di Gabriele Baldini
[dal “Corriere della Sera2, giovedì 6 febbraio 1969]
Il canone dei classici con temporanei si va accrescen do anche se non propria mente arricchendo. E’ di ieri la pubblicazione di un inedi to di Joyce; oggi abbiamo no tizia di inediti di T. S. Eliot. Il Times Literary Supplement, oltre la notizia, pub blica la fotografia di tre pa gine di codesto inedito dalle quali ci si può fare un’idea della natura del reperto. Il tutto è esibito in una mostra di carte eliotiane alla Public Library di Nuova York.
Un manoscritto, che si cre deva perduto, conterrebbe la prima stesura della Waste Land prima che fosse pareg giata e mondata per sugge rimento dell’amico e mèntore Ezra Pound. Inediti, insom ma, che non avrebbero l’im primatur dell’autore. Ma tant’è: anche gli scarti, anche le briciole, anche quel che per decisione meditata degli stes si poeti dovrebbe restar se greto, se siano in giuoco dei valori autentici ed eloquenti – è il caso dell’Eliot – è naturale che si tesaurizzi, se non altro per dar modo agli studiosi di ricostruire gli stemmi, le proliferazioni del le immagini, di indagare le vie misteriose per cui il poe ta raggiunse la struttura ac cettata.
Anche da quel poco che se ne può congetturare dai frammenti pubblicati, il caso di queste che si potrebbero chiamare « espunzioni » dal la Waste Land sembra a me più interessante che non quello sollevato dalla pubbli cazione del Giacomo Joyce; e soprattutto perché la Wa ste Land è un’opera centra le della nostra cultura, em blematica di tutto un modo di sentire l’esperienza uma na che si diffuse, anche gra zie a quel poema, in tutta l’intellighentzia occidentale fra le due guerre. Nel 1922, la Waste Land denunciava e insieme cantava, con quel mi sto di allarme e di snobismo, di apocalisse e di fumisteria che è cosi caratteristico di Eliot, il progressivo inaridi mento della linfa vitale della nostra civiltà. Degli splendo ri del passato non restava che un mesto straziante ri cordo nella Waste Land, in quella che, come suggerì Re nato Poggioli, si sarebbe do vuta chiamare, con l’avallo di Dante, il « paese guasto », meglio che non la « terra de solata », etichetta che tolse la prima e migliore traduzio ne italiana, quella del Praz (1932). Il titolo dipoi invalso di Terra desolata tende in fatti a romanticizzare il ca so mentre il testo ci raccon ta di esperienze crude e sgra devoli, dure scabre e non ri solte. Del resto, l’intitolazio ne al « paese guasto » non dovette venir subito all’Eliot, che poi la confessò derivata da From Rìtual to Romance dell’antropologa Jessie L. Wetson: il primo titolo era un altro, e le due sezioni di questa stesura rifiutata, che portano già i titoli definiti vi de La sepoltura dei morti e Una partita a scacchi s’in tendono come parti di una unità intitolata, invero stra namente, He does the police in different voices, un’espres sione gergale che si potrebbe intendere sia « Egli raggira » che « Egli interpreta la poli zia con voci diverse ».
Anziché con i versi memo rabili: «L’aprile è il più cru dele dei mesi: genera – Lillà dalla terra morta, mescola – Ricordo e desiderio », che chiaramente alludevano al l’inizio del prologo ai Can terbury Tales del Chaucer: « Quando l’aprile con le sue dolci acquate – Ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo », Eliot aveva intona to il suo poema su di una coloritura dimessa e squalli da: una nottata di sbornie, un night club, un tamburo sfasciato, l’incursione in un bordello e persino un police-man che arresta i buontem poni perché sorpresi a span der acqua in luogo non depu tato. L’episodio, bisogna dire, è senza distinzione: non già per il tema – che il poema svilupperà con ben altra ric chezza di echi e rifrazioni nei versi sul pub e in quelli sulla dattilografa nelle sezio ni II e III – ma piuttosto per l’esecuzione senza mor dente. I versi son cancellati sul dattiloscritto con un de ciso frego di matita e se a guidar la mano dell’Eliot fu il Pound, certo non si può disapprovarlo. Pure, ometten do quel passo si viene a per dere una prospettiva che po té avere un suo significato: il protagonista della baldoria è un old Tom, un « vecchio caro Tom » e sarebbe l’uni co caso in cui Eliot adopera nel poema il proprio nome nella forma con cui gli si indirizzavano gli intimi. Sa rebbe l’unico accenno al ca rattere autobiografico del l’opera: un autore pensa sem pre due volte prima di met tere a un personaggio il pro prio nome. Che è il caso an che di Giacomo Joyce.
