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LETTERATURA: I MAESTRI: Giovanni Della Casa. Il petrarchista che arrota i denti

30 Giugno 2015

Luigi Baldacci
[da “La Fiera Letteraria”, numero 37, giovedì 14 settembre 1967]

GIOVANNI DELLA CASA
Rime
a cura di Daniele Ponchiroli
Einaudi, pagine 90, lire 500.

Nella « Collezione di poesia » del ­l’editore Einaudi â— quei libretti bianchi che già hanno contribuito a di ­vulgare tante cose preziose â— appaio ­no le Rime di Giovanni Della Casa, a cura di Daniele Ponchiroli. E’ stata una buona idea quella di immettere in una collezione viva e aperta un poeta che, a distanza di più che quat ­tro secoli dalla sua morte, è vivissi ­mo e modernissimo: basta che si ab ­bia la pazienza di rompere la sua scorza e, soprattutto, di seguirlo e di ascoltarlo nel rigoroso sviluppo inte ­riore della sua autobiografia segreta: per aspettarlo al traguardo della vita e della poesia (due cose che, nel Cin ­quecento, trovarono solo nel Della Casa una coincidenza perfetta). E ci accorgeremo allora di essere di fron ­te a uno dei più grandi lirici della tradizione italiana; e sempre di più ci pungerà il rammarico e il rimorso di non avergli concesso il posto che egli merita. Che i Ragionamenti dell’‘Aretino siano uno dei più gran ­di libri della prosa nostra, è una cosa che può essere pensata e anche documentata: quanto poi a vederla re ­gistrata in sede storiografica, ne do ­vrà passare del tempo. Al riconosci ­mento del Della Casa ha nuociuto la sua strenua e non mai smentita pro ­fessione di stilista, la sua ricerca di una ciceroniana gravitas. Si è detto e si è concesso che quello era pure un merito singolare, nel quadro della orientazione generale dei petrarchisti che cercavano di fare del Canzoniere per Madonna Laura una moneta cor ­rente e un repertorio di affabile co ­municazione.

Un rivoluzionario delle strutture

Ma d’altra parte lo stile del Della Casa è stato inteso soprattutto come una tecnica: vale a dire qualcosa di preordinato e prefigurato, un partito preso in senso retorico. Il Torti, che nel Prospetto del Parnaso italiano, del 1S06 anticipò il sintetico giudizio del Foscolo, attribuiva al Della Casa « una immaginazione forte ed energica, ne ­mica della mollezza e dell’artificio… un genio aspro e robusto… un non so che di fiero e intrattabile » e fi ­nalmente lo promuoveva « Petrarca selvaggio del nostro Parnaso ». Ma il Torti non faceva altro che riassume ­re ed echeggiare un’opinione che si era andata stratificando nei secoli e i cui documenti, come già osservò il Croce, darebbero risultati di notevo ­le interesse ai fini di un’illustrazione della cultura critica italiana: non ai fini di un’intelligenza del Della Casa.

Il Della Casa era un tecnico del verso, un rivoluzionario delle struttu ­re, un Cicerone del petrarchismo. Era anche tutte queste cose: ma i suoi critici non seppero vedere al di là; non si accorsero di una frattura che serpeggiava tra quegli esercizi di sti ­le, di un fatto nuovo â— di un prima e di un dopo â— in nome del quale tutta la compagine delle rime si arti ­cola in prospettiva.

Il Della Casa petroso è documenta ­bile fin dall’inizio. E’ un poeta che arrota i denti: « … Aspro costume in bella donna e rio / di sdegno armarsi e romper l’altrui vita / a mezzo il corso, come duro scoglio ». Oppure si diverte a far giochi d’incastro, a in ­frangere l’architettura del sonetto, distendendo il discorso dalle quarti ­ne alle terzine: « Come per dubbio calle uom muove il piede / con falso duce, e quegli a morte il mena; / tal io l’ora ch’Amor libera e piena / sovra i miei spirti signoria vi diede, / il mio di voi penser fido e soave / sperando, cieco, ov’ei mi scorse an ­dai: / or mi ritrovo da riposo lunge… ». E’ una specie di contorsionista; sfrut ­ta al massimo il valore delle pause, degli arresti bruschi.

Il Della Casa eloquente, che piace ­va al Gravina, è invece quello del so ­netto contro la gelosia: « Cura, che di timor ti nutrì e cresci », o quello del tanto famoso sonetto al sonno: « O sonno, o de la queta, umida, ombro ­sa ». Sono questi i casi in cui, come è stato osservato, la poesia dellacasiana si modella come un’orazione in miniatura: un’invettiva o una perora ­zione. La preoccupazione di base è sempre una, in ogni modo: non es ­sere confuso con la schiera dei petrar ­chisti alla maniera di Pietro Bembo. Eppure il messaggio d’originalità che è affidato a questo esiguo libro di Rime doveva essere attinto a tutt’altra dimensione.

E’ molto significativa la lettera al Gualteruzzi del 1 ° novembre 1549. Era appena morto Paolo III, che il Della Casa aveva servito fedelmente e bril ­lantemente durante gli anni in cui fu legato pontificio a Venezia. Quella mor ­te lo privava del più ambito ricono ­scimento: la porpora cardinalizia: « V. S. può ben esser certa che la mor ­te di Nostro Signore mi è doluta as ­sai, come di quel Principe che io ho servito con tanta affezione e divozio ­ne, quanta capisce il mio animo: ma sia anche certa, che io non ho dispia ­cere alcuno per mio conto particolare, anzi mi par quasi aver guadagnato la libertà, e il potermi scusare col mon ­do, se io non gli vorrò più creder cosa che mi prometta… Mons. Di Bari non ha mica fatto poco ad assicurar ­si del Chericato, e io mi rallegro ben con sua Signoria Reverendissima, che almanco ha fatto come quello Ambrogiuolo da Perugia, che avendo danari per comperar cavalli, gl’investì in una gioja; ma io ho gittati via i miei qui tanti anni, e sommi rima ­sto pur quasi dove colui cadde ».

