Carteggio tra Pancrazi e Panzini

di Vittore Branca
[da “La Fiera Letteraria”, numero 20, giovedì 18 maggio 1967]

Il primo incontro con uno degli scrittori a lui più cari e congeniali, con Al ­fredo Panzini, avvenne per Pietro Pancrazi ai tempi del suo noviziato giornalistico e letterario nella Venezia viva e combattiva alla vigilia della grande guerra. (1)

Da poco uscito da quel Li ­ceo Foscarini, dove più di trent’anni prima Panzini era stato allievo timido e melan ­conico, (2) Pancrazi appena ventenne esordiva nella Gaz ­zetta di Venezia di Zuccoli e di Cenzato, di Damerini e di Zorzi. Panzini, scrittore ormai autorevole nella Milano di Treves e delle sue affermate riviste, stava proprio allora superando, a cinquant’anni, il contrasto fra un’ispirazione schiettamente classica (Il li ­bro dei morti, del tempo in cui traduceva Esiodo e Teocri ­to e commentava Virgilio e Ovidio) e una narrativa (La cagna nera, La biscia) di un verismo romantico sul metro dei due Emilio milanesi, il Pra ­ga e il De Marchi. Con Santippe (piccolo romanzo fra l’an ­tico e il moderno) Panzini fin dal titolo cercava un rischio ­so ma risolutivo equilibrio fra i due mondi: fra gli dèi della sua giovinezza che gli avevano insegnato la ricerca del bello-buono e il sacrificio di sé alla legge, e il dubbio e l’ironia interiore che attraver ­so l’osservazione della realtà già avevano roso e corroso quel mondo e avevano reso sottilmente inquieto il suo animo.

A Pancrazi quell’interpreta ­zione moderna e un po’ deca ­dente del filosofo antico piac ­que: perché â— come notava nella Gazzetta dì Venezia (22 VI 1914) â— nella rappresenta ­zione panziniana « sotto un velo cristallino di parole adu ­nate e congiunte da un senso attico dello stile, vedete muo ­versi e formarsi e disfarsi una fonda tristezza per il sa ­piente [Socrate] che deve morire ».

« Grazie del lungo, fine, bellis ­simo scritto su la mia Santip ­pe », gli scriveva Panzini il ’23 giugno. « L’ironia divora se stes ­sa! Benissimo detto. Si può ag ­giungere: l’ironia è praticamen ­te inutile. Ma per chi trova per lo meno inutili novantanove su cento delle azioni ed operazioni umane, si può ben lasciare il ba ­dalucco dell’ironia come solatium infirmorum ».

Già questa prima battuta epistolare sembra impostare uno dei motivi fondamentali, in questi anni, nella corrispon ­denza fra lo scrittore e il suo critico più fedele: cioè il rap ­porto fra letteratura e vita. Era un tema naturale fra due spiriti che si erano avvicinati attraverso la mediazione di Renato Serra (un anno dopo Pancrazi lo commemorava « caduto portando con sé una inquietudine umana che solo la morte ha potuto fermare »: e citava epigraficamente le pa ­role famose dell’Esame: « For ­se il beneficio della guerra, co ­me di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie… » (Gazzetta di Venezia, 13 VIII 1915). (3)

« Non è tempo per le lette ­re… anch’io ho due figlioli sot ­to le armi, di cui uno non troppo lungi da lei » (29 II e 3 III ’16); e poi in una sem ­plice cartolina: «Grazie e il mio cuore è con lei » (28 V ’16) scriveva, quasi rifiutando ogni discorso letterario, Panzini al suo giovane amico, ormai uffi ­ciale al fronte (« 226 ° Fant. 12a Comp. Zona di guerra »): il quale tuttavia nelle procel ­lose esperienze umane e cul ­turali di quegli anni trovava il suo rifugio proprio nella let ­teratura intesa come espres ­sione di misura umana, di ci ­viltà stessa. Fatto rientrare a Bologna e poi a Firenze per ­ché gravemente ferito, mentre ancora era convalescente, sul ­la fine del ’16, Pancrazi inizia ­va quel fervido sodalizio con Papini che doveva mettere ca ­po alla memorabile antologia , Poeti d’oggi (un combattuto sodalizio che già Emilio Cecchi ha illustrato da par suo sul Corriere della Sera). E si rivolgeva subito a Panzini:’

