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LETTERATURA: TEATRO: I MAESTRI: Gustave Flaubert. Dizionario dell’idiozia

6 Ottobre 2016

di Giorgio Zampa
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 50, gioved√¨, 12 dicembre 1968]

Genova, dicembre

Dovevano chiamarsi, prima, Dubolard et B√©cuchet. Poi Bolard et Mani ¬≠chet. Divennero Bouvard et P√©cuchet. L’affinit√† tra Bouvard e Bovary √® sta ¬≠ta pi√Ļ volte rilevata; messa in luce an ¬≠che la derivazione di Bovary da un co ¬≠gnome noto, Bovaret. Si √® detto dell’e ¬≠sistenza di uno scrittore Bouvart, pas ¬≠sato nel dossier des b√≠¬™tises: bouvart, vitellone. Quanto al compagno magro, P√©cuchet-B√©cuchet, evoca una figura secca, angolosa, non proprio simpati ¬≠ca, opposta alle rotondit√† bovine, agli atteggiamenti accomodanti. La prima idea di Flaubert, era stata di intitolare il libro M√©moires de deux Cloportes. Un appunto successivo reca: Histoire de deux Cloportes; si insiste ancora sulla figura del porcellino di sant’An ¬≠tonio, dell’insetto pavido, rifuggente la luce, senza carattere. In una fase ulte ¬≠riore si arriva a: Histoire de deux bon ¬≠shommes, Bouvard et P√©cuchet.

Su quello che Gustave Flaubert si proponeva raccontando le avventure di due parigini in provincia, conoscia ¬≠mo anche troppo. La corrispondenza √® zeppa di notizie; gli amici che racco ¬≠glievano propositi, confidenze, ce le hanno riferite, la Sand, Maupassant, Du Camp, la nipote; i manoscritti depositati nella biblioteca di Rouen, i mucchi di cartelle con i ritagli per lo Sciocchezzaio, l’Album, i foglietti per il Dictionnaire, i piani corretti, ripresi, trasformati nel corso degli anni, sono pubblicati quasi per intero, confronta ¬≠ti, discussi, interpretati. Che posto avrebbe avuto il Dictionnaire, non sappiamo con certezza: la morte colse lo scrittore mentre stava scrivendo le ultime righe del primo volume.

A quel punto, il circolo era chiuso, la morale chiara: i due scritturali, per ¬≠corso l’universo intellettuale del loro tempo, decidono che l’unico partito cui attenersi, √® riprendere a copiare. Ma non, come all’inizio, pratiche di uf ¬≠ficio, coatti, controllati. Trascrivono quello che vogliono, padroni di s√©, senza obblighi verso nessuno: √® l’iner ¬≠zia beata, l’angolo riparato, coperto da ogni pericolo. Fuori rugge la B√≠¬™tise, nell’infinit√† delle sue forme; nel loro buco, esonerati da iniziative, i porcelli ¬≠ni terrestri grattano i loro fogli e rido ¬≠no. Chimica, fisica, letteratura, astro ¬≠nomia, geologia, agricoltura, pedagogia, medicina, storia, politica (oggi avreb ¬≠bero aggiunto la sociologia e la lingui ¬≠stica): che cumulo di sciocchezze, qua ¬≠le presunzione, quanta goffaggine. Po ¬≠co prima di morire, lo scrittore aveva dichiarato che il sottotitolo del roman ¬≠zo sarebbe stato: ¬ę Sul difetto di meto ¬≠do nelle scienze ¬Ľ. Invece di attenersi ai fatti, di descrivere con semplicit√† e con cura, cercando, di catalogare, di or ¬≠dinare, i professionisti del sapere of ¬≠frono precetti insensati, induzioni gra ¬≠tuite, costruzioni senza fondamento, metafore ridicole. Ma neppure gli scrittori, i sacerdoti del verbo, sono da meno, quanto a sacrifizi alla B√≠¬™tise: i due avrebbero infilato nel loro Scioc ¬≠chezzaio anche campioni di prosa del signor Gustave Flaubert e dei suoi mi ¬≠gliori amici.

La letteratura contemporanea deve una parte considerevole dei suoi carat ¬≠teri a questo testo inafferrabile, defini ¬≠to nei modi pi√Ļ vari, ingrato, iname ¬≠no, diciamo pure noioso (Flaubert era consapevole di tali effetti, anche del ¬≠l’ultimo), macabro nella sua comicit√†. Nelle pagine di un’accorta prefazione, Raymond Queneau afferma che non si pu√≤ parlare di Bouvard et P√©cuchet senza cadere nel ridicolo, finire nel luogo comune, rischiare la B√≠¬™tise. Tut ¬≠to vero: i due falsi tonti andrebbero affrontati contropiede, esorcizzati con l’unico mezzo grazie al quale lo scrit ¬≠tore d’oggi, Mann insegna, pu√≤ soprav ¬≠vivere: la parodia. Non prendiamoli sul serio, teniamoli alla larga, coi loro cataloghi, esperimenti, invenzioni, sco ¬≠perte. Lasciamo stare la questione del ¬≠l’atteggiamento di Flaubert verso di loro, se di simpatia o del suo opposto; il problema, come lo chiamano, dell’i ¬≠dentificazione, di quanto lo scrittore ha messo di s√© nelle due figure.

Il quesito di fondo √® un altro. Come, fino a che punto la coppia √® frequenta ¬≠bile? E’ possibile una sua fungibi ¬≠lit√†? Si pu√≤, insomma, presentare de ¬≠centemente, anzi rappresentare, senza il pericolo di bruciarla e di bruciarsi? Questo, mi pare, il punto centrale an ¬≠che in sede drammaturgica, nel caso si volessero portare il Grasso e il Magro sulla scena. La risposta pu√≤ essere po ¬≠sitiva: il V-Effect √® l√¨ apposta, per ri ¬≠solvere tutto. I protagonisti si guarda ¬≠no agire, si ascoltano, indicano se stes ¬≠si all’inclito. Via via si enunciano e si annullano: l’acido incide e corrode nel ¬≠lo stesso tempo il loro segno.

Non so fino a che punto Squarzina, nella riduzione del testo flaubertiano curata, insieme con Tullio Kezich, per lo Stabile di Genova, soprattutto nella reg√¨a dello spettacolo, concordi con ta ¬≠le interpretazione. Mentre Glauco Mauri, un P√©cuchet perfetto dal punto di vista fisico, tende alla recitazione alienante, riducendo gli effetti, fred ¬≠dando, stilizzando, e con lui un certo numero di personaggi minori (anche se questi si attengono pi√Ļ alla panto ¬≠mima da cinema muto che al controllo tipo Ensemble), Tino Buazzelli traboc ¬≠ca di continuo nel comico di marca realistica, facendo pensare con nostal ¬≠gia, a volte, ad Aldo Fabrizi, agli oc ¬≠chioni che si spalancano dopo ogni battuta, al piedino alato, al mignolo sollevato, alla pancia enorme, comica per il suo solo esistere.

Anche le scene di Pier Luigi Pizzi risentono di tale incertezza; mentre al ¬≠cune sono disegnate con secchezza, ar ¬≠rivando al limite di un surrealismo ca ¬≠salingo, altre concedono troppo a un Ottocento di Panoptikum. Ma come non indulgere a tutto questo; non con ¬≠sentire all’iniziativa del Teatro genovese per il coraggio, la generosit√†, l’in ¬≠telligenza che l’hanno alimentata.


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Bart