Del viaggiare in provincia

di Cesare Angelini
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 24 agosto 1970]

Poniamo, a Pavia, in sant’Invenzio. Il nome, Invenzio o Inventore, si presta agli spassi d’uno storico di periferia che « adora le date » e trova ancora abbastanza fascino nel restauro di un nome: Inven ­zio o Evenzio o Iuvenzio…; chi era costui? Era il terzo vescovo di Pavia, dopo Siro e Pompeo, anch’essi fior di santi. E bisogna dire che nel calendario liturgico abbia una posizione ben salda se, con quel nome di suono piuttosto compromesso, ce l’ha fatta anche nell’ultima epurazione di tanti suoi colleghi; che a qualcuno è parso il cadere di sentimenti e d’affetti cari ai nostri vecchi. Per i pavesi della mia età, via sant’Invenzio era un’altra, era l’attuale via Boezio che prendeva quel no ­me da un tempietto romanico dedicato al santo; e durò fino alla fine dell’Ottocento quando alla città parve giusto onorare il filosofo cristiano intestan ­dogli la via che era sua più   che d’ogni altro, perché lì era la torre nella quale fu imprigionato e morì. E sant’Invenzio, dopo secoli di servizio, diremo così stradale, fu messo a riposo senza nemmeno dirgli crepa. Ma santi come sant’Invenzio   (con quel nome dinamico!) a riposo a lungo non ci stanno, e, qualche tempo fa, fu richiamato in servizio, imprestando il suo nome a questo braccetto di strada che cucisse via Alciato con via san Felice, la grande onomastica di Pavia; un angolo dove la città è rimasta quella del tempo d’una volta: stradette coetanee e riservate, con ciuffi   d’erba   malengra, case fatte su misura d’uomo e col respiro d’un cortiletto, lampioni   discreti per la notte; un senso di rispetto per il passato, per le tradizioni. Dicevo un braccetto di stra ­da, con la rarità di una sola abitazione, segnata col numero 2, perché il numero 1 spet ­ta per antico Decreto Comu ­nale al portello d’un vecchio giardino di cui s’è persa la chiave; uno di quegli usci di legno     imporrito   che fanno fantasticare chi fu l’ultimo a entrarvi e chi fu l’ultima a uscirne.

Comunque, i rapporti di buon vicinato tra il numero 1 e il numero 2 sono assicurati, visto che al numero 1 stanno inquilini non difficili, anzi carini, divertenti: un merlo che la mattina fischia con una fantasia nella quale (e mi dispiace) non si sente più nessuna nostalgia della campagna da cui pure è venuto; una tortora che a forza di gemere per il suo perduto amore, è diventata l’attricetta di se stessa e del vicinato; tanti passeri che, saltabeccando dalla gronda della casa agli alberi, fanno ogni giorno l’inventario delle piante, dei rami e delle foglie; da parere (tanto per fare un pa ­ragone) una lezione di strutturalismo.

Ma poiché Pavia non è una città qualunque, anche uno scampolo di via è intensamente urbano, volendo dire che la città vi è presente con quell’antico indistinto che seduce la mente a suscitare le vicende delle generazioni che vi sono vissute. Scampolo braccetto di strada… Ho detto male; questo è piuttosto uno spazio aperto al respiro dalla chiesa di san Felice che lo domina con una sua po ­tente fiancata; già monastero di suore benedettine fondato da Ansa, moglie di Desiderio re dei Longobardi, che nei suoi ultimi anni â— anni di fascinanti lotte tra ariani e cristiani â— vi si ritirò con altre gentildonne della città e fuori a vivere in povere celle la Regola del Patriarca.

