Deluso in Attica

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 24 aprile 1970]

Atene, aprile.

Incredulo, ripenso alla Gre ­cia e alla Magna Grecia viste in solitudine o con pochi com ­pagni, appena qualche anno fa: l’Argolide a piedi, Olim ­pia, Epidauro, la tomba di Agamennone, la Valle dei templi, Corinto, Selinunte, la colonna di Hera Lacinia a Crotone, la pianura di Paestum; e l’Acropoli, qui, in un bianco e azzurro giorno di neve; e Capo Sunion, il tem ­pio di Poseidon un tramonto d’ estate, con quell’immenso scenario di isole, terrazza sul cuore del mondo, equoreo sperone.

Ahimè, deponiamo il bran ­do: non servono più le paro ­le alate. Oggi torniamo a Capo Sunion con tutte le garanzie che salvaguardano il turismo di massa. E’ il momento di salire in torpedone: Mercedes Benz, ogni volta che tocchiamo terra, adombra il viso del dio. Trenta pullman, o forse più, si sono avviati prima del nostro. Molti altri hanno acceso il motore, si appresta ­no a seguirci. L’Attica, come accade tutti i pomeriggi della buona stagione, si apre a ruo ­te pazienti. Muoviamo.

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La via costiera che percor ­riamo è nuova (o almeno mi era sconosciuta) ed è davvero panoramica sebbene disadatta ai pullman, con i suoi tor ­nanti a picco. Come al solito, si sta stretti nel torpedone, stivati: la maggior parte dei passeggeri, alle prese con il mal d’auto, non parla. Il cielo è coperto, il giorno è ventoso; andiamo verso un tramon ­to programmatico, magnifica ­to dagli opuscoli, che quasi certamente non ci sarà. Gli squarci di paesaggio, se il mio finestrino inclina in curva verso la scogliera, svelano i praticelli smaltati dell’Attica, le brevi distese di sparto che chiederebbero di brillare al sole, e di quando in quando i pini, i lecci, le capre; e un coniglio selvatico in fuga. Il mare si arruffa di creste can ­dide, infido.

Nell’afa e nell’asprezza del viaggio, l’hostess greca, con le spalle volte al guidatore, è lo ­quace. Senza che nessuno la contrasti, fornisce delucidazio ­ni soprattutto edilizie e mer ­ceologiche. Alcuni chilometri fa, lasciando l’aeroporto alla nostra sinistra, abbiamo notato palazzi nuovi, eleganti, provvisti di piccoli parchi co ­munitari? Ebbene quegli ap ­partamenti si affittano a prez ­zi appena credibili: peccato che il rombo dei velivoli a reazione li assordi. Qui, all’op ­posto, lungo la strada panora ­mica, le ville non sono a buon mercato: eccone una semina ­scosta nel verde. Non ha che quattro stanze, non la circon ­da che un terreno di mille metri quadrati: si vende a sessantamila dollari.

No, nonostante questo, la vita non è cara in Grecia; ed è sicura. Avete osservato, men ­tre lo superavamo, un auto ­carro che trasportava cotone? Appunto, appunto: da qualche tempo la Grecia produce coto ­ne, molto cotone, probabil ­mente il migliore del mondo, e il cotone occupa ormai il quarto posto fra le risorse fon ­damentali dell’Ellade, a parte il turismo. Più redditizio del cotone è il vino, poi l’olio; prima di tutto il tabacco. I sigari e le sigarette non sono monopolio di Stato, in Grecia. Lo sono invece i fiammiferi: infatti sulla scatola di fiam ­miferi che ho in mano, mentre la donna parla, mi si offre l’immagine di un soldato in armi, con la scritta «21 apri ­le » â— il giorno della rivolu ­zione dei colonnelli â—, e sullo sfondo un’aquila che si alza da un rogo, un’aurora. I fiam ­miferi greci, non dissimilmen ­te dai nostri, si spezzano con facilità; le sigarette greche re ­stano preferibili a quelle ita ­liane. Sorriderei, se il mal d’auto non me lo vietasse. Da quanti anni non soffrivo mal d’auto? Potessimo aprire un finestrino, empirci il petto del soffio del mare. A un miglio, una nave da carico beccheggia procedendo lentissima con la bandiera spiegata: la voce spiega fieramente che la ban ­diera marittima ellenica ha no ­ve strisce, tante quante sono, in greco, le lettere della parola libertà.

