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LETTERATURA: I MAESTRI: Eliot. La raccoltina del giovane Thomas

28 Luglio 2015

di Gabriele Baldini
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 41, gioved√¨, 12 ottobre 1967]

A due anni e passa dalla morte di T. S. Eliot, la sua casa editrice, la Faber & Faber, pubblica i primi inedi ¬≠ti, i Poems written in early Youth, e cio√® le poesie scritte nella prima giovinezza, i primi peccati, quelli che nessuno si sognerebbe di non assol ¬≠vere. E che questi si potessero assol ¬≠vere dovette crederlo lo stesso poeta, in vita, perch√© proprio inediti non sono: difatti una preziosa edizione di dodici copie numerate era stata stam ¬≠pata dal suo amico e collaboratore John Hayward √Ę‚ÄĒ colmo di brividenti raffinatezze! √Ę‚ÄĒ presso un editore sve ¬≠dese, a Stoccolma, nell’inverno del 19o0. Ed Eliot non solo aveva dato il consenso, ma aveva addirittura rive ¬≠duto il testo.

Nel frattempo, √® morto anche Hay ¬≠ward √Ę‚ÄĒ benemerito, in specie, degli studi su John Donne √Ę‚ÄĒ e la vedova di Eliot nel rendere venale l’edizio ¬≠ne di codesti versi giovanili, si scusa col dire che questa servir√†, se non al ¬≠tro, a correggere lo sconcio di edizio ¬≠ni piratesche che circolarono clande ¬≠stinamente di poi. E’ curioso che di codeste modeste prove si pensasse a fare un’edizione clandestina, ma tant’√®: la rarit√† della cosa ebbe la meglio sul suo valore.

Si tratta in gran parte di esercizi prosodici √Ę‚ÄĒ sarebbe errato definirli diversamente √Ę‚ÄĒ composti fra l’inver ¬≠no del 1904 e la primavera del 1910, quando Eliot, fra. i sedici e i ventidue anni, faceva quel che corrisponde al nostro liceo e alla nostra universit√† alla Smith Academy di St. Louis, Mis ¬≠souri, dov’era nato, e poi ad Harvard. E difatti l’intrapresa sa molto di li ¬≠ceo, e si spiega cos√¨ la presenza di imitazioni da Ben Jonson e da Byron: le prime competenti ed eleganti, le se ¬≠conde sull’orlo della parodia, forse in ¬≠conscia. Pi√Ļ profumate, perch√© pi√Ļ ingenue √Ę‚ÄĒ ma anche, bisogna rico ¬≠noscere, pi√Ļ maldestre, con un ritmo pestante e con immagini che non san ¬≠no liberarsi dal banale √Ę‚ÄĒ, sono le quattordici stanze di ¬ę At Graduation 1905 ¬Ľ, che furono recitate dallo stesso Eliot diciassettenne alla festa della distribuzione dei diplomi. Rileggen ¬≠dosi, con un sorriso d’indulgenza, nel 1943, il poeta rilevava in una lettera all’amico Hayward che i voti com ¬≠mossi per il futuro del nuovo secolo e quelli per il futuro della sua scuola dovevano andare entrambi naufraga ¬≠ti: quasi emblema l’un fallimento del ¬≠l’altro, la Smith Academy chiuse i battenti qualche anno dopo il diplo ¬≠ma di Eliot per mancanza di scolari.

Quel che meraviglia √® la generici ¬≠t√† di tutto questo: degli entusiasmi del 1905 e delle preoccupazioni del 1943. Si sente, nell’un caso e nell’al ¬≠tro, il giovinetto tenuto nell’ovatta che ha paura di guardare addentro al ¬≠le cose, un giovinetto presto invec ¬≠chiato per i morsi di una amarezza della quale non √® mai riuscito proprio bene a spiegarsi le ragioni. Natural ¬≠mente quel che il lettore d’oggi √Ę‚ÄĒ che guarda alla materia ormai in modo distaccato √Ę‚ÄĒ pu√≤ soprattutto isolare e gustare √® proprio quel tepore d’ovatta, quella sicurezza sul punto di. naufragare.

Cinque anni dopo, in un’odicina ela ¬≠borata e laboriosa Scritta probabil ¬≠mente per la laurea, all’atto di con ¬≠gedarsi da Harvard, Eliot lascia di ¬≠sperdere pur quel poco profumo che volteggiava attorno al diploma: il vento in poppa √® solo quello dell’ora ¬≠toria e l’unico interesse √® semmai nel ¬≠la forte connotazione classista che questi versi denunciano: la fierezza ottocentesca per l’aristocratica vec ¬≠chia Alma Mater sulle sponde atlanti ¬≠che del Massachusetts. Ma certo, in questi versi Eliot non solo non si ri ¬≠vela precoce ma direi che rifiuti anco ¬≠ra di farsi riconoscere, di abbandona ¬≠re accenti personali.

La raccoltina ha tuttavia un suo in ¬≠teresse documentario: in una poesia che la conclude intitolata alla morte di Santo Narciso, e scritta probabil ¬≠mente attorno allo stesso periodo in cui fu composto il Canto d’Amore di J. Alfred Prufrock (1911), e cio√® la prima importante affermazione poeti ¬≠ca di Eliot, si leggono gi√† cinque versi √Ę‚ÄĒ e precisamente quelli d’aper ¬≠tura √Ę‚ÄĒ che andranno poi a collocar ¬≠si, a incastonarsi, vien fatto di dire, con minime variazioni, nella Terra Desolata (vv. 25-29). Alla fine di que ¬≠sto periodo puberale, Eliot aveva gi√† individuato un nucleo della sua ope ¬≠ra maggiore (¬ę C’√® ombra sotto que ¬≠sta roccia rossa (Vieni all’ombra di questa roccia rossa) e ti mostrer√≤ qualcosa di diverso dalla tua ombra che fin dal mattino ti cammina dietro e dalla tua ombra che a sera si leva per venirti incontro. ¬Ľ Di qui si ini ¬≠zia un lungo cammino, e anche se il momento non √® attinto per intero e anzi √® lasciato subito sprecare, il re ¬≠cupero di dieci anni dopo ripagher√† largamente dell’occasione mancata.

