di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 23 settembre 1969]
Mi parlano di Beppe An geli; mi mostrano la sua fotografia, bell’uomo, anziano, con una faccia leale. E’ ve stito da fattore a festa e ha stivali lucidi. Invece era guardiacaccia, un misantropo: vi veva solo, in una capanna nel bosco di Montepescali. Forse era vedovo, forse scapolo. Pe rò, aggiungono, questo Beppe non era esattamente un mi santropo, piuttosto un con templativo. La sua capanna, rudimentale in apparenza, of friva qualche comodità, indi spensabile alla poesia.
Appunto: Beppe Angeli era un poeta, ignorato. Il suo mo do di vivere â— nella solitu dine silvana e georgica â— fu poetico, perché consapevole anche se tacito. Beppe ha scrit to un’unica poesia, un sonet to che zoppica un po’ (nes suna meraviglia, molti lo cre devano analfabeta) e che affi da a parole non sempre ma nierate, un’emozione orgoglio sa, ma del tutto pura. « Questa capanna passerà alla sto ria – benché sia in un posto desolato », comincia il sonet to. E si chiude: « Qui fischia il merlo canta l’usignolo – dal folto bosco stride la ghian daia – si sente poi muggir la vacca il toro – e il cane della guardia che ti abbaia. – Que sto linguaggio a noi tanto gen tile – solo gente del bosco può capire ».
« Questo linguaggio a noi tanto gentile »: se approfon dissimo nel contesto l’analisi di gentile stabiliremmo che l’uso e il peso di questo ag gettivo, qui, non potrebbero essere se non maremmani, per una scabra (ma stranamente femminea) dolcezza. La dol cezza maremmana è in buona parte da scoprire, e credo che La capanna di Beppe figure rebbe con vigore di esempio nell’antologia che Aldo Maz zolai ha ora dedicato alla poe sia popolare della sua terra. Comunque non insisterò sul lessico del guardiacaccia poe ta. Conta che quel sonetto, in una pagina ingiallita di qua derno, fosse serbato nel por tafoglio di Beppe come una carta di credito o un’imma gine devota. Fuori della fo resta un giorno dell’aprile pas sato, un’automobile ha tra volto Beppe Angeli lungo la via di Roccastrada. Superfluo insistere sulla contrapposizio ne: la crudele volgarità della macchina, l’innocenza dell’e remita, E’ come un bozzetto, fra i soliti bozzetti toscani dell’« omo salvatico »; ma Beppe Angeli ignorava la de primente letteratura in pro posito, e, in genere, tutta la letteratura. Scrisse per sé so lo il suo solo sonetto. E’ sta to un poeta fedele.
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In un’altra dimensione, tro vo un altro esempio di fedel tà maremmana. O, prima ancora che maremmana, fedeltà (stilistica, sentimentale) a un mondo fantastico, insieme, e morale. Stavolta siamo di fronte a un romanzo, fiero di un proprio valore di coerenza che tocca la cocciutag gine. Il romanzo si intitola Maramd; ce lo propone l’e ditore Barulli. L’autore è An tonio Meocci, grossetano, esi liato a Roma, non dimenti cato fondatore della rivista Ansedonia che uscì (ma non prosperò) in Maremma « per testimoniare il nostro senti mento di amore alla poesia e collegarci dal fondo della no stra provincia alla cultura na zionale nel momento in cui cominciava a prendere co scienza di essere; “altro” dal fascismo ». Queste parole, che mi turbano svegliando un di menticato tremore dell’adole scenza, sono di Geno Pampaloni che ha preposto a Maramad un’avvertenza effusa, e circostanziata.
