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LETTERATURA: I MAESTRI: Gadda. Non sono un misantropo

7 Gennaio 2016

di Cesare Garboli
[da “La Fiera Letteraria”, numero 32, giovedì 10 agosto 1967]

“Felice chi è diverso â— essendo egli diverso, â— ma guai a chi è diverso â— essendo egli comune”, dicono quattro versetti di Sandro Penna, da mandare a memoria nelle scuole, a pensarci, tanto bastano da soli a dimostrare come il caro, vecchio ritmo del settenario sia nato per semplificare le verità più difficili. Sto percorrendo via della Camilluccia, in automobile, ad andatura molto ridotta, e ho lasciato Carlo Emilio Gadda da pochi minuti. Mi chiedevo, fino a un momento fa, quale poteva essere stato il motivo della mia esitazione sul punto di congedarmi, lì sul pianerottolo, che cosa mi aveva confuso fino a rendermi incerto se chiamare l’ascensore o infilare le scale. La figura di Gadda, alta, corpulenta, di uomo già grosso e prestante che gli anni hanno dimagrito forse fuori del giusto, decongestionando un ingorgo di umori sanguigni, turgidi e vivi, si assottigliava nel vano della porta, si defilava sempre più composta, sempre più esigua, simile a una grigia fettuccia verticale, un occhio, un pantalone, una scarpa, in quello, spazio elastico, tra il battente e lo stipite, che tardava a risolversi in una fessura. Dei tratti gaddiani, quelli che lo scrittore, nella Cognizione del dolore, impresta al suo alter-ego Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, “di torace rotondo, maturo d’epa, colorito nel viso come un celta”, soprattutto quest’ultimo, il colorito acceso del volto latitava: quelle vampe, quelle chiazze non solo di celta, ma anche di persona che mangia forte, di neurovegetativo forse soggetto a disturbi circolatori. Dopo qualche tempo che non lo vedevo, ho ritrovato un Gadda pallido, rassegnato al pallore. Il caldo, naturalmente. Ma intanto, mi dicevo, come sarà stato difficile, per Gadda, nella vita, trovare una sistemazione anche soltanto per la propria mole, membruta ma non di atleta, non di sportivo, per il proprio alto e grosso fardello che egli spinge, anima, guida, ma sempre con l’aria di starne fuori. Cammina, Gadda, si muove come se accompagnasse gentilmente un peso ingombrante, il corpo di un altro. Ricordo di avere preso le scale di sghimbescio, guardando all’indietro, entrando con trasporto nell’ordine di idee che qualche volta è doveroso far finta di inciampare nelle proprie gambe.

Ho anche creduto, lì per lì, di essere stato contagiato dai modi del grande ospite. In quella minima circostanza, inciampando in me stesso, forse non avevo fatto altro che riprodurre un’attitudine, un modo d’essere, una visione del mondo che mi era stata trasmessa nel corso di un’ora di conversazione, attraverso fluidi medianici, dalla personalità ricca di influssi del mio illustre interlocutore. Imitare, si sa, è sperimentare. Insomma mi ero identificato, comportandomi esattamente nel modo in cui un’antica e divulgatissima leggenda dice che sia solito comportarsi Gadda nei suoi abituali rapporti con le persone.

Gadda, infatti, Carlo Emilio, come per sciocca abitudine invalsa tra gli snobs si suole oggi chiamare, con assurda familiarità, il grande scrittore-ingegnere, non può fare a meno di chiedere scusa, di tutto, della propria presenza, della propria esistenza, e di autopunirsi di qualche involontaria colpevolezza. Ä– una regola, un leit-motiv dei rapporti di Gadda con gli altri: qualcosa di simile a una cerimonia, a un servizio liturgico, a un antifonario coi suoi passaggi obbligati. Gadda officia, il coro risponde.

