di Cesare Angelini
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 12 dicembre 1969]
(Pubblicherò altri scritti di Cesare Angelini, che leggevo con avidità da giovane. Aspettavo sempre con ansia un suo articolo sul Corriere della Sera. La sua scrittura è esemplare. Sacerdote e conoscitore del Manzoni come pochi, oggi è pressoché dimenticato. Visse buona parte della sua esistenza a Pavia e morì il 27 settembre 1976 nella casa di via S. Invenzio. È sepolto nel cimitero di Torre d’Isola, a Pavia. bdm).
Albuzzano: il nome che mi sento addosso come la pelle e che insieme col mio nome e cognome e millesimo comple ta il mio atto di nascita. Da lì, come il ramo del ceppo, sento salire la mia linfa vi tale e campagnola. Ma la sua oscura geografia va meglio chiarita così: comune di Albuzzano, mandamento di Belgioioso, provincia di Pavia.
Nella Notizia intorno alle cose di Lombardia, il Catta neo lascia capire che Albuzzano affonda le sue origini nell’età romana della decaden za e prende il nome da Albucius, il colono al quale fu primamente affidato il terri torio da disboscare e da dis sodare, col tacito impegno che la sua plebe salvasse nei se coli fedeltà alla condizione contadina. E il paese, cresciu to in spontaneità su basi pa rentali, cognatizie e agnatizie, la salvò fino agli ultimi del l’Ottocento, gli anni che io venni al mondo. Fino allora era tutto una ruvida massa contadina; anche il sarto, an che il calzolaio e il muratore e il tessitore avevano questo come un secondo mestiere per le stagioni stanche dell’anno; quello vero era il contadino.
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Anche mio padre era contadino, con la qualifica di camparo e fattore che, nella categoria dei salariati e nella considerazione del padrone, pareva un ruolo di qualche millimetro più su; perché co me camparo vigilava i diritti d’acqua della possessione, e come fattore aveva qualche sorveglianza su gli altri ba dilanti che lavoravano con lui. Mio padre era un bell’uomo: più alto che basso, barba e pizzo biondi, occhi allegri e chiari, fare taciturno, virtù che gli veniva dal vivere in confidenza con l’acqua e con la notte, nel chiaro delle no stre lune lombarde. Sotto i trenta, aveva sposato mia ma dre, di famiglia casara o gen te che lavorava il latte tra Gerenzago e Inverno. Man mano che gli nascevano i fi gli, ne scriveva col lapis i no mi e le date sulla pagina in terna della Storia sacra: Ma ria, Giuseppe, Domenico, Car lo, Teresa; i miei fratelli, morti. Ma basta che io li nomini, per sentirmi ancora in cam mino con loro.
I connotati di mio padre ritraevano quelli di mio non no che in quel di Villanterio sulla vecchia strada di Lodi era stato guardia campestre o incaricato di sorvegliare le acque del comune. Vestito di fustagno, girava in stivali la campagna portando in spalla un badile dal manico lungo che, piantato nel mezzo della roggia, gli permetteva di sal tare sull’altra riva per arriva re in tempo a sgomberare un incastro dal fango o a libera re una rana che strillava nel morso della biscia.
La storia dei poveri non va più in là del nonno; è un al bero che porta via poco spa zio. Ma se anche ai poveri è lecito parlare di antenati, i miei erano tutti lavoratori che si ruppero la schiena con la vanga e con la falce lungo le acque della Bassa pavese.
Come tutti i paesi della Bassa, anche Albuzzano sul finire del secolo soffriva di malaria e di pellagra. L’igie ne, per gente che viveva am mucchiata in casottole umide e buie e passava i lunghi in verni al caldo animale delle stalle, era cosa difficile e sco nosciuta. In quanto alla pel lagra, dipendeva dalla nutri zione scarsa e malsana. Pan giallo e polenta erano il cibo quotidiano; per vedere il pan bianco o pane di frumento, bisognava ammalarsi. Non di co patire la fame ma, insom ma, non cavarsela sempre del tutto, era cosa naturale come patire il freddo quando fa freddo; si era poveri, dun que poteva capitare anche questo.
Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele non erano ancora arrivati in paese a dare il no me alle strade, e la sua topo grafia era indicata con nomi di spontanea germinazione lo cale: il Co’ bello, il borgo freddo, lo spiazzòlo, la Croce, il fontanile; il quale era una fontana risorgiva in fondo al paese che, non arginata, for mava un sguazzo, anzi un guado scorrente dietro l’orto prosperoso di zucche e di enor mi girasoli.
