di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, sabato 7 marzo 1970]
Una sera di quest’inverno, sul tardi come mi era stato consigliato, suonai alla porta di Francesco Chiesa. Cono scevo quella casa, appena al di là del fiumicello Cassa rate che divide Lugano dagli abitati di Castagnola e Viganello, per esservi stato più volte, pressappoco ogni cinque anni, dal ’43 in poi. Ma la mia visita aveva questa vol ta, almeno per me, un sapore diverso da quelle precedenti.
Andavo da Francesco Chie sa non per conversare, ma per vederlo all’età di novan tanove anni e per venire a sapere come intendeva affron tare, l’anno prossimo, le ce lebrazioni centenarie che la Confederazione, il Cantone e forse anche l’Italia gli de creteranno.
Quando andai da lui la pe nultima volta in occasione del suo novantesimo compleanno insieme ad altri che si offrivano di dar risalto a quella scadenza, gli sentii proporre una data più lontana. «Perché â— disse â— sottolineare que sto modesto traguardo che ho raggiunto? E’ cosa assai co mune. Semmai, quando si tratterà dei cento anni, si po trà vedere… ».
Ora siamo alla vigilia dei cento anni e della grande fe sta che svizzeri e italiani or ganizzeranno, ed alla quale Francesco Chiesa farà di tut to per essere presente, come arrivando dall’al di là a co gliere un’ultima immagine del mondo e di se stesso. Di un mondo che egli riconoscerà ormai solo nel consueto pae saggio ticinese, benché scon volto dall’esplosione edilizia del dopoguerra, e nel volto di alcuni suoi giovani amici di sessanta o settanta anni, che hanno fatto in tempo a fare un po’ di strada con lui ed a raccogliere il senso di una sua metafora, nascosta tra le righe delle sue molte opere di prosa e di poesia e appar sa anche a me, per sua de gnazione, attraverso un endecasillabo che mi recitò al l’orecchio, segretamente, pro prio quest’inverno quando an dai a fargli la visita della quale sto scrivendo.
*
Sua figlia mi aveva intro dotto nel salotto dove, in pie di, aspettavo di vederlo en trare. Non mi ero accorto che era rannicchiato in una pol trona, con il bastone fra le gambe e diventato così picco lo da scomparire tra i brac cioli. Quando fui nel mezzo della stanza, si alzò di scat to e venne a tendermi la ma no. Lo vidi tale e quale l’avevo veduto cinque anni fa, con gli stessi capelli bianchi e va porosi come un fumo che gli uscisse dalla testa, e gli occhi glauchi e un po’ appannati come sono sempre negli uo mini di grande età. Mi fece sedere sul divano e prese po sto accanto a me, presentan domi l’orecchio destro, come l’unico canale utilizzabile per ricevere la mia voce. Ma più che ascoltare parlava, ricor dava i tempi del 1944, mi lo calizzava con esattezza nella Svizzera di allora, a Loverciano dov’ero bibliotecario della fondazione Don Maghetti, diventata con la guer ra luogo d’internamento. Do po avermi inquadrato nei suoi ricordi, fino ai più recenti, mi confidò il progetto di pub blicare in volume non solo un gruppo di scritti suoi ap parsi su riviste e giornali, ma addirittura di dare alle stam pe una raccolta di quindici sonetti inediti, composti in questi mesi.
« Mi sono messo â— diceva con la sua voce levigata – a questa impresa dei sonetti, perché non posso più leggere da quando mi è calata la vi sta, e ho bisogno di andar ri muginando delle parole, che quasi naturalmente si dispon gono secondo un ritmo e in cappano in certe rime, pro prio come ai tempi quando scrivevo i miei primi versi. E pensi â— continuava â— che riesco a metterli in carta, in qualche modo, come uno che scriva al buio… Poi vengono delle pazienti signore a tro varmi, li decifrano e li tra scrivono ».
Sentì il bisogno di spie garmi che la sua vista gli aveva fatto uno scherzo: non vede più i caratteri grafici. Quando concentra lo sguardo sopra una pagina, le lettere gli si sciolgono davanti in una macchia grigia. Vede le righe, il libro, gli oggetti che ha d’intorno, ma non le let tere.
Ma di codesti inconvenien ti non si affligge, anzi, trova che l’esperienza dell’estrema vecchiaia è perfino divertente. Non si dispera quindi nep pure quando la memoria gli nasconde i nomi: non i fatti o i nomi delle cose, ma solo i nomi delle persone. Una memoria maligna e capricciosa che pare d’accordo con la vi sta e con l’udito per farlo tribolare un po’, ma in fondo allegramente, più per tenerlo impegnato che per fargli dan no. Basti dire che gli lascia comporre mentalmente degli interi sonetti, con tanto di piedi e di rime al loro posto.