 

Sempre dalla parte del torto

 

Quando lo scrittore non trova a portata di mano una colpa da infliggersi, la inventa, fabbricando di volta in volta tanti piccoli pretesti di mortificazione. Ä– difficile dire fino a che punto egli abbia fatto di un abito spontaneo una maniera, se reciti una parte, se e quanto giochi, o quanto veramente soffra, in queste travagliate esibizioni, in queste angosciate richieste di remissione di torti inesistenti. A volte, una malizia dolce spunta sul volto di Gadda agli angoli del labbro che si increspa, timoroso, sorpreso del proprio ardimento ilare. Gadda sa compatire, sa ridere. Ä– impenetrabile, invece, quando si flagella, quando aggredisce scusandosi. Allora sembra ripetere a memoria una scena, un esorcismo imparato da sempre: mentre sgrana il rosario della propria nevrosi, mentre si susseguono le litanie, una parte di lui assiste al rito impassibile, prestando soltanto un’attenzione meccanica. Una difesa, certo, destinata ad ammansire, a placare qualche demonio interiore. E sarebbe di cattivo gusto sottoporla a interpretazioni razionalistiche. Chiaro che addossandosi minime, infinite manchevolezze, rimproverandosi a non finire imprevidenze, disattenzioni, dimenticanze, mettendosi sempre dalla parte del torto, Gadda spera di scongiurare, rinviandolo, l’attacco di più complicati, più profondi sentimenti di colpa. Ma è un’interpretazione troppo corretta per essere vera. In realtà, ogni incontro con le persone e col mondo, ogni situazione in cui Gadda venga a trovarsi, anche la più ordinaria, la più fortuita, è sentita da lui come un passo, un varco cruciale, che lo coinvolge esistenzialmente per intero. Se le parole hanno un senso, Gadda si trova, in ogni situazione, indipendentemente da ogni reale pericolo, come in un “frangente”: dunque in una situazione che potrebbe, da un momento all’altro, rompersi, deflagrare, provocare disastri. La realtà, per Gadda, sta sempre sul punto di scoppiare. E penso come debba essere difficile la convivenza di quest’uomo con se stesso, tanto essa assomiglia alla continua, tirannica tensione che proverebbe il custode solitario di un magazzino di esplosivi, di un deposito di munizioni. Chi sa che cosa ha in testa, Gadda, che cosa è il mondo per lui.

Avrebbe voluto studiare filologia classica. La vita lo ha condotto altrove, lontano dagli studi umanistici e dalla grammatica greca e latina. Immagino che da ragazzo abbia frequentato, a Milano, il ginnasio e liceo Parini, e ne ho la conferma. Era uno scolaro perfetto, con votazioni eccellenti. Ancora oggi, dicono, Gadda si esercita nelle versioni che vengono assegnate agli studenti per la maturità liceale, e che vengono riprodotte sui quotidiani. A casa, da solo, lo scrittore stende il giornale sul vasto piano del tavolo da lavoro, si impone l’orario regolamentare, e ogni volta supera la prova. “Nei temi d’italiano”, tiene a precisarmi, “ero pedante, pignolo, con forti inclinazioni logico-filosofiche. Ero portato alla speculazione, ma i libri di filosofia che leggevo non erano molti.

Avevo come professore, per la filosofia, un positivista. Si chiamava Tedeschi. Dalla sua bocca non c’era mai caso uscisse un riferimento ai valori dello spirito, alla realtà dello spirito, e simili”.

Legge spesso, volentieri: pochi romanzi, libri di storia, piuttosto, oltre ai classici. Ä– molto interessato alle pubblicazioni del “Saggiatore”: libri di storia della cultura, scienza, scienze umane. In proposito si informa se è vero ciò che ha letto, che il «Saggiatore » si fonderà presto con la casa editrice Mondadori.

“Lei crede che io possa stare tranquillo, non sarò colpito, insomma, personalmente, da questo provvedimento?”. Fatico a capire. In ogni caso, credo di poterlo rassicurare: il “Saggiatore” continuerà, immagino, nelle sue pubblicazioni, e queste non subiranno un aumento di prezzo.

“Lo so, vede, io vorrei aggiornarmi, stare al passo, ma come faccio? Non si può pretendere da me, del resto, che io segua tutto, che mi informi di tutto. Vorrei, questo sì. Ma non posso, creda, la mia vita è stata in eterno sabotata da difficoltà, impicci, pensieri anche dal lato economico. La storia della mia famiglia, a raccontarla, è stata complicata, molto complicata”.

Ora sta leggendo, dice, Il presidente.

“Prego?”.

Il presidente, il libro del Manchester. Sono preso da questa lettura, ammirato dalla bravura dell’autore, dalla sua capacità di restituire quel groviglio di supposizioni, di sensazioni, intorno a quella vicenda, l’uccisore che diventa l’ucciso di un altro uccisore… Un vero pasticcio, un pasticciaccio. Altro che il mio”.