« Illustre Professore, non so proprio s’Ella conservi ancora memoria di me. Dopo un suo sa ­luto â— in una cartolina, a Firen ­ze â— nel maggio, nientemeno!, dell’anno scorso che mi giunse mentre mi caricavo lo zaino per il fronte, mi par di non aver più trovata occasione di farmi vivo. E l’avrei voluto spesso. Ricordo d’avermi appuntato tutto l’itine ­rario per Bellaria, in agosto, a Bologna quando stavo curando la mia ferita di guerra. Quella volta poi non mi riuscì scappa ­re. Dopo, ogni volta che incon ­trassi una conoscenza comune, domandavo di lei. Così a Cecchi, ricordo, a Firenze; e più volte a Papini. E a Missiroli, e a Valo ­ri. Ultimamente giunsi a Roma poche ore dopo una sua confe ­renza su Machiavelli a quel di ­sgraziato Excelsior. Dalla crona ­ca di un giornale romano, crede ­vo che la conferenza fosse fissa ­ta per l’indomani. Trovai inve ­ce, anche quella volta, Papini che mi disse d’averla accompa ­gnata alla stazione da poco. E anche quell’occasione fu persa. Bisogna dunque che mi contenti d’averla amico da lontano. Ma non perderò adesso questa occa ­sione per annoiarla. Con Papini si sarebbe combinato di pubbli ­care quest’anno un’antologia di scrittori contemporanei o mo ­dernissimi se crede: dopo il Pa ­scoli. Qualche cosa come l’anto ­logia dei Poètes d’aujourd’hui, pubblicata da Van Bever e Léautaud nell’edizione del Mercure de France. Si tratterebbe dunque di dare vari brani â— per una ven ­tina di pagine al massimo â— di vari autori, preceduti da una no ­ta biografica che segna la car ­riera letteraria (anno di nasci ­ta â— e poi collaborazione, inse ­gnamento, fortuna â— o sfortu ­na â— nel pubblico e nella criti ­ca); poi un paragrafo di biblio ­grafia; e infine un appunto delle critiche più interessanti sull’au ­tore: libri, saggi, articoli… Dopo tutto quest’apparato, i brani scel ­ti. Con Papini ci siamo intanto divisi il lavoro sul quale verrà poi esercitato un controllo scam ­bievole. Io dovrei intanto, tra l’altro, preparare i brani scelti della sua opera. Volendo evita ­re le novelle â— per ragioni so ­prattutto di spazio â— penso di scegliere dalla Lanterna, da San ­tippe, dal Romanzo della guer ­ra, e dal Viaggio circolare. Ora desideravo da lei: prima di tut ­to, in linea generale il consen ­so a questa scelta; poi al mo ­mento opportuno un aiuto per ottenere da casa Treves il per ­messo di riproduzione; infine che mi favorisse al più presto qualche appunto per quelle no ­te biografiche che le dicevo; e che mi facesse avere il Viaggio circolare in volume o ma ­gari in prestito in bozze appena possibile essendomi impossibile trovare qui quei numeri della Nuova Antologia.

« Sono in campagna e in con ­valescenza, dopo certi malanni di quest’inverno; e il futuro non è mio perché il 1 ° di luglio torno al mio reggimento. Così non posso perdere neppure que ­sto poco tempo. L’antologia do ­vrebbe uscire in autunno, edita dalla Voce.

« E ora mi dica pure che son seccante e molesto, o magari che ci vuole una bella cotenna per occuparsi di questi ”ozii” a que ­sta svolta di storia. Non potrei risponderle niente: se non che a me, e per quel pochissimo che mi riguarda, disegnando insom ­ma un lavoro, mi pare un poco di ipotecare il futuro e di scen ­derlo dalle inquiete ginocchia di Giove.

« Se ha vicino, come le augu ­ro, quel suo figliuolo che l’anno scorso fu a Roma malato, gli può dire che lo ricorda ancora una sua infermiera (e mia zia): Licina Serlupi, e che avendole io di qui mandato un libro del pa ­dre, mi ha ridomandato del fi ­glio. E scusi anche questa. E mi creda con molti ossequi e saluti, cordialmente, Suo

Pietro Pancrazi

Camucia (Arezzo) 6 V ’17 ».

Ma Panzini tutto turbato e inquieto («nessuno dei nostri scrittori si arrovellò intorno alla guerra come Panzini… », scriverà proprio Pancrazi), ri ­spondeva due giorni dopo una di quelle sue cartoline stipate e concitate:

« Caro Signore, mi pare così strano che ci si possa occupare di letteratura! Io ho due con ­tratti con Treves, ma non vo ­glio che stampi finché dura la guerra. Vorrei possedere l’azione invece del calamaio e la pen ­na, e fare ciò che in una cartoli ­na non si può dire. Ah Papini! È un nobile intelletto, è un grande intelletto, ma non sente odio contro quello che io odio. Pensa per ragione e per logica, sentirò Treves per quello che lei dice nella lettera, ma se ella può tralasciare me, il mio nome, le mie cose, me lo dica: mi pare un atto di vanità. Desidererei farne a meno; Le auguro di guarire bene! Suo Alfredo Panzini. Il Viaggio è inedito, li 8 maggio 1917 ». (Ma poi in Poeti d’oggi Panzini sarà presente con più di una ventina di pagine tratte da La lanterna di Diogene, Viag ­gio di un povero letterato, la Ma ­donna di mamà.

