Che non sia vero?

di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, martedì 20 ottobre 1970]

Non vi domandate mai da quale fenomeno ci venga il potere di resistere, invulnerabili come Achille, al terribile assedio di cui stampa radio e televisione spietatamente ci stringono, giorno e notte, scagliandoci contro le notizie e le immagini più dolorose e più crudeli, la fame, le epidemie, le guerre, i terremoti, i cicloni, le alluvioni, la schiavitù, le invenzioni d nuove armi, le catastrofi in terra, in mare, in cielo, gli attentati, i rapimenti, i delitti più barbari e più atroci?

Un tempo, quando non si pubblicavano che pochissimi fogli d’informazione, e non solo radio e televisione, ma anche telegrafo e telefono erano di là da venire, i « di ­spacci » giungevano lenti e imprecisi, più « voci » che notizie, la cui conferma â— facendosi aspettare lunghi giorni nel pieno rispetto di quella distanza che rendeva il mondo immenso ed estra ­nei gli uni agli altri i suoi abitanti â— trovava gli animi già preparati, se non addi ­rittura indifferenti.

Chi palpitava di tanta umana solidarietà da riuscire a commuoversi per la fame in India o il colera in Cina? Come morissero dei pesci, e si sa che lo spettacolo della morte dei pesci viene giudi ­cato, se non proprio diver ­tente, pittoresco. Si grida contro gli uccellatori che prendono i passeri con le reti, ma verrebbe stimato non del tutto sano di mente chi accusasse di crudeltà il pe ­scatore che sbarcando si van ­ta della rete carica di sardine. Così i piccoli affamati indiani, così i cinesi in preda al colera, così i giapponesi cui il fiume straripato porta via il fragile paese di carta.

Improvvisamente, nel giro di poco più che un secolo (che nell’orologio della sto ­ria dell’umanità conta sì e no per un minuto) si passa dal miracolo del telegrafo Morse alla televisione, il mondo, da immenso che era, si fa pic ­colo, diventiamo una fami ­glia, direte: ma le spaven ­tose guerre?, vi risponderò: sono la prova, appunto, che siamo diventati una famiglia (ch’è fatta, poi, anche di af ­fettuosi seppur fuggevoli e sempre mai compresi slanci, ricordate la sottoscrizione per gli indiani e Indira Gandhi che si offese?), e, quel ch’è peggio, una famiglia condan ­nata ad essere informata di tutto ciò che avviene ai suoi componenti nel momento stes ­so in cui avviene.

Vi sono giorni particolar ­mente sfortunati nei quali viene assassinato un perso ­naggio importante, cola a picco un sottomarino, preci ­pita un aereo con oltre cento persone a bordo, fanno sal ­tare in aria una banca, scop ­pia una guerra, una tromba d’aria porta morte e distru ­zione, un terremoto sconvol ­ge una regione e priva del letto centinaia di migliaia di persone, e tu, a tutto questo, solo che premi il bottone del televisore, assisti nello spa ­zio di mezz’ora come fossi a teatro, e quella valanga di sciagure ti venisse offerta come uno spettacolo.

Ma andiamo per gradi, la ­sciamo per ora da parte il teatro, lo spettacolo. Sono lo stesso numero e la stessa gra ­vità delle sciagure, le cui no ­tizie apprendi nel volgere di brevissimo tempo, a permet ­terti di sopportarle. Non c’è ora, ormai, in cui, una volta da questa, una volta da quel ­la parte del mondo, non giun ­gano annunci spiacevoli, im ­pressionanti, terrificanti. Mol ­tiplica per un anno: è un di ­luvio di disgrazie, di sventu ­re, di crimini. O si impazzi ­sce o ci si abitua. C’è, natu ­ralmente, chi impazzisce (cer ­ti casi di follia hanno cause fin troppo facilmente indivi ­duabili), chi si sottrae col suicidio, chi con la droga, ma si tratta, fortunatamente, di percentuali minime. La mag ­gioranza, anzi la quasi tota ­lità s’abitua. Non che riman ­ga indifferente, ma si com ­muove e soffre non più di quel tanto che non turbi il ritmo della sua vita e non gli rubi quel pochissimo di serenità di cui all’uomo d’og ­gi sia dato di godere.

Mitridate, re del Ponto, mandava giù ogni giorno una certa dose di veleno che, cer ­to, non gli faceva bene alla salute, ma gli avrebbe evitato la morte il giorno in cui glie ­le avessero propinata una do ­se molto alta. Così noi. Mi ­tridatizzati. Siamo arrivati, addirittura, al punto che la morte di un gran numero di persone non ci fa più il minimo effetto. Non viviamo forse quella che si chiama la civiltà di massa? Il numero ci lascia indifferenti. Per provare un brivido, per rimanere sbigottiti o inorriditi abbiamo bisogno della morte d’uno solo avvenuta in circostanze speciali, le quali, poi, ripetendosi e diventando comuni, finiscono anch’esse col lasciarci indifferenti. Pensate al delitto Lavorini. Che cosa non dicemmo? Che cosa non gri ­dammo?