 

M’interessa la copertura di perbenismo

 

Il ricordo del Pasticciaccio lo fa soffrire. “Un libro sfortunato, sfortunatissimo, per via dei nomi. Per l’onomastica. Colpa della mia fissazione realistica, che mi ha spinto a identificare con precisione i luoghi, le strade, le piazze, insomma la topografia, a precisare l’ambiente. Non si può immaginare quel che ho passato, come anche per le Memorie di guerra e di prigionia. Già questi libri di guerra nascono in condizioni difficili, non si può mica scrivere mentre piovon le bombe. Si scrive male, in fretta, nei ritagli dì tempo, sotto lo sguardo di curiosi che allungano l’occhio, ti chiedono, fantasticano, fanno supposizioni. Ho sempre patito il disagio di lavorare frettolosamente, purtroppo, una vera dannazione. Ci mancava anche che qualcuno si sentisse poi envisagé nei miei libri”.

Non sono andato da Gadda per intervistarlo, sono andato a trovarlo accompagnato da un amico, con il quale lo scrittore si incontra spesso. Ciascuno con il proprio analcolico in mano, ci difendiamo dal caldo mentre dirottiamo la conversazione, tutti e tre, su storie, cose, persone di anni fa. La mia conoscenza con Gadda è di vecchia data, risale al primo dopoguerra, quando lo scrittore non si era ancora trasferito a Roma, chiamato alla RAI da G. B. Angioletti. Ci scambiamo notizie di amici comuni: Gadda ha un debito di riconoscenza verso Citati, che è stato per lui, dice, “un grande aiuto psicologico”, ai tempi del Pasticciaccio. Passerà parte dell’estate, forse, proprio da Citati, in campagna, vicino a Grosseto. Si informa dei risultati del Premio “Viareggio”, e gli dispiace che Anna Banti, col suo nuovo romanzo, Noi credevamo, non abbia avuto un riconoscimento. “Penso che sarebbe stato meritato”. Ma ha letto Brignetti e lo ammira. “Si sente l’arte”, dice del Gabbiano azzurro.

Mi viene spontaneo, a un tratto, chiedergli se abbia mai letto i romanzi della Compton-Burnett.

«No », ma sembra frugare nella memoria. Si informa.

Descrivo sommariamente: romanzi che si ripetono tutti uguali, storie tenebrose in una Inghilterra senza tempo, forse tardovittoriana, forse eduardiana. Vecchie case-famiglie di campagna, servitori e padroni, incesti, lettere che rispuntano dopo anni, testamenti. Inglese perfetto. I personaggi parlano in continuazione, del più e del meno, fanno dello small talk, bevono il tè, ma intanto alludono a misteriose infamie familiari, saltano fuori trame orrende…

Gadda prende carta e matita, si fa dare tutti i titoli delle traduzioni italiane, se li segna, accuratamente, con la sua calligrafia a grandi, nitidi caratteri inclinati. Piegato sul tavolo, lascia trasparire tutto il suo interesse (ma sarà vero che non l’ha mai letta, la Compton-Burnett?). “Mi interessa molto, questa copertura di perbenismo mescolata a fatti d’altro genere, a cose che non si dicono. Il mio linguaggio è tutt’altro affare”. Sorride, ecco che gli si arriccia il labbro, agli angoli. “Non si potrebbe certo dire perbenistico. Ä– stato Contini il primo a parlare di me come uno scrittore “macaronico”. Sarà vero, questi umanisti irregolari della fine del Quattrocento e dei primi del Cinquecento li ho anche letti, qualcuno almeno. Ma solo più tardi, dopo che avevo già scritto il Pasticciaccio mi è stato regalato questo volume…”.

Si alza, cerca sul ripiano di uno scaffale, e mi mette tra le mani la traduzione del Baldus edita da Feltrinelli. La sfogliamo insieme. “C’è un personaggio, qui, un umanista il quale multis cum sociis andò a studiare a Bologna…”. Ho l’impressione che voglia raccontarmi una storia, forse indicarmi una fonte. Invece ha un gesto che mi sembra più di sazietà che di stanchezza, e lascia cadere il libro sul tavolo, spingendolo verso di me.