Nonostante queste diversità di temperamento e di sensi ­bilità («Viviamo forse in at ­mosfere diverse. 0 è effetto delle età diverse? », notava Panzini nello stesso periodo in una cartolina), anzi, forse pensando proprio alle reazio ­ni appassionate dello scritto ­re, Pancrazi, dopo il dramma di Caporetto, vorrebbe accan ­to a sé l’« Illustre Professo ­re » quale collaboratore del Nuovo Giornale di Firenze.

« E’ l’organo democratico del ­la Toscana. Nel momento è anche l’esponente delle associazio ­ni patriottiche di resistenza della città. Fu ed è interventista. L’attuale Direttore ci terrebbe molto e… io terrei anche più di lui ad averla qualche volta con noi. Tutto che ci vorrà mandare, sarà accettatissimo » (30 I 1918).

E Panzini sempre ansioso e sulla negativa, seppure non senza una cordialità tutta panziniana:

« Nel momento presente, con molta perturbazione, non posso promettere niente. Abolisca pu ­re l’illustre in questi tempi di economia nei consumi » (4 III 1918).

E due mesi dopo (27 V ’18), scrivendo dall’ufficio della Croce Rossa â— alla quale ave ­va voluto dare la sua opera in quei mesi di rinascita civile e militare â— più risolutamente scopre un’ansia umana che travolge ogni preoccupazione letteraria:

« Caro Signore, io non so con quali parole ringraziarla del suo scritto sul Nuovo Giornale [22 V ’18 Ai critici di Panzini]; e specialmente per avere ella det ­to cose che non furono dette e vorrei che non si potessero dire: cioè la sensazione di dolore che deriva da qualche mio scritto.

«Così tutto quanto io ho scritto non fosse mai esistito, purché non fosse esistita la causa da cui proviene questo effetto d’arte! Sia parliamo d’altro. Il comm. Hoepli le manderà la 3a edizione del mio Dizionario moderno. Vi sono ancora errori e orrori; tut ­tavia credo che sia meritevole di qualche cenno. Mi creda, Suo Al ­fredo Panzini ».

Anche passata la grande bu ­fera della guerra la corrispon ­denza si intreccia sì più cal ­ma e più letteraria, ma sem ­pre mossa e commossa da umori morali e sociali, come era naturale a Panzini, ma an ­che a Pancrazi (che preluden ­do ai suoi Scrittori d’oggi con ­fessava: « La critica dei con ­temporanei, se vuole rispon ­dere all’ufficio suo, senza con ­traddire ai canoni estetici, de ­ve però attingere qualche co ­sa anche da fuori: e qualcosa ritrarre dalle intelligenti ami ­cizie e dall’umore del tempo e del costume »). Ma è soprat ­tutto lo scrittore a esser in questo periodo ansioso e pes ­simista, preoccupato e polemi ­co: perché nella sua busso ­la â— osservava Pancrazi â— « l’ago magnetico avvertì subi ­to la scossa [delle revolvera ­te di Saraievo]: e da allora non ebbe più requie si sposta ogni ora, ogni minuto; anche quando sembra restare fermo e orientato, conserva in sé il tremito di tutti gli spostamen ­ti futuri » (Resto del Carlino, III 1924).

Dopo aver scritto il 6 dicem ­bre del ’19 un articolo sul Car ­lino a proposito del Viaggio di un povero letterato (4) (letto la prima volta in « una brutta camerata di una brutta caser ­ma romana »… (Come una «tra le più belle prose »: lett. del 31 I ’19), Pancrazi riceveva un biglietto irto di bizze panziniane:

« 10 XII ’19. Preg.mo Signore, La ringrazio con grande e senti ­ta gratitudine del suo scritto del 6 u.s. Ella è ben sottile e se mol ­ti sentissero come ella sente, io non sarei un povero letterato e forse nemmeno un letterato po ­vero. Già Ambrosini (5) è un bel ­lissimo ingegno ma ha troppa salute e perciò sente come difet ­to assoluto quello che in me è difetto â— lo so â— ma relativo. Ha visto che edizione indecen ­te? Mi pare di andar fra il pub ­blico con un abito pieno di tur ­pitudini! Ma quei Sigg. editori hanno saputo troppo ben circuir ­mi. Mi creda suo dev.mo Alfre ­do Panzini ».

