di Geno Pampaloni
(Smarrita la fonte, si chiede scusa)
«L’essenziale è riconoscere che, come scrisse una volta Croce, la critica è tutta buona quando è buona, qua lunque essa sia. Per di più, quando essa è buona, essa è la critica intera ». Sarà utile partire da questa osserva zione, davvero aurea, di Gian franco Contini, per arrivare a un giudizio obiettivo sul lavoro critico di Cesare Garboli. Qualcuno infatti potrà venire affascinato dalla sua prosa tesa e capziosa che spesso sembra cimentarsi in bravura con gli scrittori che giudica (e spesso vince e stravince); così come qualche altro sarà imbarazzato dal lussuoso scialo di sottigliez ze, disorientato dal vorticoso giuoco ai quattro cantoni in cui l’autore lo trascina, a co minciare dal sibillino duplice ossimoro che campeggia, ur gente come un telegramma, sulla sovraccoperta: « II libro involontario di un critico che scrive per capire ». Ma se, co me credo, in queste pagine (La stanza separata, ed. Mon dadori, pp. 308, L. 2500) non c’è forse un libro ma certa mente c’è un critico, ricco di un dono quale da molto tem po non capitava di incontra re, il caso del Garboli, pro prio per il livello ove ci si propone, diviene un esempio sintomatico di una situazione generale.
Tutte le carte, in questo caso, sono in regola. I suoi primi maestri furono De Sanctis, Croce (ma più an cora Gentile) e gli storicisti che lo accompagnarono sino all’esito marxista. Fece i suoi studi meglio degli altri, e i suoi strumenti critici, come provano gli originali studi danteschi, sono affilatissimi. Se non andò in cattedra (e questo fu il primo sintomo di una vocazione più tormen tata, più « dentro » la lette ratura di quanto di solito non abbia un professore) fu per ché non si riconosceva del tutto nella tradizione di cui era figlio, non si sentiva « maestro ». Il « metodo » ver so la realtà della poesia non era più la lettura critica ma l’ideologia: un’ideologia pe raltro tanto oscillante tra in carnazioni diverse che pote va essere avvicinata più per vie autobiografiche che ra zionali. E qui, in questa zona già ambigua, già dolente, già disposta a un’autocritica co sì radicalmente laica da coin cidere con un’autogiustificazione pseudoreligiosa, comin ciano a giuocare le screziatu re del temperamento. Trovi in lui certe inflessioni (con fessioni, smarrimento e orgo glio) del Serra, echi del gu sto impavido, da storicista del demoniaco, del Debene detti.
Ma tra quei maestri (già per loro conto coinvolti nella cri si) e noi sono passate gene razioni di avventure. Come a Venezia, aggirati i murazzi della Serenissima, l’acqua al ta è diventata fenomeno con sueto, così ci siamo abituati alle quotidiane infiltrazioni delle non-estetiche: le lucide pantegane snidate dai vecchi granai che saettano fameli che negli androni affollati fanno oramai parte del pae saggio. Il critico moderno è pronto a captare tutti i sus surri, gli sciagottamenti, i misteriosi rigurgiti, i lontani tonfi dell’acqua che batte e che forse sono segnali. Il suo storicismo è messo alla pro va dalle incalzanti idolatrie dell’ambiguità, dai proclami di fedeltà alla Vita. Tutti i più splendidi irrazionalismi: Pasolini, Barthes, la Sontag e chi sa quanti altri si insi nuano nelle sue certezze. A poco a poco la sua polemica antiletteraria, antipetrarche sca, di derivazione romanti ca, contro « il fatto d’arte come frutto di coscienza chiu sa in se stessa », pur mante nendo la stessa facciata e, in apparenza, la stessa istanza morale, cambia sostanzial mente di segno.
