di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, domenica 5 gennaio 1969]
Valdicastello, gennaio.
Fra tanti scempi, un atto d’amore: il restauro della casa natale di Giosue Carducci, un restauro così fedele da passare inavvertito a prima vista.
Questa casupola, in realtà, stava per crollare. Non aveva fondamenta. Il suo aspetto era ed è senza tempo; potrebbe appartenere al Medio Evo o a una favola. La sua architet tura è quella del decoro, certo, e della miseria! si deve a una architettura di questo tipo se i villaggi italiani sono sembra ti immutabili per otto secoli, per dieci secoli, fin quasi ai giorni nostri. Le case dei po veri non avevano fondamenta: cadevano in rovina e poi ri sorgevano uguali, umilmente armoniose. I muratori dei vil laggi hanno ignorato il gotico, lo stile del rinascimento, il classico, il barocco, e ogni stile che man mano arricchisse al trove il primitivo schema ro manico, lo schema dei padri: quello della povertà e della li bertà comunali. Vengono alla memoria (o alla fantasia?) emozioni ormai vuote di sen so: il complesso di queste ca supole formava un presepe di pietra. Ciascuna di queste ca supole guardava Dio.
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I villaggi delle colline sono segnati da ruderi, e sempre più snaturati da costruzioni che scendono lungo le pendici o crescono al posto dei ruderi. La piccola casa di Valdicastello sarebbe un rudere, ormai, se non vi fosse nato un poeta, il quale d’altronde vi crebbe soltanto fino al suo terzo mese di vita. Però, quel poeta era il Carducci e verso la fama del Carducci continuiamo a mani festarci generosi.
Il restauro di una casupola in Versilia, a pochi chilometri da una babele di cemento ar mato, è stato più laborioso della costruzione di un alber go. Mi dicono che il merito dell’iniziativa debba essere ascritto all’onorevole Gui, già ministro della pubblica istru zione; Gui salì a Valdicastel lo per il suo pellegrinaggio carducciano, anni or sono, in compagnia di non so quale funzionario, ed esclamò: « Questa casa crolla, si prov veda ». Si è provveduto. Si sono praticate iniezioni di ce mento alle basi; è stato ri fatto il tetto, dopo che i cop pi erano stati distesi a terra uno per uno e numerati come frammenti di un tesoro d’arte; i muri esterni, i quali slittano, sono stati incatenati con bulloni e chiavarde; sono stati rafforzati i muri interni; si so no ridipinte le pareti.
L’opera è perfetta. E’ per fetta l’illusione di entrare in una casa di povera gente, in un giorno di gennaio che non appartenga al 1969 bensì al 1835 o anche al 1768, la data che si legge su un davanzale di marmo lucidato dal restau ro, l’anno di nascita dell’abi turo. L’abituro è come nuovo. Le tinte delle pareti hanno una loro grazia: sono rosa o verdi su zoccoli bianchi o grigi, con soffitti calcinati di bianco. E’ una casa minuscola. Due stan ze al pianterreno â— una cuci na, un tinello â— e poi, salita una scaletta di pietra, due camere al primo piano, con uno stanzino che, secondo una locuzione odierna ma impro pria, chiamerò gabinetto. E’ una minuscola casa senza vi ta, a parte la vita che può in fonderle la nostra pietà.
Ma quale pietà, in quale sogno? Molti fra i lettori di queste righe hanno senza dub bio compiuto il loro pellegri naggio carducciano, come l’o norevole Gui; e sanno che la casa di Valdicastello non è un luogo ispirato. E’ un luo go con lapidi commemorati ve, monumento nazionale dal 1907, il che non ha grande importanza. Un giardino esi guo è annesso alla casa; nel giardino i lauri, una stele, busti marmorei raffiguranti il poeta, un’altra lapide che tra scrive il sonetto giovanile « Peregrino del ciel garrulo a volo », il confine libero verso il torrente. Tutto ciò non ba sta a evocare un uomo. La presenza dovrebbe nascere in noi dalla casa e nella casa. Invece sappiamo che i genito ri del Carducci abitarono qui pochi mesi, cosicché la nonna Lucia non raccontò nessuna fiaba a Giosue durante le ve glie invernali. Sappiamo che i mobili della casa, pur mode stissimi, non sono i veri: forse neanche il letto donato dalla figlia del poeta Libertà, nel quale dicono che adagiassero il neonato sul saccone di fo glie di granturco, neanche questo letto forse fu del poeta.
In una scansia si serbano pagine e pagine di album con le firme dei visitatori, in uno scaffale i volumi in cattivo stato dell’opera omnia di Gio sue Carducci, a una parete la fotografia (nitidissima) dei funerali bolognesi di Giosue Carducci, onorati dal conte di Torino in alta uniforme con pennacchio. Si tratta di memorie rispettabili, magari commoventi, ma io cedo a un’al tra pietà.
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È, come dire, la devozione all’inverno, alla terra, alla sera che cade, alla malinconia di questo paesaggio, e all’uomo. La casa dell’uomo, se penso a quando le case degli uomini guardavano Dio; e chissà che adesso non cerchia mo ancora Dio, inconsapevoli.
« Sì; abbiamo la televisio ne, però la riceviamo male. Vede: bisognerebbe che l’an tenna fosse piazzata sulla testa del Carducci, nel busto in giardino », dice la custode.
Sorridiamo insieme. Io vor rei saper chiarire che cosa si gnifichi oggi cercare Dio; se lo sapessi, Lo avrei trovato. Alla custode dico soltanto: « Fa molto freddo qua den tro ». Fa molto, molto freddo, l’umido penetrante delle case disabitate ma calcinate di fre sco. Bisognerebbe accendere un fuoco. Cominciare a vive re qui: nessuna antenna di te levisore sulla testa del poeta, nessuno schermo televisivo in salotto. E’ necessario che la casa si scaldi, con un grande fuoco che divampi nel cami no. L’acqua dovrà bollire nel la pentola di rame; più tardi avremo la nostra polenta di castagne. Ha peso che questa sia una sera di gennaio del 1969? Ha senso che io davve ro non sia un uomo del 1835, medico della miniera, con una moglie e un figlio bambino, e che le mie avversioni politi che non prendano di mira il Granduca di Toscana? Sono un uomo in una casa oscura e questa è una sera d’inverno. Se mi affaccio a una delle fi nestre di questa casa, il pae saggio di Valdicastello â— po che altre case simili alla mia, la chiesa, le forre verdi che degradano, qualche fascia lu minosa di prato, il torrente impuro per gli sgorghi della miniera â— non ha lusinghe che non siano i vantaggi ele mentari del mio ricovero in terra.
Non sono felice né infeli ce: esisto. Ignoro a quale sor te sia chiamato mio figlio, non ricordo il nome dei miei avi. So appena che il mio stesso esistere è un pellegrinaggio. I fatti degli uomini sono pre destinati in alto, chissà, piut tosto che giudicati. La pieve di San Giovanni e Santa Fe licita, a un miglio da qui, è stata edificata mille anni or sono: qualcuno sa che nel l’autunno del 1968, in una tempesta, un fulmine ne incendierà il campanile. A po chi passi da quella pieve, in una radura, quattordici uomi ni saranno fucilati senza un perché da altri uomini in uni forme, nel 1944. Qualcuno forse sa queste cose e tutti gli eventi dell’avvenire; forse stasera veglierà sul nostro son no nella notte di gelo.