L’ossessione della donna

I turbamenti di quello che il critico definirà « l’inquieto Panzini » (Secolo 25 V 1922) si accrescono alla pubblicazio ­ne di Io cerco moglie. « Non avendo veduta alcuna recen ­sione suppongo che ella vo ­glia, per cortesia, risparmiar ­mi un’esecuzione. Ella ha fu ­cilato Guido da Verona… » (12 XI ’19) (6). E Pancrazi a re ­plicare con quella schiettezza e quella umiltà di voler anzi ­tutto « capire » che resero così esemplare e decisivo il suo esercizio di critico militante:

« Illustre Professore, Ella ha fatto un giudizio temerario. L’ar ­ticolo su Io cerco moglie è nel cantiere dei miei articoli (da fa ­re) che aspetta l’ora del varo. Se può interessarla e a mostrar ­le il mio buon volere, le dirò che l’ho cominciato e ho strappato il principio tre volte. Come sa, per me non si tratta né di condanna ­re, né di esaltare (non potrei e non saprei) ma più semplicemente di capire. E questa volta capire non mi è più facile. (7) Scusi e abbia pazienza. E segui ­ti a non volermi male. Il suo aff.mo Pietro Pancrazi ». (26 II 1920: l’art. uscirà il 9 III 1920 sul Carlino).

Forse è proprio questo at ­teggiamento, impegnato e pa ­cato al tempo stesso, a solle ­citare gli sfoghi morali-socia ­li dell’« inquieto » Panzini, mentre l’uno dietro l’altro escono Io cerco moglie (1920), Il mondo è rotondo (1921), il Padrone sono me (1922).

« Caro Signor Pancrazi, La rin ­grazio della recensione. Le vor ­rei dire molte cose, ma ciò sarà a voce in Aprile. Lo spostamen ­to sociale sta producendo, anzi ha prodotto, uno spostamento nel mio pensiero. E’ un difetto? A quanto leggo, pare di sì. E co ­sì sia. Quanto al fenomeno don ­na idem. Altro difetto. Se lei ve ­de nella Rassegna Italiana [1920] un mio scritto, in quat ­tro puntate, Il diavolo nella mia libreria (8), troverà anche più forte questa specie di fissazione o difetto. Mi creda affettuosa ­mente Suo A. Panzini.

« E’ morto Tozzi. Povero fi ­gliuolo dopo tanto insistere per la gloria! Roma li 23 III 1920 ».

« Prima di condannare la per ­turbazione che in essi libri tro ­verà per le cose presenti, consi ­deri se per avventura le lettere amene in Italia non siano trop ­po amene per la loro impertur ­babilità » (6 IX 1920).

E naturalmente tornava a toccare il tasto della « donna », che Pancrazi aveva rilevato essere l’« ossessione » di Pan ­zini.

« Roma, li 6 nov. 1920. Caro Pancrazi, grazie di cuore. Sven ­turatamente io scriverò ancora altri libri… perché li ho scritti, e lei vedrà che non sono total ­mente paranoico per la donna. Del resto non ho nulla da dire contro ciò che ho detto su l’al ­tra metà del genere umano. An ­zi converrà dire di più. Veda: anche la guerra mondiale è do ­vuta al ventre della donna, che, se si impregna, fa troppi uomi ­ni; se non si impregna fa… pu ­trefazione sociale. Ci pensi. Ella è critico troppo fine per non su ­perare la letteratura. E per il Diavolo nel Carlino nulla? Salu ­ti affettuosamente Papini. Suo Alfredo Panzini ».

« Lasci la letteratura. E’ il meglio ormai », aveva del re ­sto scritto a Pancrazi â— fa ­cendo coro con gli amici co ­muni Moretti, Baldini, Fratel ­li, Alessi â— in una scherzosa cartolina da Cervia il 20 ago ­sto di quello stesso anno.

L’atteggiamento problemati ­co, in quell’inquieto dopoguer ­ra, in quell’atmosfera di incer ­tezze in cui sonanti erano scoppiate le « conversioni » di vari letterati e soprattutto di Papini (ricordato spesso « af ­fettuosamente » nella corri ­spondenza), aveva del resto, alle volte, persino singolari ri ­sonanze spirituali in un Panzi ­ni che risolutamente rifiutava ormai il suo cliché più accla ­mato.

« In tutti i miei scritti voglio ­no vedere questo odioso Panzini. Il mio libro ultimo [Il mondo è rotondo] è uno sforzo â— non so se riuscito â— di far capire che esiste un problema dell’ani ­ma, cioè di qualcosa che non riempie la panza, ma senza il cui nutrimento l’uomo diventa una bestia, anche se con la mar ­tingala e il profumo un jour viendra » (8 I ’21). « Roma li 25 V ’21). Caro Pancrazi, Lei vuol far fiorire il Melograno [cioè l’antologia panziniana del ’21]. Io la ringrazio. La sua acu ­tezza è mirabile, ma qualche vol ­ta, per effetto di sottigliezza, tra ­passa (9). Quel disgraziato Pan ­zini poi, sembra un bruscolo nel ­l’occhio. Sa, caro Pancrazi, che io ho strane sensazioni? Ma glie ­le dirò a voce. E d’altronde non sono io: è il tempo che mi fa co ­sì: è quest’età folle che dà la follia, (10) e non tutti hanno Gesù Cristo a disposizione come il guanciale che si prende alle stazioni per appoggiare la testa. Le sono gratissimo per ciò che el ­la dice di me in relazione a Car ­ducci. Sì è così proprio. Purtrop ­po! Mondadori le manderà un volume Signorine: lì vedrà che bruscolo diventa il suo aff.mo A. Panzini. Una preghiera: Di chi è la Vispa Teresa? Sono anni che cerco ».

E ancora, dopo l’articolo pancraziano sul Secolo (25 V ’22) a proposito del Padrone sono me: « …Grazie delle ulti ­me parole, in ispecie, e del pagar di persone che ella dice. Ma perché irrequieto o inquie ­to! Caso mai la colpa è del treno pazzo che corre » (27 V ’22).

L’assestamento politico-so ­ciale imposto dal fascismo â— accettato sostanzialmente sep ­pur non servilmente â— calmò da una parte certe inquietudi ­ni in Panzini e dall’altra ne frenò gli sfoghi col critico prediletto restato risolutamente sull’altra sponda. Ma a parte un richiamo delicato di Pancrazi a Panzini negli ulti ­mi mesi di giornalismo libero (« Perché non scrive un po’ più spesso su Carlino? La vecchia compagnia s’è quasi sciolta… », 4 IV ’24) ci sono ancora e spesso nel carteggio ormai volutamente « lettera ­rio » (anche nella parte ri ­guardante la collaborazione a Le più belle pagine del Tre ­ves dirette da Ojetti e Pan ­crazi) allusioni e umori che muovendo dalla letteratura puntano alla vita: ad esempio le carducciane reazioni contro i « pazzi dell’estetica », contro la riforma della scuola e il suo autore, Giovanni Gentile, il « nemico numero uno della grammatica », della disciplina stilistica, della « buona » reto ­rica, « ufficialmente abolita dalle scuole » proprio in que ­gli anni di orge di « cattiva » retorica.

« A giorni riceverà La vera istoria dei tre colori », scriveva Panzini a Pancrazi il 1″ aprile del ’24. « Vi troverà il bianco, il ros ­so, il verde, e anche quel nero che gli italiani credono che non si vede perché è nascosto sotto i fiori della Rettorica: ma si sen ­te! Lo sa (è vero?) che Gentile ha abolito la Retorica? ». E Pan ­crazi di rimando: « Quanto alla Rettorica (con un t o con due) hanno un bell’abolirla: è un nu ­me autoctono e rinasce sempi ­terna come l’alloro di cui è qua ­si fratello o sorella, come vuole. Non crede? (4 IV ’24).

E’ questa fedeltà a una di ­sciplina e a una chiarezza in ­sieme stilistiche e umane quel ­la che soprattutto lega in que ­sti anni Panzini e Pancrazi, i quali proprio come scrittori si incontrano ormai frequente ­mente sulle colonne del Corriere. All’ideale manifesto â— conclusivo di una serie di ap ­pelli â— di Panzini alla vigi ­lia di entrare nell’Accademia d’Italia (Difendo la Retorica, Corriere della Sera 14 II ’29) (11) fa riscontro la tenace campagna nello stesso senso di Pancrazi, culminata in quel Dove va la prosa? (Corriere della Sera, 5 XII ’36) che l’ac ­cademico applaudiva di gran cuore:

« Anch’io critico, ma non più giovanetto, le darò il mio voto per il suo bel componimento Do ­ve va la prosa?, cioè 10 con lode. Quanto poi alla parte finale che riguarda le mosche, gliene rac ­conterò delle belle quando ci tro ­veremo insieme » (7 XII ’36).

