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LETTERATURA: I MAESTRI: Viva il libro

24 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 13, giovedì, 28 marzo 1968]

Gli italiani leggono poco o non leggono affatto: tutti lo sanno, nessuno se ne meraviglia. Si tratta di una verità entrata ormai a far parte dei luoghi comuni; una verità di natura come il fatto d’essere prevalentemente bruni di capelli e con gli occhi scuri. « La settimana del libro » in corso in questi giorni per iniziativa della Segreteria della Presidenza del Consiglio dovrebbe almeno avere un effetto: quello di farci meditare sul problema.
Vediamo innanzi tutto qualche dato. Si calcola che in Italia si legga, ogni anno, meno di un libro per abitante. Le statistiche parlano dello zero virgola settanta. E’ uno dei più bassi livelli di lettura d’Europa. Dietro di noi ci sono soltanto la Spagna, la Grecia e il Portogallo. Per avere un punto di riferimento diremo che in Germania le statistiche danno quattro libri per abitante. Quando si parla di abitanti ci si riferisce alla popolazione attiva.
Un altro dato. Si calcola che in Italia nel settanta per cento delle famiglie non ci sia un libro. E’ una percentuale spaventosa se si pensa che da molti anni abbiamo cessato di essere un Paese prevalentemente rurale e che ufficialmente l’analfabetismo sta per essere sconfitto.
Ufficialmente, perché in pratica anche per l’analfabetismo c’è qualcosa da precisare. Per le statistiche ufficiali un cittadino non è analfabeta quando ha frequentato le prime classi elementari dove s’insegna a leggere e scrivere. Le statistiche non ci dicono che cosa succede in seguito. Non ci dicono ad esempio che una buona percentuale di questi « alfabeti », finita la scuola, cessa di leggere e di scrivere, e che dopo pochi anni dimentica tutto quello che ha appreso. C’è dunque in Italia un analfabetismo di ritorno per cui si calcola che di fatto la popolazione che non sa né leggere né scrivere ammonti al trenta per cento.
Dopo il 1960, contemporaneamente all’espansione economica si cominciò a parlare anche di « boom » editoriale. Abituati a giudicare la realtà per quello che vediamo nel nostro ristretto ambiente, nel nostro quartiere starei per dire, ci sembrò che gli italiani si fossero gettati avidamente sui libri. Si citavano le alte tirature di certi romanzi di successo; si notava con compiacimento come Io scrittore stesse diventando un personaggio da rotocalco.
Di fatto era successo semplicemente questo: che gli italiani abituati a leggere, questa piccola fetta della nazione (si calcola che non siano più di cinquecentomila) incoraggiata da una situazione economica in sviluppo, aveva accresciuto i suoi consumi. Il professore X che negli anni del dopoguerra acquistava otto libri l’anno ora ne comprava, diciamo, il doppio.
L’area di lettura era rimasta la stessa. Ed è un’area abbiamo detto minima, rappresenta sì e no l’uno per cento dell’intera nazione. Dopo circa dieci anni di espansione editoriale essa non accenna a estendersi in maniera sensibile. I lettori in Italia sono gli stessi di una volta: professori, professoresse sopra tutto, professionisti, studenti universitari e liceali.
Perché gli italiani, anche quelli che ne avrebbero i mezzi, non entrano in libreria? Si calcola, in base alle licenze con ¬cesse, che ce ne siano circa seimila (contro trentacinquemila in Francia); ma di queste solo il dieci per cento è attrezzato in maniera efficiente. Non vogliamo dare la colpa della situazione ai librai, ma è anche vero che, salvo alcune eccezioni, essi non sono preparati a venire incontro a un consumatore esitante come il nostro.
Il libraio italiano, nel migliore dei casi, è un uomo con ambizioni di cultura, che vorrebbe intrattenere dei rapporti amichevoli con una clientela intellettuale. E’ uno che mira a distinguersi dagli altri negozianti, non è un venditore qualunque. Mentre invece oggi, volendo uscire dall’area dei lettori tradizionali (ripetiamo: cinquecentomila su cinquantatré milioni di abitanti), si tratterebbe proprio di assumere i modi e la mentalità (conoscenza del mercato, della produzione, delle tecniche di vendita) che vigono in un supermarket. Il libraio moderno non può star dietro a ogni cliente. Bisogna dunque che la libreria sia attrezzata in maniera che il cliente possa fare da sé.
E in ultimo parliamo degli scrittori. Che cosa fanno per invogliare il pubblico a leggere, per guidarlo, informarlo, istruirlo? Leggiamo le pagine letterarie dei quotidiani, le recensioni dei settimanali. Esse continuano a rivolgersi al pubblico già acquisito alla lettura, come se ignorassero quello potenziale, ben più numeroso, che continua a esserne escluso.
Gli scrittori italiani si lamentano della ristrettezza del loro pubblico; ma poi scrivono come se lo volessero ancora più ridotto. Parlano di mercato, produzione, consumo, fruizione, ma a uso interno, fra di loro, e in fondo con invincibile disgusto. In cuor loro, inconfessata, hanno nostalgia della letteratura di corte. Al punto che a volte, presi da rabbia e da disperazione, dichiarano che la parola scritta è un mezzo di comunicazione ormai superato, che dovrà cedere il passo all’immagine e che in un prossimo avvenire (ottimo servigio reso alla « Settimana della lettura ») non si scriveranno più libri.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart