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LETTERATURA: I MAESTRI: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: Vita sbagliata di un poeta

8 Dicembre 2016

di Francesco Gabrieli
[dal “Corriere della Sera”, 15 settembre 1969]

Nel cinquantenario della morte, la patetica figura di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi si riaffaccia sulla scena letteraria, sperando farsi ricordare per qualcosa di più che non le arrotate sillabe del suo nome. A Genova dove nacque e morì, a Spezia e soprattutto sotto le Alpi Apuane che egli amò e ove trascorse gran parte della travagliata sua vita, lo si è commemorato o se ne progetta la commemorazione; e a un suo recente commemoratore nella materna Ortonovo, come nel Frignano a lui caro, dobbiamo l’ultimo studio biografico-critico sul poeta ligure-apuano (Urio Clades, Roccatagliata Ceccardi, Sansoni ed., pp. 375, lire 3000), per più rispetti notevole. Il Clades, che appartiene alla geniale corporazione dei medici scrittori, si era già anni fa imposto alla nostra attenzione con un ghiotto volumetto sulPidillio di San Miniato e la tragedia di Santa Maria a Monte, nei giovani anni del Carducci: per illuminare l’idillio egli aveva ottimi titoli fin dalla nascita, come nipote della « bru ­na dai lunghi sguardi vellutati », che fece battere fra le risorse di San Miniato il cuore del poeta; per la tragedia (la quasi certa uccisione preterintenzionale di Dante Carducci da parte de padre), Clades l’aveva ricostruita con pazienti e sagaci indagin in loco, frugando vecchie carte e interrogando superstiti memorie. Or questa stessa amorosa diligenza e sagacia, il medico umanista di Massa l’ha posta a rischiarare la vita di una tanto più modesta figura (giacché nessun amor del tema potrà indurre né lui né altri a mettere il Roccatagliata sullo stesso piano di un Carducci), ma che l’amore della terra apuana, e anche dell’ingegno sciupato e misconosciuto, gli han resa cara, e possono render cara anche a noi.

La vita pratica del povero Ceccardo fu tutta un disastro: figlio di una mediocrità presto svanita nel nulla, e di una madre di ingegno ma non immune essa stessa di un certo squilibrio (se, come qui apprendiamo, arrivò per assurdi sospetti a odiare e tormentare un suo stesso figliuolo), egli si trovò presto a lottare con la miseria che doveva perseguitarlo implacabile fino al suo ultimo giorno. In questa lotta crudele si bruciarono le sue migliori energie, non sorrette da un equilibrio fisio-psichico adeguato, da nessun senso pratico né capacità alcuna di inserirsi in un’ordinata vita familiare e civile. Crebbe e visse da poeta, nel corrente senso deteriore di sognatore, acchiappanuvole, ribelle a ogni norma e disciplina; da squattrinato bohémien anarcoide, generosamente vicino ai suoi cavatori di marmo nella rivolta lunigiana del ’94, ma poi, venti anni dopo, interventista e per un istante vicino al D’Annunzio nella grande ora di Quarto, senza potere per la già rovinata salute intervenire altro che con la parola e col verso.

Finché nel torbido ’19, privo ormai dei pochi suoi puri affetti (la madre e la moglie morte, l’unico figlio lontano), respinto dall’ultimo folle amore, egli chiuse in una corsia d’ospedale la sua povera, squallida esistenza.

Il pittoresco, il romantico, il capriccioso e bizzarro che ebbero tanta parte nella vita del Roccatagliata, erano già noti per frammentarie testimonianze, tutte ora raccolte e integrate dal Clades nel suo libro, che si legge con mai sopito interesse e diletto. Ma passando dalla biografia e dall’aneddotica al bilancio letterario, resta la domanda: aveva, questo disgraziato uomo le cui disavventure si seguono con spontanea pietà e simpatia, aveva come poeta e scrittore una sua personale parola da dire, e riuscì a dirla in così sfavorevoli circostanze? Il giudizio sull’o ­pera di Ceccardo ha oscillato fra iperboliche esaltazioni e sommarie stroncature: ma già più di trent’anni fa un critico dell’acume di Pancrazi riconosceva al poeta apuano una sua sottile vena originale, specie nel giovanile Libro dei frammenti (che Clades ristampa in appendice al suo studio), cui in verità non molto aggiunsero, di schietti valori lirici, le susseguite raccolte di Sonetti e poemi e Sillabe ed ombre. Come sempre, il gusto sicuro di Pancrazi colse nelle sue citazioni i momenti più felici del poeta ligure, che ora altri critici, e da ultimo Clades stesso, riconnettono con tutta la moderna tra ­dizione poetica della sua terra (Novaro, Jahier, Sbarbaro, Montale), ardua e scabra per lo più, ma, dov’è vera poesia, concentrata ed intensa. Né, ci sia permesso di aggiungere, la migliore poesia di Ceccardo va tutta cercata nei suoi versi: ta ­lune sue prose finora neglette vibrano di non meno genuina commozione lirica, come le bellissime Pagine di crociera, qui riprodotte anch’esse: una crociera lungo la patria Riviera (la Riviera dì fine Ottocento, non ancor assalita e deturpata dalla bestialità umana), in note di viaggio tutte intrise di salso e d’azzurro, che approdano a San Fruttuoso con le sue tombe dei Doria, e ci lasciano dolcemente memori e pensosi. Siamo grati al dottor Clades per averci riportato dinanzi, con intelligenza e pietà, l’ombra dolente del suo vicino: in modeste proporzioni che è vano voler gonfiare, fra eroici furori e terribili dolori di cui è spenta da tempo ogni eco, egli donò pure un suo fiore di poesia alla vita, che gli si mostrò così ingrata ed amara.

 


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