Santo Narciso √® piuttosto un eser ¬≠cizio nello stile dello Yeats bizantino, con i simboli che sfuggono di con ¬≠tinuo alla loro responsabilit√† in un gioco forse pi√Ļ amabile e frivolo che irritante: ¬ę E cos√¨ divenne un balle ¬≠rino di Dio. E poich√© la sua carne era innamorata delle frecce di fuoco, egli prese a danzare sulla sabbia ardente fino a che le frecce non giunsero. E mentre le abbracciava, la sua pelle bianca si arrese al rosseggiare del sangue, ed egli fu soddisfatto. Ora √® verde, secco e macchiato dall’ombra della sua bocca ¬Ľ. Quest’ultima meta ¬≠morfosi segue quelle in albero dalle radici e dai rami che si carezzano vo ¬≠luttuosamente da se stessi, quella d’un pesce dalle scaglie lucenti e quel ¬≠le addirittura d’una fanciulla violata in un bosco da un vecchio ubriaco che infine conosce il gusto della pro ¬≠pria bianchezza e l’orrore della sua propria levigatezza. E’ un tipico ri ¬≠chiamo all’ovatta di cui s√¨ diceva pri ¬≠ma, eseguito con scaltrezza e dottri ¬≠na: il verso, sciolto dagli obblighi di piedi rime e disegni stanz√†ici si fa pi√Ļ duttile e flessibile.

Ma dovette avere un senso che Ezra Pound, il quale promosse la pub ¬≠blicazione del Prufrock, non parve ‘in ¬≠coraggiare quella del contemporaneo San Narciso: √® stata trovata una man ¬≠data di bozze del componimento che prova come ne fosse progettata la pubblicazione nella medesima rivista Poetry, diretta da Harriet Monroe, ma una nota manoscritta dello stesso Eliot ci informa che il testo non vi ¬≠de poi la luce. La reticenza dovette essere dettata, com’io credo, proprio da un confronto con Prufrock, un Narciso moderno non solo tanto pi√Ļ complesso e polivalente, ma soprat ¬≠tutto affiorato all’immaginazione con tanta maggior semplicit√† e schiettez ¬≠za. In un certo senso, Eliot √Ę‚ÄĒ o anche Pound? √Ę‚ÄĒ dovettero sentire che gli sdilinquimenti del Narciso sprovve ¬≠duto erano troppo poco frivoli, troppo insufficientemente corrotti. Quando, sporto sul ruscello, Narciso riconob ¬≠be le fattezze di Prufrock dovette ab ¬≠bandonare l’altra spoglia troppo esangue al suo destino di inedito.

Difatto, la gemma di questa raccol ¬≠tina √Ę‚ÄĒ se di gemma si pu√≤ parlare √Ę‚ÄĒ √® l’esercizio pi√Ļ scoperto della frivo ¬≠lezza in un Humouresque facilino che si riconosce imitazione e variazione da Laforgue, e precisamente dalla se ¬≠conda stanza d’una Locution de Pierrot, che lamenta la morte dell’eroe lu ¬≠nare per un ¬ę chronique orphelinisme ¬Ľ, concludendo che ¬ę C’√®tait un coeur plein de dandysme / Lunaire, en un dr√≠¬īle de corps ¬Ľ. Ma il risulta ¬≠to, anche qui, √® pi√Ļ vicino a Yeats, √Ę‚ÄĒ non a quello bizantino ma quello acquerellante dei versi Upon a Dying Lady √Ę‚ÄĒ, che non a Laforgue, proprio perch√© in qualche modo, come in quelli, si sente una nostalgia non appagata verso il modello. Nell’epicedio per la marionetta morta c’√®, infatti, una traboccante sincerit√† che agli altri componimenti del volume √® nega ¬≠ta. Vers de societ√© che magari non avranno la leggerezza e la grazia delle cose supreme di Matthew Prior, ma che certo per la provincia americana in cui respirava Eliot al momento in cui li ritrovava sulla punta del suo pennino, rappresentavano la lenta conquista d’uno stile.

E’ un gran peccato che Eliot non conoscesse l’italiano. Se ne scusava sempre, a onor del vero, in specie quando qualcuno, in conversazione, accennava ai suoi scritti su Dante, che aveva intravisto baluginare ap ¬≠pena attraverso la versione con testo a fronte del Carlyle nei ¬ęTemple Classics ¬Ľ dell’editore Dent. Se avesse sa ¬≠puto tanto d’italiano da godere un po’ di nonna Speranza e un po’ di signo ¬≠rina Felicita sarebbe andato soprat ¬≠tutto l√¨ a piluccare t√®ssere consisten ¬≠ti per la sua mitologia giovanile. Que ¬≠sto Pierrot si fa leggere con gusto, ma non √® intravista n√© la prospettiva tragica di Laforgue n√© il divertimen ¬≠to anacreontico di Gozzano.

E’ ancora solo una mezza aspirazione: pure bisogna riconoscere che non √® prodotta da saturazione lette ¬≠raria ma innocentemente e schietta ¬≠mente seguitata da un istinto cui la giovinezza presta tutta la sua goffag ¬≠gine ma anche il suo nerbo.


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