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LETTERATURA: I MAESTRI: Del viaggiare in provincia

19 Febbraio 2010

di Cesare Angelini
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 24 agosto 1970]

Poniamo, a Pavia, in sant’Invenzio. Il nome, Invenzio o Inventore, si presta agli spassi d’uno storico di periferia che ¬ę adora le date ¬Ľ e trova ancora abbastanza fascino nel restauro di un nome: Inven ¬≠zio o Evenzio o Iuvenzio…; chi era costui? Era il terzo vescovo di Pavia, dopo Siro e Pompeo, anch’essi fior di santi. E bisogna dire che nel calendario liturgico abbia una posizione ben salda se, con quel nome di suono piuttosto compromesso, ce l’ha fatta anche nell’ultima epurazione di tanti suoi colleghi; che a qualcuno √® parso il cadere di sentimenti e d’affetti cari ai nostri vecchi. Per i pavesi della mia et√†, via sant’Invenzio era un’altra, era l’attuale via Boezio che prendeva quel no ¬≠me da un tempietto romanico dedicato al santo; e dur√≤ fino alla fine dell’Ottocento quando alla citt√† parve giusto onorare il filosofo cristiano intestan ¬≠dogli la via che era sua pi√Ļ ¬† che d’ogni altro, perch√© l√¨ era la torre nella quale fu imprigionato e mor√¨. E sant’Invenzio, dopo secoli di servizio, diremo cos√¨ stradale, fu messo a riposo senza nemmeno dirgli crepa. Ma santi come sant’Invenzio ¬† (con quel nome dinamico!) a riposo a lungo non ci stanno, e, qualche tempo fa, fu richiamato in servizio, imprestando il suo nome a questo braccetto di strada che cucisse via Alciato con via san Felice, la grande onomastica di Pavia; un angolo dove la citt√† √® rimasta quella del tempo d’una volta: stradette coetanee e riservate, con ciuffi ¬† d’erba ¬† malengra, case fatte su misura d’uomo e col respiro d’un cortiletto, lampioni ¬† discreti per la notte; un senso di rispetto per il passato, per le tradizioni. Dicevo un braccetto di stra ¬≠da, con la rarit√† di una sola abitazione, segnata col numero 2, perch√© il numero 1 spet ¬≠ta per antico Decreto Comu ¬≠nale al portello d’un vecchio giardino di cui s’√® persa la chiave; uno di quegli usci di legno ¬† ¬† imporrito ¬† che fanno fantasticare chi fu l’ultimo a entrarvi e chi fu l’ultima a uscirne.

Comunque, i rapporti di buon vicinato tra il numero 1 e il numero 2 sono assicurati, visto che al numero 1 stanno inquilini non difficili, anzi carini, divertenti: un merlo che la mattina fischia con una fantasia nella quale (e mi dispiace) non si sente pi√Ļ nessuna nostalgia della campagna da cui pure √® venuto; una tortora che a forza di gemere per il suo perduto amore, √® diventata l’attricetta di se stessa e del vicinato; tanti passeri che, saltabeccando dalla gronda della casa agli alberi, fanno ogni giorno l’inventario delle piante, dei rami e delle foglie; da parere (tanto per fare un pa ¬≠ragone) una lezione di strutturalismo.

Ma poich√© Pavia non √® una citt√† qualunque, anche uno scampolo di via √® intensamente urbano, volendo dire che la citt√† vi √® presente con quell’antico indistinto che seduce la mente a suscitare le vicende delle generazioni che vi sono vissute. Scampolo braccetto di strada… Ho detto male; questo √® piuttosto uno spazio aperto al respiro dalla chiesa di san Felice che lo domina con una sua po ¬≠tente fiancata; gi√† monastero di suore benedettine fondato da Ansa, moglie di Desiderio re dei Longobardi, che nei suoi ultimi anni √Ę‚ÄĒ anni di fascinanti lotte tra ariani e cristiani √Ę‚ÄĒ vi si ritir√≤ con altre gentildonne della citt√† e fuori a vivere in povere celle la Regola del Patriarca.

