col signore protettore delle arti e il poeta tenuto in gran riguardo, e non ci ras ­segniamo all’idea che i potenti d’oggi, i bor ­ghesi, non si curino di noi. Siamo tanto pre ­suntuosi che c’immaginiamo che essi si sen ­tano in colpa per la loro distrazione.

Tu parli troppo frequentemente di colpe e di cattiva coscienza, quando si discorre di letteratura. Questa ossessione mi mette in sospetto. Non si darà il caso, scusami se te lo dico, che per un fenomeno di transfert tu at ­tribuisca ad altri, in questo caso alla borghe ­sia, la colpa che senti tu nei confronti della letteratura sulla quale non perdi l’occasione d’infierire, profetizzandole una morte vicina?

Dici che la letteratura muore e come prova porti l’indifferenza della società (il pubblico che non legge) l’assenza di qualche grande mito letterario. Si potrebbe discutere a non finire su questi fatti. Preferisco chiederti se ricordi che cos’era la società e cos’era la let ­teratura quando, più di quarant’anni fa, tu stavi scrivendo « Gli indifferenti ». La società in mezzo alla quale vivevi, almeno topografi ­camente (il quartiere Sebastiani a Roma, vi ­cino alla Villa Borghese) non mi pare che fosse più evoluta, più colta e raffinata di quella contro la quale oggi insorgi con tanta asprezza. Era ignorante, ottusa, volgare (co ­me vedi mi lascio contagiare dalla tua ten ­denza a personalizzare le astrazioni) e per giunta fascista.

Lo so, tu dici che è fascista anche oggi; ma allora lo era in maniera ben più fastidiosa, intollerante e comica. Ricordati in proposito quel tuo famoso zio gerarca di cui ci hai fat ­to ridere tante volte con i tuoi racconti.

E i miti letterari dov’erano? Se ce n’era uno ancora capace di suggestionare l’immagi ­nazione era quello d’annunziano. Una triste situazione. E tuttavia non credo che essa gettasse la benché minima ombra sulla tua fede nella letteratura, su ciò che stavi scri ­vendo. « Gli indifferenti », l’opera certamen ­te più viva e originale della narrativa di que ­gli anni, non ebbero l’accoglienza che merita ­vano. Dovesti pubblicarli a tue spese se non sbaglio. E la critica ufficiale storse il naso. Eri, per i letterati, uno scrittore fuori regola, che andava contropelo. Questa resistenza, questo isolamento, non ti scoraggiarono. Continuasti regolarmente a scrivere racconti e romanzi, attraversando, immune, l’ottusità fascista, l’indifferenza borghese, il manieri ­smo dei letterati, il provincialismo della cul ­tura. Perché oggi non hai più questa forza? Di chi hai paura? Di chi la colpa?

Te la prendi con le parole. Poverette! A sentirle trattate con tanto disprezzo, mi fan ­no pensare a quelle donne che, invecchiate, non ricevono che insulti e busse dai loro amanti incapaci di rivedere nelle loro stan ­che fattezze la bellezza di un tempo. Certo, ci vuole molto amore per non lasciarsi depri ­mere e irritare alla vista delle rughe su un viso. Ci vuole un po’ di fantasia per non la ­sciarsi irretire dall’astrattezza, dalla poca credibilità delle parole fatte logore dall’uso.

Ma puoi dire che quarant’anni fa, quando scrivevi « Gli indifferenti » le parole fossero più fresche d’oggi? Penso che allora tu non ti ponessi nemmeno il problema. Basta leggere i tuoi primi libri. Non eccellono davvero per invenzione linguistica. Tu vi usi le parole più ovvie, più trite, nelle forme più conven ­zionali, come un autodidatta che non avendo fatto studi regolari si sente in obbligo verso la grammatica e la sintassi. E tuttavia da quelle parole i personaggi, le facce, i gesti uscivano fuori vivi e reali. Leo, chiunque ab ­bia letto «Gli indifferenti », l’avrà per sempre stampato nella mente, con la sua faccia ben rasata, ben sanguificata, lustra, e il suo torso tozzo e poderoso.

Mi dirai, lo so, che sono passati gli anni, che sono successe molte cose. Non credi che sarebbe più coraggioso e più proficuo chie ­derti che cosa sia successo a te?


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Bart