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LETTERATURA: I MAESTRI: Generosa ricompensa

24 Marzo 2013

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 1 settembre 1970]

Qualche ragione ci doveva essere se da giovane l’aveva ¬≠no portata al manicomio, ma erano vecchie storie, non in ¬≠teressavano pi√Ļ nessuno. Il fatto importante era che da quarant’anni √Ę‚ÄĒ forse ancor pi√Ļ √Ę‚ÄĒ all’alba apriva gli oc ¬≠chi nel semibuio del camerone, si alzava, si puliva, e scendeva in cucina a lavora ¬≠re per tutte le ore del gior ¬≠no; una fatica di quasi due infermiere.

Verso le dieci del mattino si concedeva un riposo; si sedeva sulla panca a fianco della porta di cucina e l√¨ assonnatamente ruminava spet ¬≠tri di lontane immagini oppure tra s√© e s√© rintuzzava litigi con vicine di letto, rinvangava stizze contro alcune infermiere. Era prossima a ot ¬≠tanta anni. Il suo corpo nel ¬≠la parte inferiore ricordava l’anitra, cos√¨ camminava, un gran sedere, le gambe corte e storte. Il busto invece era svelto, le braccia si muove ¬≠vano rapide, quasi allegre. Naturalmente il viso era de ¬≠turpato dagli anni, ma non brutto, a volte illuminato da una luce burlesca, da un lam ¬≠po beffardo, e, quando era pervaso dall’ira, aveva un che di decisa minaccia.

Il dottor Anselmo soleva verso le dieci del mattino passare per la cucina, gli piaceva piluccare nei tegami, chiacchierare col capocuoco, un gigante biondo, possente bevitore, stato da giovane in giro per il mondo, conosciuta la pena di essere emigrante; e prudenti e acuti aveva i giudizi.

Di recente, entrando in cu ­cina, Anselmo, mentre pas ­sava davanti alla panca, era stato fermato dalla Guelfi:

– Al criminale, vado al criminale √Ę‚ÄĒ aveva sbottato, e muoveva a scatto la mano messa a taglio come volesse con un colpo staccare il col ¬≠lo a qualcuno.

Anselmo fingeva di non co ­noscere la ragione di quella rabbia:

РSignora Guelfi, che di ­ce mai? che le hanno fatto?

La Crisafulla! Se non la smette di sputarmi in vi ­so, vado al criminale; la am ­mazzo. Anzi la strozzo così, piano piano.
La Crisafulla era una ra ¬≠gazza con gli occhi luminosi, i lineamenti composti, e an ¬≠che armoniosa nella figura, per√≤ non capiva niente, era una idiota, non sapeva nep ¬≠pure le parole, nemmeno una, mugolava soltanto, e quando tentava di esprimersi gli oc ¬≠chi divenivano pi√Ļ stellati.

Poche mattine prima, men ¬≠tre la Guelfi si stava vesten ¬≠do, le si era avvicinata sor ¬≠ridente, festosa, come volesse comunicare qualche cosa di bello, dichiarare un’amicizia e le aveva sputato in viso; non una volta ma tre e quat ¬≠tro, e con precisione.
La Guelfi l’aveva sgridata, e poich√© quella insisteva, in ¬≠sultata, e poi schiaffeggiata.
L’idiota aveva continuato a sorridere.
Le mattine seguenti c’era stata la stessa scena. Allora la Guelfi si era armata della ciabatta e gi√Ļ colpi sul viso della Crisafulla, e poi pugni, schiaffi.
L’idiota guardava con que ¬≠gli occhi lucenti, immobile, riceveva tutto, e solo quando la furia della Guelfi era per placarsi le scendevano delle lacrime ma senza pianto, qua ¬≠si automatiche.

Allora cominciò che ogni mattina, verso le dieci, quan ­do Anselmo passava davanti alla panca, la Guelfi inveiva:

РAl criminale! La stroz ­zo. Se non provvede vado al criminale. Tutte le mattine mi sputa in viso.

Anselmo tentava di am ¬≠mansire: √Ę‚ÄĒ Piet√†, una poveretta, non capisce nulla, crede di salutarla, quel gesto √® per lei affetto, un segno di particolare simpatia. In quel ¬≠la maniera forse vuole espri ¬≠mere una tenerezza verso di lei; √® un idiota, non ha le parole, e vuole anche lei co ¬≠municare, dire ci√≤ che le si muove dentro.

– Macch√©! Macch√©! Non ci resisto pi√Ļ. Mi sputa in viso. L’ammazzo. Se succe ¬≠desse a lei?

– Ha ragione, ha ragione. Dir√≤ all’infermiera che stia attenta, che impedisca, che prenda l’idiota per mano in tutto il tempo che lei rimane nel camerone, per quell’ora del mattino.

– L’infermiera ha troppo da fare, √® impossibile. E’ la Crisafulla che deve smettere, se no la strozzo. Vado al cri ¬≠minale.

*

Anselmo cambiava all’im ¬≠provviso argomento. La Guel ¬≠fi si lasciava condurre. Il dot ¬≠tore toccava punti che la de ¬≠liziavano.
Ogni pochi mesi un giovane cuoco √Ę‚ÄĒ per affetto verso quella povera vecchia che la ¬≠vorava in cucina dieci ore al giorno, da nessuno pagata, un parente mai che la visitasse √Ę‚ÄĒ ogni pochi mesi la portava a casa sua, a pranzo in citt√†, dai suoi familiari Poi, con la stessa automo ¬≠bile, la riportava all’ospedale.