Questa è l’isoletta Patroclou, così chiamata (ci si in ­forma) perché la fortificò Pa ­troclo, non l’eroe di Omero, ma l’ammiraglio di Tolomeo Lagide nel secolo terzo. Af ­frontiamo le ultime curve, le peggiori; ecco la piazzola di parcheggio, ecco Capo Sunion. Scendiamo barcollanti, penso ­si di nozioni inutili, pallidi in volto. Che dirò del tempio di Poseidon rivisitato? Quasi nul ­la; quasi non lo vedo. Le sue dodici colonne superstiti, rigi ­de, arroccate sulla balza che domina il mare, hanno un tono spento, color della pol ­vere. Tutto ha una tinta di polvere, nel vento dell’est che infuria e ci frusta rude. Gli occhi debbono star semichiusi; i passi sono incerti sulle pie ­tre del cammina ­mento che raggiunge il pro ­montorio. Il tempio fu edifi ­cato nell’età di Pericle, ed era un tempio-faro dedicato alla salvezza dei naviganti così co ­me alla pietà del nume che li proteggeva, in questo brac ­cio di mare difficile. Una vol ­ta, in un tramonto d’estate, mi colmò; adesso lo noto ap ­pena. E’ un tramonto di pri ­mavera senza sole, si direbbe senza cielo. Davanti a me non rinasce più lo scenario gremi ­to di isole e di montagne: l’Eubea, le Cicladi, la costa dell’Argolide, la vetta dell’O ­limpo attico e dell’Idra sono scomparse nella foschia. In tal modo la memoria corrode i suoi paradisi. La solitudine, il più arcano dei paradisi, è perduta.

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A un dipresso, cinquecento turisti ci hanno preceduti; un migliaio sbarca dai torpedo ­ni mentre sostiamo; altri tor ­pedoni incroceranno il nostro dopo che avremo ripreso la via per la città. Qui, a Capo Sunion, facciamo, tutti insie ­me, una folla cosmopolita, omogenea nello squallore. Cia ­scuno è indifferente (e un po’ sofferente), ma tutti fotografano. Riconosco varie lingue. Il bar, il negozio dei ricordi, il tabaccaio incassano buona va ­luta. Non c’è letizia, non c’è impeto; molti non ravvisano o non guardano il tempio. Ci so ­no fra i turisti, non capisco perché, parecchie suore, forse alla guida di collegi. Il perso ­naggio più dignitoso è il po ­liziotto, dall’uniforme e dai baffetti di tipo inglese, che parla un cattivo inglese con flemma. E’ altissimo il nume ­ro di trasandate ragazze ame ­ricane, tedesche, scandinave, in microgonna o zerogonna che denuda le cosce possenti. Impossibile un paragone con le ninfe di Diana dagli armo ­niosi ginocchi. La classicità è defunta, chiusa in volumi de ­funti.

Un solo ricordo, una cita ­zione in versi mi illude: « Strette per la mano all’om ­bra / (e nell’ombra anch’io le vedo) / fanciulle dita di giglio / formano un coro di danza. / Nella danza in giro volgono / e begli occhi inna ­morati, / sparse fiottano nel vento / chiome bionde, chio ­me nere ». Ma questo poeta non è che Dionigi Solomos, neo-greco, e la sua corona di fanciulle danzanti, prefigura ­ta, vaticinata negli anni ro ­mantici e ottocenteschi della rivolta, onorava la libertà: una conquista, una speranza ca ­dute.

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