Vorrei gettare un’occhiata su questi sonetti, che imma gino vicini, per un gioco di ritorni, a quelli di « Callio pe », che sono del 1907 e che egli rifiutò vent’anni fa, quando trascelse il fiore dei vari libri di poesia che aveva pubblicato. Francesco Chiesa me li vorrebbe mostrare, i suoi nuovi sonetti, ma la fi glia non è d’accordo. Propo ne di rimandare l’indiscrezio ne a una prossima visita, e il Poeta si rimette. Ma non del tutto, perché avvicinandosi al mio orecchio mi scandisce un endecasillabo: « La nata nascitura acqua nascente ». Poi mi spiega, sotto gli sguardi di rimprovero della figlia, che in quel verso intende far tra sparire, sotto metafora, un sentimento della realtà che egli ha sempre avuto, ma che ora gli è più chiaro che mai.
« Noi – dice â— distinguia mo arbitrariamente la realtà in passato presente e futuro, mentre il fluire del tempo è un tutto unico e inscindibile. Come l’acqua che alla sor gente è nascitura, nascente e già nata, così il tempo è men tre diviene, oppure essendo diviene ».
Un pasticcio forse, un esor cismo nel quale il Poeta cer ca il senso e la giustificazio ne del suo sopravvivere. Egli non dimentica che nel 1944, all’epoca in cui uscirono da Mondadori i suoi racconti Io e i miei (senza revisione delle bozze perché la casa editrice non aveva potuto fargliele pervenire attraverso le frontiere chiuse), nella scheda bibliografica unita al volume si leggeva: « Mentre la sua laboriosa giornata vol ge al declino… ». Venticinque anni fa, in piena buona fede i curatori di quel suo libro consideravano il Chiesa già vicino al tramonto, mentre egli la intendeva diversamen te, e guardava al passare del tempo come ad una giostra che nel suo continuo moto riporta sempre gli stessi volti e le stesse cose.
Ancora oggi, dall’alto del suo novantanovesimo anno e alla vigilia del centenario del la propria nascita, si può di re che egli consideri il com pimento del secolo non come un traguardo, ma come una stazione o un punto di pas saggio obbligato verso altre tappe, in un giro senza ter mine.
Nessun migliore inganno egli potrebbe tendere alla morte. Quindi può parlare di altre età come se fossero at tuali, può ricordare il suo in contro con Andrea Costa a Lugano nel 1897 o col Fo gazzaro, sempre in quegli anni, i suoi buoni rapporti con Ugo Ojetti, con Antonio Bal dini, con Pietro Pancrazi, con Massimo Bontempelli, con Alfredo Panzini, con Ettore Ro magnoli, col Pastonchi, l’Angioletti, l’Ada Negri, il Borgese e tanti altri, tutti morti oramai, o meglio in viaggio, secondo la sua teoria. Ricor da Guido Gozzano, che nella dedica della Signorina Feli cita l’aveva chiamato « caro maggior fratello », e l’Ojetti, la Negri, Borgese, Baldini, Pancrazi, Valeri e Attilio Mo migliano, come coloro che lo lodarono incondizionatamen te, almeno nelle lettere che gli scrivevano di tempo in tempo.
Emilio Cecchi e Giovanni Papini sono i soli che lo stroncarono, e il Papini proprio in Stroncature, sebbene poi, pen tito, lo chiamasse « il grande poeta ticinese che da tempo leggo e ammiro ». La ritrat tazione del Papini è consa crata in una lettera del 1948 che Francesco Chiesa ha di ligentemente conservato tra le sue carte e nella memoria.
Amici, nemici, letterati, uo mini politici, critici, tipi stra vaganti, artisti, editori e alcu ni curiosi personaggi della minuta vita ticinese, sono cata logati e misurati in quelle pa gine con il distacco di chi può giudicare serenamente, da testimone sopravvissuto alla bufera che ha spazzato tanti nomi e tante glorie, la sciandolo intatto a ricordare e ad indulgere, oramai, dal l’alto di un privilegio che gli consentirà di partecipare, in sieme ai suoi posteri, alla ce lebrazione del primo cente nario della sua nascita. E pro prio ai suoi posteri in (quel l’occasione farà lo scherzo dei quindici sonetti, facendoli ap parire freschi di stampa, co me una primizia, con in testa il verso dell’acqua nata, na scente e nascitura, che fuori d’ogni metafora lo annunce rà in arrivo a chi si sarà pre parato a porgergli l’ultimo sa luto.
Dalla soglia del salotto, do po averlo salutato, lo vedo andare verso la sua poltrona che oramai gli tiene luogo di scrittoio. Affondato fra i brac cioli, ha certo già richiamato alla memoria uno dei suoi re centi sonetti e lo sta revisio nando, tranquillo e impertur babile come l’immagine stes sa del tempo che ha scon fitto.