II monumento paleocristiano ¬† √® forse il solo esempio in Pavia e dintorni di stile preromanico, che gli intenditori chiamano ravennate o bizantino. ¬† ¬† Lesene ¬† ¬† e contrafforti scandiscono e increspano il muro √Ę‚ÄĒ certo il pi√Ļ bel muro di Pavia √Ę‚ÄĒ dove poche finestrette si distribuiscono con sapienza essenziale, come gli occhi e le orecchie nel corpo umano. Un rigore stilistico di fortezza medievale, quale fu veramente: fortezza della preghiera per quelle regali prigioniere di Dio.

Ma la consolazione di via sant’Invenzio, e quasi un supplemento di salute, √® il giardino che ne occupa tutto un lato; giardino campagnolo, con quel vago che hanno i giardini un poco trascurati; cinto da un’alta muraglia da cui la vite vergine e l’edera e il glicine fusi insieme, rovesciano i rami rampanti con rustica prodigalit√†. Insomma, un laghetto verde tra le case; angolo che recupera il silenzio originario della citt√†, formando con tutto il resto un compendio di Ottocento pavese.

E qui finisce la città.

Via Ada Negri – Chi glie l’avesse detto quando diventa ¬≠ta mezza pavese la percorreva spesso e volontieri, che pro ¬≠prio questa via Foromagno, alla sua morte la citt√† l’avreb ¬≠be dedicata a lei, al suo nome! Sarebbe scesa nella tomba con una consolazione di pi√Ļ.

Ada Negri amava questo viottolo che gira attorno alla chiesa di Canepanova dov’ella entrava spesso a riposare la sua vita di donna innanzi a una Madonna che inclinava l’orecchio alle sue parole e al suo segreto pianto.

Ancora in quei giorni, dico nel 1940-’42, la via, ora attri ¬≠stata da una funesta pavimen ¬≠tazione in cemento, aveva un suo allegro selciato con le gui ¬≠de che ne accompagnavano il movimento in continua cur ¬≠va. Comunque, certe penombre mosse da un gioco di quinte, ¬† in cui si mescola l’eco dell’antico nome romano, contri ¬≠buiscono a crearle dentro e dintorno quell’atmosfera di ¬ę pavesit√† ¬Ľ che la poetessa cercava nella presenza delle nostre torri e delle basiliche cinte d’aria incantata e con un senso di perenne volo. Le pi√Ļ alte parole su queste ville di Dio le ha dette lei, in versi e in prosa, e con alcune di esse si pu√≤ anche pregare. Sentiva la suggestione di queste presenze di puro medioevo, di ritorno all’Anno Mille, di ap ¬≠parizioni solenni.

Per√≤ ¬ę il cuore ¬Ľ della citt√†, amava cercarlo negli an ¬≠goli popolari dov’√® pi√Ļ facile cogliere negli aspetti d’ogni giorno il senso riposto della vita; o nelle contraducce in ¬≠terne dove le case si tengono unite e vicine per difendere la loro intimit√† e il loro mil ¬≠lesimo contro il piccone della modernit√†.

Cos√¨ io la vedo nella mia citt√†, camminare rasente i mu ¬≠ri e improvvisamente fermarsi guardare con interesse una vecchia postierla di convento, l’erba sul sagrato, il bucato steso in un cortile; o porgere orecchio al suono affettuoso d’un organetto. Piena d’anni era, ma ribelle a invecchiare. Diritta e invitta. Pallidissimo il volto, tutto osso e fermez ¬≠za, balenato da occhi grandi bizantini difesi da soprac ¬≠ciglia pesanti. La testa, un ce ¬≠spuglio nevicato; da ricorda ¬≠re, per contrasto, a chi l’ave ¬≠va conosciuta quarantenne, la massa dei capelli neri a rifles ¬≠si azzurri come l’ali dei corvi. Correggeva la persona tozza tracagnotta con movimenti lenti e dominati. Abitavano in quel suo portamento la no ¬≠bilt√† d’una regina e la fresca audacia della zingara.

E non l’abbiamo vista un giorno d’estate fermarsi a una fontanella di piazza, preme ¬≠re la bocca alla cannella, la ¬≠sciando poi sgocciolare l’acqua per il mento e gettare at ¬≠torno quei suoi occhi magne ¬≠tici, quasi in sfida ai passan ¬≠ti? Ed era bastato quel mo ¬≠vimento poco controllato, per ¬≠ch√© dalle spalle le si scaricas ¬≠se il peso degli anni, e ci ribalzasse davanti nel suo cor ¬≠petto rosso la vergine venten ¬≠ne, la leggendaria monella di Fatalit√† e Tempeste.


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