Per la Guelfi era una gran ¬≠de festa. Si vestiva con pom ¬≠pa, l’unico suo vestito. Caracollava allontanandosi dall’ospedale.
A casa del cuoco la mo ¬≠glie, i parenti, la carezzava ¬≠no, la vezzeggiavano, diver ¬≠titi, incuriositi. La Guelfi tor ¬≠nava esultante all’ospedale, una specie di ebbrezza; la sua vanit√† era simile a un vento che spazza via tutto, la smemorava dei suoi anni, del ¬≠le sue anche di anatra, del suo viso devastato.

Dopo due o tre gite fu il capocuoco a cominciare gio ¬≠cosamente: √Ę‚ÄĒ … Ci sono le simpatie, sono sempre nate, prima sotterranee, poi scop ¬≠piano.
Un altro subito ribad√¨: √Ę‚ÄĒ O Guelfi, √® innamorato! La porta con s√© in automobile perch√© √® innamorato.

La Guelfi, al primo mo ­mento, impreparata, emise un cupo brontolio, ma già sulle sue labbra volò un sorriso di felicità, che quei mascalzoni di cucina afferrarono, carpi ­rono. Le frasi si fecero fitte, ognuno la sua.
Dall’ospedale a Pitigliano sono quattordici chilome ¬≠tri; e tutti stretti in quella macchinetta.

– E’ chiaro.
– E’ la simpatia che conta.
– Guelfi, attenzione alla moglie.
– E’ cotto, si √® innamo ¬≠rato.
– Poi quel che succede, succede.

L’imputato, il giovane cuo ¬≠co, se ne stava raccolto, indecifrabile, in un angolo del ¬≠la grande cucina.
La Guelfi, le ciglia basse, si beveva ogni parola. Mai fu così felice; tutti attenti a lei, mai successo in vita sua.

*

Lavorare tutte le ore del giorno da pi√Ļ di quaranta anni; qualche litigio con le vicine di letto, qualche stiz ¬≠za contro le infermiere; rice ¬≠vere appena sveglia da una idiota un particolare saluto; alla fine della settimana la paga di ottocentocinquanta li ¬≠re. Negli ultimi anni, ogni qualche mese, anche per lei una festa, un farnetich√¨o di qualche ora, in cucina tutti per lei, una gioiosa illusione.

Questa la vita della Guel ¬≠fi, e un giorno affanna, tos ¬≠sisce, se ne sta ringhiosa per timore che la allontanino dai fornelli, ma poi china la te ¬≠sta, riconosce che √® malata, non ne pu√≤ pi√Ļ. E’ trasferita in infermeria.

I giorni passano, il dottor Anselmo non la incontra al ­le dieci del mattino, la pan ­ca è vuota, e ne domanda.
Un po’ di tosse, √® in in ¬≠fermeria.
Le ore corrono, ognuno √® distratto dalle sue pene. E una mattina Anselmo passa davanti all’ufficio della ispet ¬≠trice e nota un capannello di infermiere, uno speciale con ¬≠fabulare, le parole sussurrate, le fronti aggrottate.
Anselmo entra nell’ufficio. La prima frase che intende √®: √Ę‚ÄĒ L’avessi saputo!

РSì, che ci voleva? Mil ­le lire a testa. La conosceva ­mo tutte; ogni giorno ci par ­lavo. Era come di casa.

Anselmo domanda.

– La Guelfi… √Ę‚ÄĒ annun ¬≠cia titubante l’ispettrice.
– E’ morta?
РIl portiere ha tentato col telefono, ma nessuno, non aveva nessuno. Un suo lon ­tano parente prima era in ­certo poi ha detto chiaro di no, che non la prende, il tra ­sporto non lo fa.
– E allora?
РEravamo già tutte an ­date via, è successo di sera. Lo abbiamo saputo stamani, troppo tardi. Era già partita. Capita di rado.
Anselmo indovina: √Ę‚ÄĒ L’hanno portata a V., all’U ¬≠niversit√†?

Sì.
Nella sala anatomica, tagliata a pezzi.
Anselmo √® intontito, qua ¬≠ranta anni di lavoro, forse di pi√Ļ; quattordici ore al gior ¬≠no, il lavoro di due infer ¬≠miere. Anselmo rivede le sale anatomiche, quando era stu ¬≠dente, le tavole di marmo, i cadaveri che vi arrivano, dei pi√Ļ poveri, i pi√Ļ miserabili, nemmeno padroni del pro ¬≠prio corpo. Ora quello della Guelfi, sezionata, muscolo da muscolo; la vede stesa sul marmo, il volto bluastro con una luce beffarda, come l’a ¬≠veva qualche volta, un ghi ¬≠gno di derisione sulle nostre celebrate virt√Ļ.

– Giusta, generosa ricom ¬≠pensa… √Ę‚ÄĒ mormora Ansel ¬≠mo e con voce cos√¨ spenta che quasi nessuno l’intende.

Le infermiere rimangono silenziose; la Guelfi la cono ­scevano tutte.


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Bart