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La mia casa era a due passi dal fontanile dove la mattina andavamo a lavarci la faccia, e l’acqua ci faceva da spec chio. Una casupola fatiscente e rannicchiata sotto le sber le dei malanni stagionali e che a forza di filtrar stelle dal soffitto, aveva perso ogni aspetto di abitazione. Ma, fuori della finestra! Campa gna a perdita d’occhio e tutto il cielo e il vento e l’allegria degli alberi, i buoi e i cavalli e gli uomini che aravano nel sole, come una sola razza. Nella memoria e nel sangue del ragazzo, più che il ricor do di quella dura povertà, è rimasto il ricordo di quella bella natura; e fu la sua sal vezza.
L’economia agricola durava ancora a carattere curtense; la corte, o cortile, circondato dal muro, raccoglieva la casa padronale, quelle della servitù, le stalle, la cascina e qualche bottega (falegname, fabbro), e la sera si chiudeva col portone; una difesa invio labile. Così era il paese: un insieme di cortili quanti era no i fondi rustici; bei cortili irregolari dove, allineati con le case, erano i porcili e i pollai, risorse di prim’ordine per l’andamento d’una famiglia povera, in tempi che il danaro era sacro e anche poche lire custodite nel paglione erano un capitale.
La vita si svolgeva tutta in paese, dove le feste religiose avevano una gran parte, e la chiesa ci univa tutti in un comune sentimento di fede Per le piccole compere, c’era la bottega del « Sale, tabacco e generi diversi », e quel che non c’era in paese, si acquistava dai venditori ambulanti barattando spesso la merce con le uova che valevano mezza lira la dozzina, quando erano care. Venire in città (a parte il ritegno che aveva sempre uno di campagna) era un avvenimento, una cosa da grandi, che anch’essi ci veni vano di rado, mettiamo, per trovare la figlia maggiore che era a padrone a lire cinque e cinquanta al mese (più il vitto), o a comprare l’abito da sposa per l’altra da maritare in primavera. Contavano poi d’essere stati a Pavia, come se avessero visto il mondo.
Pochi erano tra gli anziani quelli che sapevano leggere e scrivere, a cominciare, dal pa drone che spesso sapeva fare solo l’o col bicchiere. Ma a vi vere bastava la sapienza di Bertoldo, cosa naturale in ogni campagnolo.
Tutto questo (e l’altro che dirò) aiuta a darci un’idea del paese e della grama vita del contadino della Bassa ver so la fine del secolo; che si vedeva meglio in certe sta gioni. A novembre, per esem pio, sotto San Martino, quan do si rinnovavano o si rom pevano i contratti di lavoro. In quei giorni, si vedevano uscire da questo e da quel cortile uno o due carri dove erano ammonticchiati i pove ri stracci delle famiglie che facevano il trasloco, con le pentole e la madia, il quadro di Sant’Antonio e la piccola scorta di melica; e, seduta in cima, col suo ultimo in brac cio, la madre si voltava in dietro a guardare il paese che li cacciava via. Quelle case in aria, che andavano sotto un cielo d’acqua verso l’avventu ra del nuovo posto e del nuo vo padrone, rompevano il cuore al ragazzo di nove anni che già soffriva come un grande.
La fedeltà al lascito di Albucio, decisamente pesava.
E avvenne che, dopo la grande guerra, nel generale ri mescolamento di genti e di idee, anche al mio paese fu un erompere improvviso della economia industriale che mo dificò l’economia agricola. Ne seguì l’abbandono della cam pagna per la città, nell’illu sione d’una promozione so ciale. Anche i buoi e i ca valli scomparvero dai campi, invasi dai trattori. I rimasti al paese, svincolatisi dal peso del salariato, trovarono forme di lavoro più libere e digni tose. Con le condizioni eco nomiche migliorate nacquero nuove e legittime ambizioni: abbellire la casa d’affitto o di proprietà, mandare i figli agli studi in città e le ragaz ze alla fabbrica. Anche il fon tanile fu chiuso, coperto da case e villette operaie. I fi gli e i nipoti passarono presto nella condizione del benesse re, della vita comoda e agia ta; e nei loro occhi non tro viamo più nessun segno dei nostri stenti e della nostra du ra povertà.
Naturalmente anche gli an ziani che hanno vissuto que ste esperienze, si rallegrano della nuova condizione come di un più giusto e più umano modo di vivere. Pur riserban dosi il malinconico piacere di rimpiangere le virtù dei tem pi poveri, valori paesani per duti per sempre.