Minore è l’interesse della prima stesura della seconda parte, che presenta rifaci menti e cancellazioni, sem pre per il meglio. Qui alla calligrafia di Eliot si mescola con una certa invadenza quel la di Pound. A una nota di questi che suona: «troppo brutto, è il punto più fiacco » corrisponde la cancellatura d’un intero verso. Altrove Pound osserva che tre versi pestano un po’ troppo: con omissioni e spostamenti e im prestiti di parole, Eliot ren de il luogo meglio snodato. Ma vi sono anche insoffe renze di Pound che non ricevono risposta. La nota che richiama a Pound il nome del poeta romantico T. L. Beddoes a proposito del v. 118, dimostra che Pound non conosceva la fonte ultima da cui Beddoes aveva tratto la immagine, ch’era nel dram maturgo elisabettiano John Webster: difatto Eliot riconoscerà quest’ultimo prestito nelle note al poema.
Di gran lunga più interes sante è una pagina che ri produce un venticinque ver si dipoi omessi dalla IV se zione, Morte per acqua, che si ridurrà appena a dieci ver si con l’episodio di Fleba fe nicio. Eliot aveva pensato a qualcosa di molto più gran dioso. Ecco i versi in una traduzione letterale: «E così l’uomo trasse le reti e rise e pensò – Alla casa ai dolla ri al dolce violino – Al locale di Marion Brown alle ra gazze al gin. – Io non risi. – Perché una improvvisa raffi ca di vento – Mi abbatté. E poi si rafforzò in fortunale. – Perdette due barche da pesca. E un’altra notte – Stette a guardarci mentre filavamo, con la vela di prua uscita di bordo – verso nord. Bal zando sotto invisibili stelle. – E quando la vedetta non po teva più udire – Per il mug ghiare delle onde marine – La nota più aspra dei fran genti sulla scogliera – Sa peva che avevamo superato le più lontane isole del set tentrione. – E così nessuno disse più nulla. – Mangiam mo dormimmo bevemmo – Caffè caldo, montammo la guardia e nessuno osava – Guardare gli altri in viso e parlare – Nell’orrore dìi un grido senza fine – Dell’inte ro mondo attorno a noi. Una notte, – Mentr’ero di guardia mi parve di vedere agli al beri di prua – Tre donne chine in avanti con bian chi capelli – Ondeggianti sulla nuca che intonavano con voce più alta del vento – Un canto che stregò i miei sensi, mentr’io – Ero spaven tato oltre la paura, inorridi to oltre l’orrore. – (Nulla v’era di reale) perché pensavo: ora quando – Voglio, posso sve gliarmi e metter fine al so gno ».
Oltre quello di Coleridge si sente il fantasma di Conrad, del quale Eliot aveva ado perato per epigrafe alla Wa ste Land una citazione da Cuore di Tenebra, che poi Pound gli fece togliere. Più sotto, al momento in cui il vascello si scontra con un iceberg, ricorrono questi ver si: «Mio Dio, ci son sopra degli orsi – Non c’è scampo. Casa e madre. – Dov’è uno shaker per il cocktail, Ben? qui c’è gran quantità di ghiaccio tritato; – Ricordati di me. – E se qualcun Altro sa, io so che non so – Io che so solo come adesso non vi sia più alcun rumore ». E qui si sente, all’incontro, la fon te prediletta da Eliot: Laforgue. Ci son luoghi restati poi nel poema, che a me sem brano inferiori a questo. Ma anche questo non andò spre cato del tutto, perché Eliot ne sfruttò qualche materia le in Marina e nei Dry Salvages, terzo « quartetto ».
Tutti sanno, naturalmen te, che la Waste Land è de dicata a Ezra Pound defini to, per l’occasione in italia no: « il miglior fabbro ».
Eliot senza Pound
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