di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, martedì 1 settembre 1970]
Qualche ragione ci doveva essere se da giovane l’aveva no portata al manicomio, ma erano vecchie storie, non in teressavano più nessuno. Il fatto importante era che da quarant’anni â— forse ancor più â— all’alba apriva gli oc chi nel semibuio del camerone, si alzava, si puliva, e scendeva in cucina a lavora re per tutte le ore del gior no; una fatica di quasi due infermiere.
Verso le dieci del mattino si concedeva un riposo; si sedeva sulla panca a fianco della porta di cucina e lì assonnatamente ruminava spet tri di lontane immagini oppure tra sé e sé rintuzzava litigi con vicine di letto, rinvangava stizze contro alcune infermiere. Era prossima a ot tanta anni. Il suo corpo nel la parte inferiore ricordava l’anitra, così camminava, un gran sedere, le gambe corte e storte. Il busto invece era svelto, le braccia si muove vano rapide, quasi allegre. Naturalmente il viso era de turpato dagli anni, ma non brutto, a volte illuminato da una luce burlesca, da un lam po beffardo, e, quando era pervaso dall’ira, aveva un che di decisa minaccia.
Il dottor Anselmo soleva verso le dieci del mattino passare per la cucina, gli piaceva piluccare nei tegami, chiacchierare col capocuoco, un gigante biondo, possente bevitore, stato da giovane in giro per il mondo, conosciuta la pena di essere emigrante; e prudenti e acuti aveva i giudizi.
Di recente, entrando in cu cina, Anselmo, mentre pas sava davanti alla panca, era stato fermato dalla Guelfi:
– Al criminale, vado al criminale â— aveva sbottato, e muoveva a scatto la mano messa a taglio come volesse con un colpo staccare il col lo a qualcuno.
Anselmo fingeva di non co noscere la ragione di quella rabbia:
– Signora Guelfi, che di ce mai? che le hanno fatto?
La Crisafulla! Se non la smette di sputarmi in vi so, vado al criminale; la am mazzo. Anzi la strozzo così, piano piano.
La Crisafulla era una ra gazza con gli occhi luminosi, i lineamenti composti, e an che armoniosa nella figura, però non capiva niente, era una idiota, non sapeva nep pure le parole, nemmeno una, mugolava soltanto, e quando tentava di esprimersi gli oc chi divenivano più stellati.
Poche mattine prima, men tre la Guelfi si stava vesten do, le si era avvicinata sor ridente, festosa, come volesse comunicare qualche cosa di bello, dichiarare un’amicizia e le aveva sputato in viso; non una volta ma tre e quat tro, e con precisione.
La Guelfi l’aveva sgridata, e poiché quella insisteva, in sultata, e poi schiaffeggiata.
L’idiota aveva continuato a sorridere.
Le mattine seguenti c’era stata la stessa scena. Allora la Guelfi si era armata della ciabatta e giù colpi sul viso della Crisafulla, e poi pugni, schiaffi.
L’idiota guardava con que gli occhi lucenti, immobile, riceveva tutto, e solo quando la furia della Guelfi era per placarsi le scendevano delle lacrime ma senza pianto, qua si automatiche.
Allora cominciò che ogni mattina, verso le dieci, quan do Anselmo passava davanti alla panca, la Guelfi inveiva:
– Al criminale! La stroz zo. Se non provvede vado al criminale. Tutte le mattine mi sputa in viso.
Anselmo tentava di am mansire: â— Pietà, una poveretta, non capisce nulla, crede di salutarla, quel gesto è per lei affetto, un segno di particolare simpatia. In quel la maniera forse vuole espri mere una tenerezza verso di lei; è un idiota, non ha le parole, e vuole anche lei co municare, dire ciò che le si muove dentro.
– Macché! Macché! Non ci resisto più. Mi sputa in viso. L’ammazzo. Se succe desse a lei?
– Ha ragione, ha ragione. Dirò all’infermiera che stia attenta, che impedisca, che prenda l’idiota per mano in tutto il tempo che lei rimane nel camerone, per quell’ora del mattino.
– L’infermiera ha troppo da fare, è impossibile. E’ la Crisafulla che deve smettere, se no la strozzo. Vado al cri minale.
*
Anselmo cambiava all’im provviso argomento. La Guel fi si lasciava condurre. Il dot tore toccava punti che la de liziavano.
