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LETTERATURA: I MAESTRI: Che non sia vero?

11 Novembre 2011

di Mosca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 20 ottobre 1970]

Non vi domandate mai da quale fenomeno ci venga il potere di resistere, invulnerabili come Achille, al terribile assedio di cui stampa radio e televisione spietatamente ci stringono, giorno e notte, scagliandoci contro le notizie e le immagini pi√Ļ dolorose e pi√Ļ crudeli, la fame, le epidemie, le guerre, i terremoti, i cicloni, le alluvioni, la schiavit√Ļ, le invenzioni d nuove armi, le catastrofi in terra, in mare, in cielo, gli attentati, i rapimenti, i delitti pi√Ļ barbari e pi√Ļ atroci?

Un tempo, quando non si pubblicavano che pochissimi fogli d’informazione, e non solo radio e televisione, ma anche telegrafo e telefono erano di l√† da venire, i ¬ę di ¬≠spacci ¬Ľ giungevano lenti e imprecisi, pi√Ļ ¬ę voci ¬Ľ che notizie, la cui conferma √Ę‚ÄĒ facendosi aspettare lunghi giorni nel pieno rispetto di quella distanza che rendeva il mondo immenso ed estra ¬≠nei gli uni agli altri i suoi abitanti √Ę‚ÄĒ trovava gli animi gi√† preparati, se non addi ¬≠rittura indifferenti.

Chi palpitava di tanta umana solidarietà da riuscire a commuoversi per la fame in India o il colera in Cina? Come morissero dei pesci, e si sa che lo spettacolo della morte dei pesci viene giudi ­cato, se non proprio diver ­tente, pittoresco. Si grida contro gli uccellatori che prendono i passeri con le reti, ma verrebbe stimato non del tutto sano di mente chi accusasse di crudeltà il pe ­scatore che sbarcando si van ­ta della rete carica di sardine. Così i piccoli affamati indiani, così i cinesi in preda al colera, così i giapponesi cui il fiume straripato porta via il fragile paese di carta.

Improvvisamente, nel giro di poco pi√Ļ che un secolo (che nell’orologio della sto ¬≠ria dell’umanit√† conta s√¨ e no per un minuto) si passa dal miracolo del telegrafo Morse alla televisione, il mondo, da immenso che era, si fa pic ¬≠colo, diventiamo una fami ¬≠glia, direte: ma le spaven ¬≠tose guerre?, vi risponder√≤: sono la prova, appunto, che siamo diventati una famiglia (ch’√® fatta, poi, anche di af ¬≠fettuosi seppur fuggevoli e sempre mai compresi slanci, ricordate la sottoscrizione per gli indiani e Indira Gandhi che si offese?), e, quel ch’√® peggio, una famiglia condan ¬≠nata ad essere informata di tutto ci√≤ che avviene ai suoi componenti nel momento stes ¬≠so in cui avviene.

Vi sono giorni particolar ¬≠mente sfortunati nei quali viene assassinato un perso ¬≠naggio importante, cola a picco un sottomarino, preci ¬≠pita un aereo con oltre cento persone a bordo, fanno sal ¬≠tare in aria una banca, scop ¬≠pia una guerra, una tromba d’aria porta morte e distru ¬≠zione, un terremoto sconvol ¬≠ge una regione e priva del letto centinaia di migliaia di persone, e tu, a tutto questo, solo che premi il bottone del televisore, assisti nello spa ¬≠zio di mezz’ora come fossi a teatro, e quella valanga di sciagure ti venisse offerta come uno spettacolo.

Ma andiamo per gradi, la ¬≠sciamo per ora da parte il teatro, lo spettacolo. Sono lo stesso numero e la stessa gra ¬≠vit√† delle sciagure, le cui no ¬≠tizie apprendi nel volgere di brevissimo tempo, a permet ¬≠terti di sopportarle. Non c’√® ora, ormai, in cui, una volta da questa, una volta da quel ¬≠la parte del mondo, non giun ¬≠gano annunci spiacevoli, im ¬≠pressionanti, terrificanti. Mol ¬≠tiplica per un anno: √® un di ¬≠luvio di disgrazie, di sventu ¬≠re, di crimini. O si impazzi ¬≠sce o ci si abitua. C’√®, natu ¬≠ralmente, chi impazzisce (cer ¬≠ti casi di follia hanno cause fin troppo facilmente indivi ¬≠duabili), chi si sottrae col suicidio, chi con la droga, ma si tratta, fortunatamente, di percentuali minime. La mag ¬≠gioranza, anzi la quasi tota ¬≠lit√† s’abitua. Non che riman ¬≠ga indifferente, ma si com ¬≠muove e soffre non pi√Ļ di quel tanto che non turbi il ritmo della sua vita e non gli rubi quel pochissimo di serenit√† di cui all’uomo d’og ¬≠gi sia dato di godere.

Mitridate, re del Ponto, mandava gi√Ļ ogni giorno una certa dose di veleno che, cer ¬≠to, non gli faceva bene alla salute, ma gli avrebbe evitato la morte il giorno in cui glie ¬≠le avessero propinata una do ¬≠se molto alta. Cos√¨ noi. Mi ¬≠tridatizzati. Siamo arrivati, addirittura, al punto che la morte di un gran numero di persone non ci fa pi√Ļ il minimo effetto. Non viviamo forse quella che si chiama la civilt√† di massa? Il numero ci lascia indifferenti. Per provare un brivido, per rimanere sbigottiti o inorriditi abbiamo bisogno della morte d’uno solo avvenuta in circostanze speciali, le quali, poi, ripetendosi e diventando comuni, finiscono anch’esse col lasciarci indifferenti. Pensate al delitto Lavorini. Che cosa non dicemmo? Che cosa non gri ¬≠dammo?