Di che indignazione non vi ­brammo? Ma ci scaricammo completamente, così che i delitti dello stesso genere, che pure in seguito sono stati commessi, ci hanno lasciati affat ­to indifferenti.

Ma questo non basta a spie ­gare la vita relativamente se ­rena che riusciamo a condur ­re nonostante il diluvio di sciagure sotto il quale siamo costretti a procedere. E’ la stessa televisione, dispensatri ­ce di tanto dolorose e sconvol ­genti immagini a fornirci, per mezzo dei « documenti », l’an ­tidoto ai loro pericolosi effet ­ti. Prendiamo il più comune, ormai, purtroppo, dei casi: il rapimento. Il primo giorno vediamo l’immagine dell’abi ­tazione del rapito, e quelle lontane e fuggevoli dei paren ­ti, prese ad insaputa di essi. Gente ferma davanti alla casa. Si vedono gesti, si muove una tendina, automobili che pas ­sano, passanti ignari che ri ­dono. La realtà, impressionante nel suo grigiore, nella sua assoluta mancanza di dram ­maticità. Pensate all’agghiac ­ciante semplicità della morte di Oswald, il presunto assas ­sino di John Kennedy, fortui ­tamente ripresa con una mac ­china cinematografica.

Ma il giorno dopo arrivano gl’inviati speciali. Si prega la mamma o la moglie del rapito di permettere che in casa ven ­gano installati i fili e le mac ­chine da presa. Se la povera donna acconsente â— e acconsente sempre â— da questo mo ­mento comincia il teatro. L’in ­viato si trasforma in regista. Si stende una traccia del dia ­logo. Si procede a prove vere e proprie per evitare che la paziente rimanga improvvisa ­mente senza parola. Ecco, pur ­troppo, che durante la prova piange accorata, con perduto abbandono, come mai riusci ­rà a piangere nel corso della ripresa. Ma questo succede anche a teatro. Nell’intrico dei cavi, sotto le preghiere che poi si trasformano in secchi ordi ­ni di non distogliere lo sguar ­do dall’obiettivo, la povera donna avverte di dover recita ­re il proprio dolore, e vorreb ­be ribellarsi, ma è troppo tar ­di, non può più, il segnale del ciac è stato dato, lo spettaco ­lo comincia, e se c’è anche il figlio o il marito liberato i baci e gli abbracci « mal riu ­sciti » vengono ripetuti con le necessarie modifiche, « con più naturalezza ».

Siamo alla rappresentazione dei sentimenti, all’esibizio ­ne del dolore, alla recita di come ci comporteremmo se fossimo soli e invece sappiamo che ci sono milioni d’occhi a guardarci. A Venezia, dopo la tromba d’aria che il mese scor ­so rovesciò il vaporetto, la donna ricoverata in ospedale che aveva perduto una figlia di nove anni non piacque. Venne giudicata fredda, inef ­ficace. Non guardava l’obiet ­tivo. Poi sul pontone che la sera avanti era stato scoper ­chiato si vide una folla che sorridendo agitava la mano per salutare i parenti. Il ter ­remotato ottantenne che ac ­canto al mucchio di rovine della vecchia casa risponde « sì », « sì », « sì » a qualsiasi domanda, perché non intende, è stordito, sgomento, vive in un altro mondo, estraneo alla sciagura che lo ha colpito, non è un grosso successo per l’in ­viato ch’è riuscito a offrire una scena simile?, sembra trage ­dia greca, siamo al teatro puro, il teleutente, appunto, sta co ­me in platea, quello che vede è realmente accaduto o lo hanno recitato?, non sa. con ­fonde, e, chiuso che abbia il televisore, gli avviene, come quando si esce di teatro, di confortarsi, ripensando allo spettacolo, con l’idea della finzione, un’idea che tanto più gli piace quanto più cruda è la realtà cui ha assistito, per ­ché ne nasce il provvidenziale distacco che permette allo spettatore che ha visto Amle ­to morire in mezzo a un cu ­mulo di morti di tornare a casa ridendo perché tutto, in fondo, a pensarci bene, non è stato che un gioco.

Il gioco della realtà che alla televisione diventa prov ­videnzialmente spettacolo, e permette di svegliarsi la mat ­tina avendo dimenticato tutto.

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