Se la storia, trascendendo se stessa, non riesce più a dare forma all’arte, è la Vi ta che nel suo trionfare de ve essere informe, l’Informe. « Entro nell’ordine di idee che niente è più sacro di ciò che non è stato ancora re dento dallo stile » : questa è la conclusione cui arriva il Garboli alla fine dell’Avver tenza, teorizzando il rifiuto del «male estetico », cioè del privilegio innaturale attribui to alla parola letteraria nei confronti della realtà. Ma non ci vuole molto ad accor gersi che questo (niente, sa cro, redento, ciò che non è stato ancora) è linguaggio di sublimazione, perfetta voce di falsetto, del tutto consan guineo all’estetismo negato in quel medesimo istante. La nevrosi che ha già rí³so le vecchie strutture della narra tiva, ora (maestra la Fran cia) attacca la critica. E qual è il risultato? Alla religione delle lettere, che aveva con sacrato la propria sconfitta in piedi sulla trincea del Podgora, il nuovo critico ha so stituito la religione della scrittura. Il libro « involonta rio » redime, nello stile, sol tanto se stesso.
Nel Garboli, una simile pa rabola à rebours dallo stori cismo è messa in risalto dal le sue stesse qualità, dalla sua intelligenza rapida, dal suo vivido entusiasmo intel lettuale. Se la contrapposizio ne non appaia elementare o grossolana, direi che le cose stanno così: all’opposto di quasi tutti i critici d’oggi (non escludo me stesso) i quali cercano di compensare i vuoti d’ingegno con la fe deltà del carattere, con il pre mio delle buone intenzioni, il Garboli sembra avere for te l’ingegno e debole il tem peramento. L’ingegno non gli è autosufficiente: egli sembra temere di rimanere solo in sua compagnia, ha bisogno di portarlo in giro tra gli amici come una volta i padri facevano con i figli prodigio. Scrive non per « capire », ma per liberare nello scrivere la responsabilità del vivere, e alleggerirsene.
Le sue parole danno l’im pressione di essere scritte sul margine esterno del davan zale, affinché siano preda fa cile del vento. Insiste sulla differenza tra lo scrivere («re ligioso ») e lo scritto («laico »), perché tra l’uno e l’altro sen te consumarsi un vano incan tesimo. Ecco allora un in gegno virile, solido, prolifera re in estri leggiadri, estenuar si in lunghe confessioni, pre ferire talora la trouvaille al giudizio, staccarsi dal proprio oggetto per affidarsi all’enfa si del capriccioso. Si tratta di una crisi seria, profonda, che nasce dal concepire la vita vitalisticamente, come « approssimazione, non-stile ». Le delusioni storiche prodot te dall’umanesimo portano a idoleggiare radicalmente il disordine, a rifiutare per ma linconia anche le nuove geo metrie e i nuovi appunta menti con le stelle. «Scri vere â— dice il Garboli â— è un fatto borghese in quanto pro duce storia », a conferma che a nessuno la storia fa tanta paura come a uno storicista deluso.
Ma se si vuole la spia più alta della sua incertezza spi rituale, aperta come una no bile piaga, si legga il bellis simo saggio sul Dottor Zivago, e in particolare là do ve egli parla del dolore come di « quella cavità negativa, quel durevole, costante non- essere di ciò che chiamiamo anima ». Sotto la cultura pre ziosa del critico aggiornatis simo cui nulla è sfuggito del la cultura letteraria europea e delle infinite eresie e para frasi marxiste, ecco riaffio rare puntualmente, al mo mento della confessione esi stenziale, e per così dire alla resa dei conti, la vecchia poetica dell’assenza. C’è dun que in lui una contraddizio ne aperta, un discorso da concludere, che solo provvi soriamente si risolve nell’oro e mirra della scrittura, nella quale, per sentirsi « genera zionale », il critico vero che è in lui non trova di meglio che mimare un improvvisa tore.
Ma insomma, potrà chie dermi il lettore, lei dice così gran bene del Garboli e avanza tante riserve? Ricor do che molti anni fa Elio Vittorini mi rimproverò, con quei suoi modi ilari e inven tivi in lui più forti d’ogni fastidio: voi critici, mi disse, siete sempre sonnacchiosi e indulgenti come stanchi pre tori invecchiati in provincia; ma appena vi imbattete in uno scrittore, subito lo tra scinate in giudizio in corte d’assise. Ecco che ancora una volta sono ricaduto nel solito errore, e la severità è andata di pari passo con la stima. Ma di Cesare Garboli farò questo elogio: di lui si può dire (e in verità di quan ti altri si potrebbe?) che è ancora in debito con se stesso.