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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Il mio Aldilà. 2 – Martino

25 Luglio 2016

di Bartolomeo Di Monaco

Quando il piccolo Oro si svegliò nel suo rifugio sui monti, come tutti i bambini della Terra si stropicciò gli occhi, stirò le braccia, e spalancò la bocca in un grosso sbadiglio.
Si sentiva fresco, riposato, con una gran voglia di fare.
Attorno non era cambiato nulla. Stavano ancora lì i suoi castagni, con i cardi sparsi dappertutto sul prato, aperti, infradiciti dalla pioggia autunnale; e il suo cuore s’infiammò di nuovo di amore per gli uomini.
Voleva fare qualcosa di importante per loro, che rimanesse come un segno perpetuo di speranza, tale da recidere sul nascere il dolore.
L’occasione venne.
Poco lontano, un tale di nome Martino, ancora nel vigore degli anni, era morto, e nella chiesa del paese si stava celebrando la Messa funebre, la vedova e i figli erano intorno alla bara coperta di fiori.
Il sacerdote, giunto all’omelia, predicava che il mistero della morte ha due facce e agli uomini è dato constatare solo ciò che si può toccare, vedere; ma l’altra faccia, quella della resurrezione, resta affidata alla fede; solo chi ha fede può vedere anche al di là.
Riusciranno i figli, pensava Oro, a capire fino in fondo la verità di queste poche parole, semplici, ma così forti da poter restituire serenità ad una famiglia mutilata, smarrita, affranta, forse piena di risentimento?
E decise così, all’istante, di dare una mano agli uomini a capire, entrare dentro questo dolore, vincerlo con la fede.
Il prete stava ancora spiegando il mistero della morte, vi metteva tutta la passione del credente che sa di dire il vero ma ne intuisce la difficoltà, quando all’improvviso la vedova e i figli videro apparire sopra di loro, proprio all’altezza della cupola dell’altare, il povero Martino.
Stava per uscire da una coltre di nebbia dentro la quale si muoveva a fatica, teneva le mani in avanti come per prevenire un ostacolo; non aveva più indosso l’abito della sepoltura, eppure sembrava vestito, ma di che cosa non si riusciva a capire.
Il piccolo Oro si avvicinò a lui.
Martino lo sentì prendergli la mano, lo scrutò:
«Chi sei? »
«Un momento fa ero accanto ai tuoi, in quella grande chiesa del tuo paese. »
Andarono per il cielo.
«Ti farò vedere tante cose » disse Oro.
Camminarono molto; dovunque, gruppi più o meno numerosi di persone erano intenti alla conversazione, al passeggio.
Qualcuno li salutava.
«Guarda laggiù! » esclamò ad un tratto Oro, e indicò una figura magra che, seduta, teneva banco in mezzo a molti uomini.
«Lo riconosci? Prova ad indovinare. »
Martino stentava a dare un nome alla figura, ma quando Oro gli parlò di Firenze, della splendida città vicina al suo paese, e notò quel suo naso aquilino, allora capì. Rise nel sentire con quanta sapienza il grande fiorentino tesseva le sue ragioni, ricamava da una sola parola trattati di eloquenza!
«Qui la conversazione non si interrompe mai. Prima di lui, era Platone che annodava i fili della scienza, ma non ha potuto nulla contro la passione di questo fiorentino. Non ne troverai uno eguale. In qualche angolo, insieme con certi inglesi del suo tempo, Shakespeare parla e parla senza sosta, divertendo i compagni, ma l’Alighieri lo sovrasta in molte cose. Quanto però è scorbutico e permaloso! »
L’Alighieri capì che parlavano di lui. Diede un’occhiata a Martino.
«Da dove tu vieni? »
E Martino disse il nome del suo paese.
«Ah » fece lui, e aggiunse:
«Siedi con noi » e si scostò per fargli posto.
Martino avrebbe voluto accettare. Sedersi accanto all’Alighieri!
Ma Oro lo tirò per un braccio.
«Devo mostrarti molte altre cose. »
Si allontanarono.
«Eccolo là, Shakespeare! » gridò ad un tratto Oro.
«Guardalo, guardalo l’ammaliatore! Come gesticola, come tiene la scena! Sta recitando una delle sue tragedie. Avviciniamoci. »
Era proprio così.
Con voce grave, l’inglese proclamava i versi delle sue opere immortali; tutti l’ascoltavano incantati; però ridevano quando, all’improvviso, lanciava qualche irresistibile battuta; allora giù a sbellicarsi, a reggersi il ventre.