Qui siamo dinanzi a un uomo pro ­fondamente alterato, che non ha tem ­po né modo di controllare le proprie citazioni (Ambrogiuolo al posto di Andreuccio); vuol far credere di es ­sere superiore alle cose, ma in realtà sa di essere caduto, « dove colui cad ­de »; che era il deposito di un cesso.

Fatto si è che da questo punto (ma si tratta, naturalmente, di un punto ideale e non cronologico) le rime di monsignor Della Casa cominciano a crescere come una fitta selva di sim ­boli e di temi: Le gemme e l’ostro, la gonna d’oro e, sovra tutti, Roma, intesa come scuola di ogni falso valore, di ogni inganno, di ogni vuoto morale.

Il cristianesimo del Della Casa è con ­troriformistico, certo; ma è soprattut ­to antimondano, e in questo si ac ­corda con l’unica accezione del cri ­stianesimo che poté essere assimila ­ta dal Leopardi: « Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e per ­secutore di tutte le vere… il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo ». E forse, per aver saputo da ­re al proprio caso personale questo colorito antimondano, di una religio ­sità tutta negativa, la poesia del Del ­la Casa può apparire come un esem ­pio di autentica poesia cristiana: in un quadro letterario in cui il cristia ­nesimo era inteso, alla maniera petrarchistica, come rima spirituale di pentimento.

Il sentimento della vita anteriore

E’ a questo punto che il Della Ca ­sa ha scritto sonetti come Già lessi, O dolce selva, Questa vita mortai. Le sue cose assolute â— convien ricono ­scerlo â— non sono molte: vi si arriva attraverso un lento lavoro di prepa ­razione, in cui i vari temi sono pro ­posti, svolti, variati. Aveva scritto a Pier Vettori: « … la mia natura è di mutare e rimutare, e ancora di rifar volentieri, come quello che non ha fretta »: sicché tutto il libro delle Ri ­me può esser considerato come un esempio di opera aperta, ma in fun ­zione di certi punti definitivi, che più chiusi e più avulsi dalle loro prove non potrebbero essere. Perché la gran ­dezza del Della Casa non sta nel fatto di aver trovato un segno d’incontro tra la poesia e la vita (a questo era riuscita anche Gaspara Stampa, anche Veronica Franco): ma nell’aver tra ­sceso quel segno in mito, in parabola, in simbolo: anzi â— rompendo anacro ­nisticamente la convenzione petrarchistica â— in vero e proprio azzardo simbolista.

E’ il caso di questo sonetto: « Già lessi, e or conosco in me, sì come / Glauco nel mar si pose uom puro e chiaro, / e come sue sembianze si mischiaro / di spume e conche, e fersi alga sue chiome; / però che ‘n questo Egeo che vita ha nome / puro anch’io scesi, e ‘n queste de l’amaro / mondo tempeste, ed elle mi gravaro / i sen ­si e l’alma ahi di che indegne some! / lasso: e soviemmi d’Esaco, che l’ali / d’amoroso pallor segnate ancora / di giuno per lo cielo apre e distende, / e poi satollo indarno a volar prende: / sì ‘l core anch’io, che per sé leve fora, / gravato ho di terrene esche mortali ».

E qui si torna al primo assunto: che poche altre cose, nella storia del ­la lirica italiana, stanno alla pari di questo sonetto. Qui non c’è niente di spirituale in senso cinquecentesco; non c’è ombra di pentimento: c’è solo una favola, nella quale si brucia ogni caso personale (« conosco in me »). Ma bisogna dire che al mito, alla favola, il Della Casa era arrivato già prima, come in questo sonetto di complimento che potrebbe apparire lontanissimo dall’altro che abbiamo appena letto e che invece gli è molto vicino per il sentimento, tutto moder ­no, di una vie antérieure irrimedia ­bilmente compromessa:

« La bella greca, onde ‘l pastor ideo / in chiaro foco e memorabil ar ­se, / per cui l’Europa armossi, e guer ­ra feo, / e alto imperio antico a terra sparse; / e le bellezze incenerite e arse / di quella che sua morte in don chiedeo; / e i begli occhi e le chiome e l’aura sparse / di lei, che stanca in riva di Peneo / novo arboscello a i verdi boschi accrebbe; / e qual altra, fra quante il mondo onora, / in mag ­gior pregio di bellezza crebbe, / da voi, giudice lui, vinta sarebbe, / che le tre dive (o sé beato allora!) / tra’ suoi be’ colli ignude a mirar ebbe ».

Certo, nel sonetto Già lessi il gioco si è fatto più stretto; oltre che di una vita anteriore, c’è il sentimento di una vita futura; ma quasi per dire che le prospettive sono chiuse, che non c’è più niente da sperare. Nel sonetto al ­la selva leggiamo questa conclusione: «… ma più di te dentro e d’intorno agghiaccio, / ché più crudo Euro a me mio verno adduce, / più lunga notte e dì più freddi e scarsi ». Su questo senso di blocco, di gelo interiore si chiudono le Rime.

Insomma, quello del Della Casa è sempre stato un problema aperto per la coscienza critica italiana. I tempi nostri hanno registrato progressi as ­sai notevoli nella definizione di que ­sta voce tanto singolare. Il che non esclude che, forse ancora nel Duemi ­la, i ragazzi del liceo porteranno al ­l’esame il sonetto Traversando la Ma ­remma Toscana, senza preoccuparsi della « bella greca » o di Glauco o di Esaco, o di quella selva del Montello.


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