Colpisce, dicevo, la capar bietà di Meocci, la sua dedi zione irta di scrupoli al libro Maramad. Quattro stesure, la prima delle quali risale al 1940. Questa del 1969 â— e si sono consumati trent’anni: una vita, l’esilio â— vede finalmente la luce, con variazioni forse minime, ma dopo un alternarsi di pene, un lavorio di lima che debbono essere stati strenui, non senza la meditazione e il ripudio di consigli autorevoli (Vittorini, Noventa), per i quali, immagino, è cresciuto e poi si è placato un rovello.
Ed ecco dunque Maramad, favola dal « bellissimo movimento di fantasia » come scri ve il suo prefatore. Maramad è un cocchiere « sproporzio natamente alto, magro, con un viso paffuto di bimbo »; la sua favola â— sullo sfondo di una « rivoluzione » senza tem po che lo coinvolge e lo vede inopinatamente fra i capi del l’ordine nuovo â— è quella del suo amore infelice per una donna, infine del proprio sui cidio. Il paesaggio della fa vola, volutamente indetermi nato, non lo è al punto che non lo si sappia riconoscere: quell’aria bianca, quegli alti piani sassosi, quei quadri in un’acqua limpida e grama, le pecore, le alberete della col lina, i pioppi verdi e grigi, lo sfrenarsi dei cavalli al galoppo. E’ la Maremma, non la più pittoresca ma la più ari da, la Maremma interna e se greta.
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Un giudizio sul libro di Meocci è difficile. Vi si re spira l’atmosfera di un’altra stagione, un’altra moda: pre- ermetica, addirittura novecen tista. Qua e là, forse, affiorano certo Bontempelli, certo Soffici, un’eredità del surrea lismo italianizzato. (Di con tro, il lungo brano che segue Maramad e che ha per titolo Norma, recentissimo, mostra un Meocci tutto diverso, di ligentemente alle prese con l’informale). Ma non ho dub bi che per valutare Meocci sia necessario rifarsi a Pampaloni, alla sua testimonianza non meno che alla sua sottigliez za. Lo citerò non brevemen te: nella testimonianza di Pampaloni, disincantata e ap passionata, si specchiano la storia di molti scrittori, la lo ro verità, il loro eventuale scadimento, la rassegnazione, la nostalgia, la lotta perché sopravviva in loro una ma remma, non importa quale maremma del cuore. Il discor so, che si pone come « ge nerazionale », riflette, io cre do, una dissipazione necessa ria (contraddetta da pochi) e perenne.
« Maramad è una figurazio ne esistenziale: il viaggio, l’a more, l’avventura imprevista in un paesaggio quasi di so gno dicono quando la vita è piena di attesa, di voglia di vivere. Nella prima parte del libro riconosco quell’atmosfe ra di trent’anni fa, quell’attizzarsi meraviglioso dei sen timenti nel sogno. E la rico nosco anche nei difetti della seconda parte, meno riuscita, come riprova della immaturi tà della nostra cultura di al lora. Dove il libro si affaccia al romanzo, dove esce dalla felice risonanza della purez za fantastica, cede. Nel pun to dove il sentimento lirico incontra la storia, è lo scac co. Tutto questo si legge per trasparenza nel racconto di Meocci, che non punta sul me stiere ma sulla passione. Il suo vero tema, com’era pro prio della nostra generazione, è una confessione di poesia ».
« Norma ce lo conferma. Lo scrittore si è fatto più esper to, nella sua pagina è entra ta la dimensione del tempo. Ma la sua capacità di poesia si concentra là dove il tempo è di nuovo immobile, dove non c’è psicologia, avveni menti, intrecci, ma commemo razione, elegia, promessa di purezza alla vita. Il senti mento lirico è tutto, per Meoc ci: moralità, impegno politico, memoria. E’ un sentimento che non ha potenze vicarie, che non delega nulla di sé. Meocci sconta, come molti di noi, un’educazione letteraria troppo esclusiva, cresciuta at torno a una piaga autobio grafica: l’autobiografia, il suo strazio, sentito come unico possibile esorcismo contro i mali del mondo. La nostra generazione può scrivere soltanto una questione privata ».