Shakespeare godeva del loro divertimento, e ogni tanto allungava lo sguardo in direzione del gruppo vicino, dove Molière, il grande francese, si divertiva ad inventare commedie fresche per il diletto dei suoi compagni.
Correva tra i due, tutti lo sapevano, un po’ di rivalità, ma era talmente elevata la reciproca stima che il più delle volte l’uno si beava delle creazioni dell’altro.
Molière conservava ancora i suoi gesti compiti, all’apparenza studiati; Shakespeare invece si lasciava trascinare dalla passione e dall’irruenza; eppure riusciva a suggerire al cuore sentimenti così delicati!
Martino volle ammirarli da vicino. Si sedette e li ascoltò. Fu un vero piacere godere la loro arte.
«Questi uomini hanno fatto grande la Terra, ma anche qui fanno grande il Cielo. Tante sono le meraviglie del luogo, caro Martino, che ringrazierai mille volte d’esserci destinato. Solo chi ha avuto la vita, infatti, può salire quassù. »
«Ho fame » disse Martino.
«Sotto quel bel pergolato di glicini, dove vedi molta gente seduta, c’è uno dei tanti punti di ristoro. Non devi meravigliarti se anche quassù la gente dà ancora importanza alla buona tavola! »
Si incamminarono. Giunti sul posto, subito venne loro incontro un vero e proprio cameriere, vestito a puntino.
«Accomodatevi. A questa tavola sarete in buona compagnia. »
E sorridendo indicò, appartati dagli altri, due personaggi che se ne stavano in piedi a litigare.
«È sempre così tutti i giorni. Discutono e discutono senza venire a capo di nulla. Siamo convinti che non riusciranno mai a mettersi d’accordo. »
Il più imponente dei due a volte sembrava voler prevaricare il più piccolo; allora questi si allontanava, la mano infilata nella giacca, e passeggiava in su e giù nervoso, finché ritornava e ripeteva che era stato lui il più grande stratega della Terra.
L’altro rideva, e con suprema gioia ne rammentava gli errori, li rimarcava con sottile ironia; e subito aggiungeva:
«Se la malattia non mi avesse colpito, avrei conquistato il mondo. Nessuno è stato più grande di me. »
Il cameriere volle mettersi in mezzo.
«Signori, vi prego, abbiamo ospiti. »
Ma Alessandro il grande con uno spintone lo mandò a gambe all’aria.
«Sei sempre stato un prepotente! » sbottò il Bonaparte, aiutando quel poveretto a rialzarsi.
Allora sì che il Macedone si infuriò, e Napoleone, via, a scappare intorno alla tavola, banditi il coraggio e la fierezza!
«Una cosa è la strategia » sorrideva a quanti lo esortavano a battersi «e un’altra cosa è ricevere un pugno sul naso da questo energumeno! »
Tutt’altro clima, invece, si respirava a poca distanza da lì.
Ammirati come lo erano stati in vita, l’uno dalla testa chiomata, l’altro radi i capelli, stavano seduti in mezzo ad un prato Einstein e Freud, con attorno bambini e ragazzi sdraiati per terra ad ascoltare.
Parlavano con molta flemma di ciò che avevano fatto sulla Terra, dei loro studi che avevano giovato all’uomo.
«Vieni, » disse Oro a Martino «fermiamoci qui. »
I ragazzi non davano tregua ai due anziani. Li tempestavano di domande; e le risposte che venivano dai maestri – strano a dirsi – toccavano soprattutto, ora che conoscevano la verità delle cose, gli errori compiuti, le sbadataggini delle loro riflessioni.
Sorridevano quando ricordavano alcune banali intuizioni costate sacrifici enormi della mente.
«Sono state piccole scoperte » diceva Einstein, e illustrava, ammirandola davanti a loro, la parte sconosciuta dell’universo, che rivelava nuove regole, esigeva altre spiegazioni.
E Freud intratteneva i ragazzi intorno ai segreti dell’inconscio, ora evidenti, e spiegava con parole semplici la natura dell’uomo.
«Da qui » sorrideva «tutto è reso più facile. »
«Ricordati, Martino, » disse Oro «ogni vita sulla Terra ha valore! e l’utilità del vivere sta semplicemente nell’essere vissuto. »
Martino lo fissò. Gli sembrava di aver capito, ma non ne era poi così sicuro.
«Ho sete! » disse infine, e si diresse velocemente verso un bel pergolato di rose, da dove proveniva un irresistibile aroma di caffè.
Oro lo lasciò andare; sorrise, e pensò che l’uomo non aveva più bisogno di lui.
Giù nella chiesa, anche la vedova e i figli sorrisero.


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Bart