Il dissenso sul piano politi ­co fra l’Accademico d’Italia e il critico antifascista rimane ­va in discreta sordina, con si ­gnorile comprensione recipro ­ca; come, ad esempio, a pro ­posito del romanzo più impe ­gnato politicamente Legione X. Panzini dapprima incalza ­va perché Pancrazi, nonostan ­te le riserve, ne scrivesse co ­me al solito:

« Caro Pancrazi, io non trovo punte: ma già che lei parla di velluto, saranno quelle naturali asperità che deve avere ogni broccato. Parli del velluto soltan ­to, e lasci stare le brocche. Que ­sto le domando, se pure le sue cortesi parole non rappresentano una forma di rifiuto. Suo A. Panzini » (10 IV ’34).

Ma poi non dovette, insiste ­re, se un anno dopo si rivol ­geva a Pancrazi così:

« Caro Pancrazi, lo scorso an ­no lei, con ragioni benissimo sot ­tintese, mi significò che non de ­siderava fare recensione sul Cor ­riere del mio libro, Legione X. Che non me ne sia avuto a ma ­le è prova la presente… » (8 III ’35).

Gli anni di Bologna

L’intesa fra i due amici â— che, segno dei tempi, per più di vent’anni, manterranno fra di loro il civile « lei » â— con ­tinuava, soprattutto negli ulti ­mi anni dello scrittore, sotto il segno di due grandi amori letterari: quello per gli one ­sti e cari narratori minori dell’800, e quello per un « mae ­stro » di vita e di poesia come il Carducci, « professore » ama ­tissimo di Panzini negli anni universitari bolognesi, ritrat ­to da lui continuamente, per ­sino in varie pagine narrati ­ve. (12)

Il primo mette capo all’an ­tologia sansoniana Racconti e novelle dell’Ottocento (1938), preparata in parte fra Bellaria e Rimini.

« Firenze 5 III 1938. Eccellen ­za, e caro Panzini, l’altr’anno, nella via tra Bellaria e Rimini, Lei mi parlò con ammirazione di un romanzo del Padre Bresciani che veniva leggendo. Ora io per un’antologia di narratori dell’800 che faccio vorrei scegliere una decina o ventina di pagine anche del Bresciani. Può darmi un buon consiglio? Dove cerca ­re, cosa scegliere? E scusi que ­sta noia… Le manda molti osse ­qui e affettuosi saluti l’aff.mo suo Pietro Pancrazi ».

« Caro Pancrazi, non ho con me l’Ebreo di Verona. Credo che a Firenze se lo possa procurare. Le mando questo di quattro volu ­metti, sui Costumi di Sarde ­gna (13). Lo leggerà con dilet ­to e ne trarrà belle pagine (ca ­ni, cavalli in mezzo, donna dal seno scoperto pudicamente in fi ­ne!). Questo gesuita leccato, le ­ziosamente toscaneggiante è pur una grazia! Grazie del rimando del libro, quando crederà e se si ricorderà, e questo le dico per ­ché credo sia difficile trovare. Suo A. Panzini » (11 III ’38).

E appena uscita, l’Antologia è accolta con festa, commossa e nostalgica insieme, da Pan ­zini, che mai aveva potuto di ­menticare la lezione del no ­stro realismo romantico (e specialmente di Demetrio Pianelli e della Famegia del San ­tolo).

« Caro Pancrazi, che bella, che nobile opera di rivendicazione hai fatto verso il povero Otto ­cento letterario! Grazie a te an ­che per il riposo che mi procuri. Riposo o tristezza rileggendo co ­se lette e obliate? Staccia, stac ­cia il setaccio della storia: quel ­lo che ancora rimane nel setac ­cio o vaglio è ancora il meglio delle vane e crudeli opere uma ­ne. Affettuosamente e grazie an ­cora a nome di Titì [la figlia]. Tuo Alfredo Panzini. 3 XI ’38 XVI ».

« Eccellenza e caro Panzini, la sua lettera è per me la ri ­sposta più gradita e più cara che potesse venire al mio libro ot ­tocentesco. Gliene sono grato dal cuore: e ringrazio anche la Ti ­tì (che io ricordo sempre, come la prima volta, in lunghe trec ­ce) dell’attenzione al vecchio li ­bro. Molti ossequi e auguri e salu ­ti affettuosi dal suo Pietro Pan ­crazi » [lettera senza data].

« Eccellenza, e molto caro Pan ­zini, Lei mi ha fatto il più bel regalo di Natale; e io gliene dico grazie di cuore. Certe cose, dette da Lei, sono più care, e valgono più, che dette da ogni altro. E io sono molto contento e per me e per quegli scrittori dell’ ‘800… Che del resto, a giudicare da come il libro è accolto dal pubblico, incontrano il gusto, o almeno il piacere d’oggi, molto più che i rivoluzionari non dicano.

Mando a lei e a tutti quelli a cui lei vuol bene, il più affettuo ­so Buon Natale e Buon anno!