Di che indignazione non vi ­brammo? Ma ci scaricammo completamente, così che i delitti dello stesso genere, che pure in seguito sono stati commessi, ci hanno lasciati affat ­to indifferenti.

Ma questo non basta a spie ¬≠gare la vita relativamente se ¬≠rena che riusciamo a condur ¬≠re nonostante il diluvio di sciagure sotto il quale siamo costretti a procedere. E’ la stessa televisione, dispensatri ¬≠ce di tanto dolorose e sconvol ¬≠genti immagini a fornirci, per mezzo dei ¬ę documenti ¬Ľ, l’an ¬≠tidoto ai loro pericolosi effet ¬≠ti. Prendiamo il pi√Ļ comune, ormai, purtroppo, dei casi: il rapimento. Il primo giorno vediamo l’immagine dell’abi ¬≠tazione del rapito, e quelle lontane e fuggevoli dei paren ¬≠ti, prese ad insaputa di essi. Gente ferma davanti alla casa. Si vedono gesti, si muove una tendina, automobili che pas ¬≠sano, passanti ignari che ri ¬≠dono. La realt√†, impressionante nel suo grigiore, nella sua assoluta mancanza di dram ¬≠maticit√†. Pensate all’agghiac ¬≠ciante semplicit√† della morte di Oswald, il presunto assas ¬≠sino di John Kennedy, fortui ¬≠tamente ripresa con una mac ¬≠china cinematografica.

Ma il giorno dopo arrivano gl’inviati speciali. Si prega la mamma o la moglie del rapito di permettere che in casa ven ¬≠gano installati i fili e le mac ¬≠chine da presa. Se la povera donna acconsente √Ę‚ÄĒ e acconsente sempre √Ę‚ÄĒ da questo mo ¬≠mento comincia il teatro. L’in ¬≠viato si trasforma in regista. Si stende una traccia del dia ¬≠logo. Si procede a prove vere e proprie per evitare che la paziente rimanga improvvisa ¬≠mente senza parola. Ecco, pur ¬≠troppo, che durante la prova piange accorata, con perduto abbandono, come mai riusci ¬≠r√† a piangere nel corso della ripresa. Ma questo succede anche a teatro. Nell’intrico dei cavi, sotto le preghiere che poi si trasformano in secchi ordi ¬≠ni di non distogliere lo sguar ¬≠do dall’obiettivo, la povera donna avverte di dover recita ¬≠re il proprio dolore, e vorreb ¬≠be ribellarsi, ma √® troppo tar ¬≠di, non pu√≤ pi√Ļ, il segnale del ciac √® stato dato, lo spettaco ¬≠lo comincia, e se c’√® anche il figlio o il marito liberato i baci e gli abbracci ¬ę mal riu ¬≠sciti ¬Ľ vengono ripetuti con le necessarie modifiche, ¬ę con pi√Ļ naturalezza ¬Ľ.

Siamo alla rappresentazione dei sentimenti, all’esibizio ¬≠ne del dolore, alla recita di come ci comporteremmo se fossimo soli e invece sappiamo che ci sono milioni d’occhi a guardarci. A Venezia, dopo la tromba d’aria che il mese scor ¬≠so rovesci√≤ il vaporetto, la donna ricoverata in ospedale che aveva perduto una figlia di nove anni non piacque. Venne giudicata fredda, inef ¬≠ficace. Non guardava l’obiet ¬≠tivo. Poi sul pontone che la sera avanti era stato scoper ¬≠chiato si vide una folla che sorridendo agitava la mano per salutare i parenti. Il ter ¬≠remotato ottantenne che ac ¬≠canto al mucchio di rovine della vecchia casa risponde ¬ę s√¨ ¬Ľ, ¬ę s√¨ ¬Ľ, ¬ę s√¨ ¬Ľ a qualsiasi domanda, perch√© non intende, √® stordito, sgomento, vive in un altro mondo, estraneo alla sciagura che lo ha colpito, non √® un grosso successo per l’in ¬≠viato ch’√® riuscito a offrire una scena simile?, sembra trage ¬≠dia greca, siamo al teatro puro, il teleutente, appunto, sta co ¬≠me in platea, quello che vede √® realmente accaduto o lo hanno recitato?, non sa. con ¬≠fonde, e, chiuso che abbia il televisore, gli avviene, come quando si esce di teatro, di confortarsi, ripensando allo spettacolo, con l’idea della finzione, un’idea che tanto pi√Ļ gli piace quanto pi√Ļ cruda √® la realt√† cui ha assistito, per ¬≠ch√© ne nasce il provvidenziale distacco che permette allo spettatore che ha visto Amle ¬≠to morire in mezzo a un cu ¬≠mulo di morti di tornare a casa ridendo perch√© tutto, in fondo, a pensarci bene, non √® stato che un gioco.

Il gioco della realtà che alla televisione diventa prov ­videnzialmente spettacolo, e permette di svegliarsi la mat ­tina avendo dimenticato tutto.


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Bart