II monumento paleocristiano   è forse il solo esempio in Pavia e dintorni di stile preromanico, che gli intenditori chiamano ravennate o bizantino.     Lesene     e contrafforti scandiscono e increspano il muro â— certo il più bel muro di Pavia â— dove poche finestrette si distribuiscono con sapienza essenziale, come gli occhi e le orecchie nel corpo umano. Un rigore stilistico di fortezza medievale, quale fu veramente: fortezza della preghiera per quelle regali prigioniere di Dio.

Ma la consolazione di via sant’Invenzio, e quasi un supplemento di salute, è il giardino che ne occupa tutto un lato; giardino campagnolo, con quel vago che hanno i giardini un poco trascurati; cinto da un’alta muraglia da cui la vite vergine e l’edera e il glicine fusi insieme, rovesciano i rami rampanti con rustica prodigalità. Insomma, un laghetto verde tra le case; angolo che recupera il silenzio originario della città, formando con tutto il resto un compendio di Ottocento pavese.

E qui finisce la città.

Via Ada Negri – Chi glie l’avesse detto quando diventa ­ta mezza pavese la percorreva spesso e volontieri, che pro ­prio questa via Foromagno, alla sua morte la città l’avreb ­be dedicata a lei, al suo nome! Sarebbe scesa nella tomba con una consolazione di più.

Ada Negri amava questo viottolo che gira attorno alla chiesa di Canepanova dov’ella entrava spesso a riposare la sua vita di donna innanzi a una Madonna che inclinava l’orecchio alle sue parole e al suo segreto pianto.

Ancora in quei giorni, dico nel 1940-’42, la via, ora attri ­stata da una funesta pavimen ­tazione in cemento, aveva un suo allegro selciato con le gui ­de che ne accompagnavano il movimento in continua cur ­va. Comunque, certe penombre mosse da un gioco di quinte,   in cui si mescola l’eco dell’antico nome romano, contri ­buiscono a crearle dentro e dintorno quell’atmosfera di « pavesità » che la poetessa cercava nella presenza delle nostre torri e delle basiliche cinte d’aria incantata e con un senso di perenne volo. Le più alte parole su queste ville di Dio le ha dette lei, in versi e in prosa, e con alcune di esse si può anche pregare. Sentiva la suggestione di queste presenze di puro medioevo, di ritorno all’Anno Mille, di ap ­parizioni solenni.

Però « il cuore » della città, amava cercarlo negli an ­goli popolari dov’è più facile cogliere negli aspetti d’ogni giorno il senso riposto della vita; o nelle contraducce in ­terne dove le case si tengono unite e vicine per difendere la loro intimità e il loro mil ­lesimo contro il piccone della modernità.

Così io la vedo nella mia città, camminare rasente i mu ­ri e improvvisamente fermarsi guardare con interesse una vecchia postierla di convento, l’erba sul sagrato, il bucato steso in un cortile; o porgere orecchio al suono affettuoso d’un organetto. Piena d’anni era, ma ribelle a invecchiare. Diritta e invitta. Pallidissimo il volto, tutto osso e fermez ­za, balenato da occhi grandi bizantini difesi da soprac ­ciglia pesanti. La testa, un ce ­spuglio nevicato; da ricorda ­re, per contrasto, a chi l’ave ­va conosciuta quarantenne, la massa dei capelli neri a rifles ­si azzurri come l’ali dei corvi. Correggeva la persona tozza tracagnotta con movimenti lenti e dominati. Abitavano in quel suo portamento la no ­biltà d’una regina e la fresca audacia della zingara.

E non l’abbiamo vista un giorno d’estate fermarsi a una fontanella di piazza, preme ­re la bocca alla cannella, la ­sciando poi sgocciolare l’acqua per il mento e gettare at ­torno quei suoi occhi magne ­tici, quasi in sfida ai passan ­ti? Ed era bastato quel mo ­vimento poco controllato, per ­ché dalle spalle le si scaricas ­se il peso degli anni, e ci ribalzasse davanti nel suo cor ­petto rosso la vergine venten ­ne, la leggendaria monella di Fatalità e Tempeste.

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