Alle sue spalle, sopra un altro scaffale, attirano la mia attenzione due piccoli dipinti. Uno di essi raffigura lo scrittore, più giovane di adesso, i capelli appena striati di bianco alle tempie, una giacchetta blu. Forse un ritratto del ’40, o giù di lì. Riconosco la mano del ritrattista: Adriana Pincherle, la moglie del povero Onofrio Martinelli, anch’egli pittore, deceduto qualche tempo fa. L’altro dipinto è infatti di Onofrio: un paesaggio toscano, una casa, cipressi in primo piano. Gadda parla con affetto e gratitudine dei Martinelli. “Devo molto a tutti e due. Mi hanno aiutato, facilitato, alleviato l’esistenza in quei brutti tempi, a Firenze, quando c’era ancora Hitler”. Vorrebbe scrivere qualcosa in memoria di Martinelli. “Non posso parlarne come pittore, naturalmente, perché non ne ho la competenza, ma vorrei testimoniarmi, parlare dell’uomo. Vorrei star dietro a tutti, anche ai familiari, con questi lutti che colpiscono, che si avvicendano”.

So che attraverso la famiglia Portalupi, Gadda è parente stretto di un altro scrittore milanese, Piero Gadda Conti, e per la stessa via, s’imparenta ad altre famiglie milanesi, ai Quintavalle e ai Castellini. Ma ci perdiamo entrambi nei nomi, confondiamo le persone. “Che cosa vuole, io arrivo a ricordare i parenti più stretti, arrivo fino alla seconda generazione, ma alla terza, alla quarta, non mi raccapezzo più. D’altra parte non si può pretendere, vero, che la mia ‘cassa toracica si trasformi in un’anagrafe, registri nascite, morti, matrimoni”.

Gli chiedo perché non abbia seguito la sua originaria vocazione di studioso, di uomo di lettere. “Per mia madre. Ä– stata lei a esigere che mi dedicassi a una professione che si annunciava più remunerativa. Dei miei parenti avevano tratto guadagno, per così dire, dalla professione di ingegneri, e mia madre mi ha spinto a imitarli. Del resto era un’ottima madre, una bravissima donna, e sarebbe ingiusto che io gliene facessi una colpa, oggi”. “Altrimenti”, Gadda fa un vago gesto con la mano, “altrimenti si finirebbe là, nella Compton-Burnett ».

 

Combatte contro la sua originalità

 

Non ricordo come poi si svolse la conversazione. Certo devo aver chiesto a Gadda come si sentisse, in cuor suo, nei panni di maestro, di idolo delle nuove generazioni letterarie. Ä– stata una formula di Arbasino, quella dei “nipotini dell’ingegnere”, e anche qui le generazioni si moltiplicano. “Quelli che lei chiama esperimenti”, mi dice, “sono tentativi del momento, piuttosto che il frutto di matura disciplina. Con questo, non voglio dire io adesso di essere un premeditante”. Ricordo invece su quale argomento si è chiusa la visita: il futuro del mondo, il pericolo di una terza guerra mondiale, quest’anno «caldo » che lascia presagire una brutta vendemmia. Ä– sufficiente perché la faccia di Gadda, di solito ispirata a una gravità pronta al comico, dimetta ogni traccia di ironia. “Non sono pessimista, me ne vergognerei, perché il mio pessimismo sarebbe quello della poltroneria, di chi dice, arrivato a questo punto, alla mia età, per me”, e fa un gesto con la mano, per dire che tutto vada pure in rovina. “Lei sentirà dire che io sono un misantropo, in fondo è questo che si pensa di me. Smentisca, la prego, dica che non è vero”.

Sono arrivato a casa, chiudo la macchina, m’infilo nell’ascensore. Ä– girando la chiave nella serratura che capisco finalmente che cosa di Gadda mi ha colpito di più. Credo di avere conosciuto poche persone possedute da un desiderio così disperato, così impossibile, di assomigliare agli altri, di essere come gli altri. Con tutte le sue forze Gadda combatte contro il proprio temperamento d’eccezione, contro la sua originalità. Invece di esaltarlo la sua singolarità, il suo essere diverso, lo deprimono. Vorrebbe essere comune, come tutti. La sua vocazione di artista, la sua professione di scrittore, sono un magro compenso, la futile, inutile consolazione di questa grazia mancata. «Felice chi è diverso â— essendo egli diverso »: così dunque per essere poeti è necessario non desiderare di esserlo, e tutta l’originalità, tutto il genio delle persone si misura sul loro desiderio di essere simili agli altri, uguali agli altri, senza riuscirci.

 


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Bart