Il suo Pietro Pancrazi

Camucia, 25-12-1938

L’altro grande amore, quel ­lo per il Carducci, è al centro di uno scambio di lettere pro ­prio nell’ultimo mese di vita di Panzini: e ancora per una progettata pubblicazione otto ­centesca, quella che â— dopo la lunga parentesi della guer ­ra â— sarà realizzata nel ’48 da Pancrazi e Valgimigli nel de ­lizioso volumetto panziniano Per amore di Biancofiore (e colpisce, quasi un presa ­gio, sul margine estremo dell’epistolario quell’accenno alla « penna non so se arrugginita o abbacchiata », e quell’accen ­to insolitamente vibrato posto sul « coraggio » di scrittore).

Firenze, 15-3-1939

« Eccellenza, e carissimo Pan ­zini, ho riletto questi giorni (lo avevo letto molti anni fa, ma senza farci la giusta attenzione: ero troppo giovane) il suo libro sull’evoluzione del Carducci. Che bel libro, (anche nelle sue gio ­vanili fratture) e quante cose del Carducci, e sulla letteratura e sulla civiltà italiana del secolo nuovo! Ne sono ancora molto commosso… Ma qui viene, (mi scusi carissimo Panzini), la sec ­catura per lei. Io non sono mai riuscito a procurarmi in proprie ­tà questo libro. L’ho sempre avu ­to, e anche questa volta, da una biblioteca. E se lei ne avesse (non si sa mai) una copia di più; oppure sapesse dirmi dove possa acquistarla… mi farebbe un vero e grosso regalo. Mi scu ­si se la domanda è importuna. E creda sempre ch’io le voglio molto bene e sono il suo devoto e aff.mo Pietro Pancrazi ». Roma 21 marzo 1939.

« Caro Pancrazi, scusi se le scrivo a macchina perché la pen ­na è un poco, non so, se arrug ­ginita o abbacchiata. Mi dispiace non poterle fare avere una co ­pia della mia operetta giovanile Evoluzione di Giosuè Carducci. Quell’ evoluzione è veramente brutta parola, ma risente dei tempi. Fu quella allora, un’ope ­retta molto coraggiosa, come so ­no coraggiose tutte quante le co ­se che io ho scritto, benché mia figliola sia quasi sempre dell’opi ­nione contraria. Tanti cari salu ­ti, suo A.- Panzini ».

Solo venti giorni dopo Pan ­crazi â— certo ripensando an ­che al suo conversare e al suo carteggiare con l’amico scom ­parso â— scriveva: « L’arte di Panzini dovette conciliare… questa intima natura contrad ­dittoria: da una parte l’idillio, dall’altra l’impressione e la reazione più nobili dinanzi al ­la vita contemporanea. Fu il suo tormento, ma anche la sua gloria di scrittore. Un classi ­cista tutto percorso e inquie ­to di sensibilità moderna; e un moderno che ha ancora in sé attivo il ricordo e il sape ­re degli antichi (La morte di Alfredo Panzini: Corriere del ­la Sera, 11 IV ’39). E passati pochi mesi soggiungeva più pacatamente e quasi con di ­stacco di storico: « Nato scrit ­tore nella più schietta tradi ­zione, fin dal principio inna ­morato di un suo umanesimo non delle lettere soltanto ma dell’anima, in cinquant’anni d’arte l’impegno di Panzini fu d’immettere in quella luce, in quell’ordine, in quell’ereditato e rinnovato senso del bello, quanto più sentimento nuovo e più cose di vita vera egli poté. E questo soprattutto lo assicura del tempo: su altri scrittori suoi contemporanei il nostro giudizio è ancora incer ­to: ma Panzini, nella sua mi ­sura, ci sembra già stare nella nostra storia letteraria con la composta sicurezza di un classico ». (Invito a Panzini, in Romanzi d’ambo i sessi di A. Panzini, Milano, Mondado ­ri, 1941).

NOTE

Gli originali delle lettere qui pubblicate sono conservati: quel ­li di Panzini dalla signorina Maria Pancrazi, sorella di Pietro; quelli di Pancrazi da Piero e Emilio Panzini, figli di Alfredo. Purtroppo molta parte del car ­teggio è andata dispersa, anche per le traversie subite duran ­te la guerra ultima da casa Pan ­zini. Ai familiari dei due scrit ­tori il mio ringraziamento più vivo per la liberalità con la qua ­le hanno messo a disposizione questi preziosi cimeli e ne hanno consentito la pubblicazione. Dei rapporti Panzini-Pancrazi ho già accennato brevemente in un arti ­colo sul « Corriere della Sera » del 19 giugno 1966.