Ogni pochi mesi un giovane cuoco â— per affetto verso quella povera vecchia che la vorava in cucina dieci ore al giorno, da nessuno pagata, un parente mai che la visitasse â— ogni pochi mesi la portava a casa sua, a pranzo in città, dai suoi familiari Poi, con la stessa automo bile, la riportava all’ospedale.
Per la Guelfi era una gran de festa. Si vestiva con pom pa, l’unico suo vestito. Caracollava allontanandosi dall’ospedale.
A casa del cuoco la mo glie, i parenti, la carezzava no, la vezzeggiavano, diver titi, incuriositi. La Guelfi tor nava esultante all’ospedale, una specie di ebbrezza; la sua vanità era simile a un vento che spazza via tutto, la smemorava dei suoi anni, del le sue anche di anatra, del suo viso devastato.
Dopo due o tre gite fu il capocuoco a cominciare gio cosamente: â— … Ci sono le simpatie, sono sempre nate, prima sotterranee, poi scop piano.
Un altro subito ribadì: â— O Guelfi, è innamorato! La porta con sé in automobile perché è innamorato.
La Guelfi, al primo mo mento, impreparata, emise un cupo brontolio, ma già sulle sue labbra volò un sorriso di felicità, che quei mascalzoni di cucina afferrarono, carpi rono. Le frasi si fecero fitte, ognuno la sua.
Dall’ospedale a Pitigliano sono quattordici chilome tri; e tutti stretti in quella macchinetta.
– E’ chiaro.
– E’ la simpatia che conta.
– Guelfi, attenzione alla moglie.
– E’ cotto, si è innamo rato.
– Poi quel che succede, succede.
L’imputato, il giovane cuo co, se ne stava raccolto, indecifrabile, in un angolo del la grande cucina.
La Guelfi, le ciglia basse, si beveva ogni parola. Mai fu così felice; tutti attenti a lei, mai successo in vita sua.
*
Lavorare tutte le ore del giorno da più di quaranta anni; qualche litigio con le vicine di letto, qualche stiz za contro le infermiere; rice vere appena sveglia da una idiota un particolare saluto; alla fine della settimana la paga di ottocentocinquanta li re. Negli ultimi anni, ogni qualche mese, anche per lei una festa, un farnetichìo di qualche ora, in cucina tutti per lei, una gioiosa illusione.
Questa la vita della Guel fi, e un giorno affanna, tos sisce, se ne sta ringhiosa per timore che la allontanino dai fornelli, ma poi china la te sta, riconosce che è malata, non ne può più. E’ trasferita in infermeria.
I giorni passano, il dottor Anselmo non la incontra al le dieci del mattino, la pan ca è vuota, e ne domanda.
Un po’ di tosse, è in in fermeria.
Le ore corrono, ognuno è distratto dalle sue pene. E una mattina Anselmo passa davanti all’ufficio della ispet trice e nota un capannello di infermiere, uno speciale con fabulare, le parole sussurrate, le fronti aggrottate.
Anselmo entra nell’ufficio. La prima frase che intende è: â— L’avessi saputo!
– Sì, che ci voleva? Mil le lire a testa. La conosceva mo tutte; ogni giorno ci par lavo. Era come di casa.
Anselmo domanda.
– La Guelfi… â— annun cia titubante l’ispettrice.
– E’ morta?
– Il portiere ha tentato col telefono, ma nessuno, non aveva nessuno. Un suo lon tano parente prima era in certo poi ha detto chiaro di no, che non la prende, il tra sporto non lo fa.
– E allora?
– Eravamo già tutte an date via, è successo di sera. Lo abbiamo saputo stamani, troppo tardi. Era già partita. Capita di rado.
Anselmo indovina: â— L’hanno portata a V., all’U niversità?
Sì.
Nella sala anatomica, tagliata a pezzi.
Anselmo è intontito, qua ranta anni di lavoro, forse di più; quattordici ore al gior no, il lavoro di due infer miere. Anselmo rivede le sale anatomiche, quando era stu dente, le tavole di marmo, i cadaveri che vi arrivano, dei più poveri, i più miserabili, nemmeno padroni del pro prio corpo. Ora quello della Guelfi, sezionata, muscolo da muscolo; la vede stesa sul marmo, il volto bluastro con una luce beffarda, come l’a veva qualche volta, un ghi gno di derisione sulle nostre celebrate virtù.
– Giusta, generosa ricom pensa… â— mormora Ansel mo e con voce così spenta che quasi nessuno l’intende.
Le infermiere rimangono silenziose; la Guelfi la cono scevano tutte.