1) Di questo periodo vedi la fine rievocazione critica di C. Galimberti, « Gli anni veneziani di Pietro Pancrazi » in « Lettere Italiane » VI 1954; e gli articoli di (G. Damerini nel « Gazzettino » 4 e 3 giugno 1965.

2) Basti rileggere « Il cuore del passero » (1897) e « Le av ­venture di un paterfamilias » (1911) oggi in « Romanzi d’ambo i sessi », Milano 1941; «Il trionfo della penna d’airone » in « Trionfi di donna », Milano 1903; « Memorie di scuola » in « Nuova Antologia » 1 luglio 1907; « Il regno tuo venga » in « Le fiabe della virtù » Milano 1911 ecc.

3) Il primo di una serie di articoli di Pancrazi su Serra ne ­gli anni veneziani è « Tra pa ­rentesi. Un critico nuovo: Rena ­to Serra » in « Gazzetta di Vene ­zia », 29-10-1914. Flora notava « … Serra, lo scrittore che a me pare più di tutti abbia influito, forse anche per ammirazione di contrasto, sopra il Pancrazi » « (Scrittori italiani contempora ­nei », Pisa 1952, pagg. 88). Non è senza significato che Pancrazi stesso ordinando la sua « summa » « Scrittori d’oggi » abbia accostato il saggio « Renato Ser ­ra » all’« Invito a Panzini » (vol. III, 1946, pp. 3 ss.).

4) Com’è noto il « Viaggio di un povero letterato » Milano. Treves, 1919 era apparso in pri ­ma forma sotto il titolo « Viag ­gio circolare in prima classe di un povero letterato » nella « Nuova Antologia » nel gen ­naio-febbraio 1915. E Pancrazi osserverà venticinque anni dopo « Si può dire che tutti gli umoristi dopo il viaggio sentimentale, e dopo il “Reisobilder” amarono viaggiare. Ma nessuno scrittore nostro, tra quanti si so ­no provati, ha fatto mai tanto suo pro del viaggio letterario come Panzini. Addirittura Panzini ha ricreato il genere, egli ha fatto rientrare nei suoi viag ­gi, con un modo e un pungente suoi, anche i romanzi, le novel ­le, le filosofie, le storie che non scrisse » « (La morte di Alfredo Panzini », « Corriere della Sera » 11-4-1939 »).

5) Luigi Ambrosini, l’amico di Renato Serra, collaboratore in quegli anni della « Voce » e del ­la « Nazione ».

6) Allude a esempio all’articolo su « Il libro del mio sogno errante » di Guido da Verona pubblicato il 23 febbraio 1919 sul « Nuovo Giornale »; e al più recente « Vacanza completa » in « Il Resto del Carlino », 5 febbraio 1920. E cfr. poi « Ritorno di Da Verona » in « Corriere della Sera », 10-7-1926.

7) Dichiarazione che anticipa direttamente le prese di posizione più ragionate e mature in « Scrittori d’oggi »: «Di quello che non posso criticamente tra ­sferire in termini di ragione a me è negato parlare… Non andrò esercitare sui poeti l’analisi logica, ma sento di doverla sem ­pre esercitare su di me, e dove non posso, smettere »; « di fron ­te a certi ermetismi non mi fi ­do. Bisognerebbe sganciarsi dal ­la ragione… »; « che Montale quando proprio non può fare a meno faccia uso anche del buio; ma negli altri casi si ricordi an ­che di noi che dalla sorte, ahi, fummo condannati a capire ».

8) Poi pubblicato in volume da Mondadori, Milano 1920.

9) Panzini si riferisce all’articolo di Pancrazi « Il melograno – «Il Resto del Carlino », 24-5-1921.

10) E nella nota preparata ne ’24 per la breve biografia « Poeti d’oggi » scriveva di essersi allontanato dalla scuola « per una specie di crisi morale, non sapendo più qual è la morale che nell’età presente si può sostenere davanti ai giovani ».

11) Cfr. per esempio « Il punto esclamativo si difende » in « Corriere della Sera », 15-10-1924; « Conseguenze del punto esclamativo » ibid., 1-11-1924); « Battaglia di parole » ibid., 27-8-1926; «Predica al giovanotto beato » ibid., 5-5-1927; e anche « In difesa della Retorica » 3-11-1929.

12) Basti pensare oltre a quelle raccolte a cura di Valgimigli in « Per amore di Biancofiore » (Firenze, Le Monnier 1948), alle pagine nel « Viaggio di un povero letterato ».

13) Proprio con passi dei « Costumi di Sardegna » è presentato il Bresciani nell’antologia del Pancrazi.

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