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LETTERATURA: I MAESTRI: I nipoti di Fiodor

19 Settembre 2015

di Manlio Cancogni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 38, giovedì 21 settembre 1967]

Il manifesto degli intellettuali cecoslovacchi e gli articoli degli scrittori russi apparsi in questi giorni in Europa, ci pongono in allarme. Sono denuncie che non lasciano dubbi sullo stato in cui versa l’”intelligenzia” di quei Paesi. Sono appelli disperati, richieste di aiuto. Ma come darlo?

E poi c’è qualcosa, in questi appelli che non convince pienamente. Nessuno è “insensibile al grido di dolore” degli intellettuali dei Paesi dell’Est oppressi da regimi ottusi e polizieschi; nessuno è rimasto insensibile alla tragedia di Pasternak o a quella di Siniavskji e di Daniel. Solo che in questi scritti, in questi manifesti, manca qualcosa. Parlano molto di libertà per gli intellettuali, troppo poco di libertà per tutti i cittadini.

Nessuno insomma che si levi a condannare le istituzioni, le leggi. Eppure è da esse che dipende la triste situazione che vien denunciata. Nessuno che dica a voce alta, e non di sfuggita, che a parte una certa bonarietà nei governanti nulla è cambiato dal tempo di Stalin per ciò che riguarda i governati. Eppure è solo con una riforma del sistema (non dei metodi), e cioè introducendo istituzionalmente la democrazia nel socialismo che si possono eliminare gli abusi, gli arbitrii, le malefatte e le stupidaggini di cui sono vittime anche gli intellettuali.

In genere che cosa chiedono gli scrittori dell’Est? Tolleranza; autorità più intelligenti, più colte, più comprensive dei diritti dell’arte e della letteratura.

Si contentano di così poco? Ricordo in proposito l’esperienza che feci in Russia tre anni fa.

Non c’ero andato per motivi professionali. La Scala era ospite del Bolscioi e io che da qualche anno avevo scoperto la bellezza del melodramma avevo chiesto e ottenuto di seguirla. Intendevo godermi un mese di riposo: girare per Mosca e nelle vicinanze durante il giorno (magari fare una corsa a

Leningrado) e passare le serate a teatro. Niente servizi, niente inchieste, solo una vacanza. Fra l’altro devo dire che non credo molto alle inchieste fatte in Paesi dove i dati vengono forniti da fonti ufficiali e non c’è modo di controllarli.

Una visita provvidenziale

Ma si ha un bel dire, voglio vivere in Russia come un turista, allo stesso modo che se fossi in Danimarca o in Spagna. Non è possibile. Il fatto di essere in un mondo così diverso dal nostro nell’ordinamento sociale, e col quale è aperto da mezzo secolo un dibattito che probabilmente ci accompagnerà fino al Duemila e oltre, ti è sempre presente. Vien voglia di fare domande, di confrontare, d’informarsi, e sì, di trarre delle conclusioni generali, e non solo sulla Russia e il suo regime, ma sul destino del mondo, di noi tutti.

Nel mio caso l’occasione mi fu data da una visita alla casa natale di Dostoevskji.

Non sapevo che esistesse ancora e che fosse, sia pure con scarso rilievo indicata nelle guide come monumento nazionale, alla pari di quelle, sia pure molto più celebrate di Cecov e di Tolstoi. Dostoevskji è nato a Mosca ma ha quasi sempre vissuto altrove: prima la Siberia poi l’Europa, infine Pietroburgo. Pensavo che bisognasse andare nell’ex-capitale per ritrovarlo. Soprattutto non immaginavo che la visita a quella squallida abitazione mi avrebbe dato il capo di un filo che mi avrebbe portato molto lontano, a capire, se non m’illudo, molto di più di quanto finora avessi capito sulla storia della Russia e della sua intellettualità. Così, grazie a quella visita, oggi, quando leggo le notizie sui guai che passano gli intellettuali dei Paesi dell’Est una infinità di ricordi e di pensieri mi si affollano nella mente.

La cameretta di Fedia

La casa natale di Dostoevskji è malissimo conservata; voglio dire che vi resta molto poco di ciò che era in realtà quell’abitazione quando lo scrittore vi nacque un giorno del 1821. La cosa che più colpisce, all’interno di essa, è la camera dove dormiva il piccolo Fiodor insieme a uno dei fratelli. Ä– una stanza senza finestre, una specie di tana che non ha nulla in comune con quelle che s’incontrano nelle narrazioni edificanti sull’infanzia dei celebri scrittori, sia dei ricchi che dei poveri. Di una stanza del genere un biografo non potrebbe dire nulla tanto appare disadorna. E nello stesso tempo sapendo che vita sarebbe stata quella di Dostoevskji, non si riesce a immaginarla diversa. Considerando l’ambiente intorno (il quartiere in cui sorge la casa, e l’aspetto della campagna vicina), si arriva persino a pensare che in quel buco il piccolo Fiodor dovesse assaporare gli unici momenti di felicità delle sue giornate. Attiguo alla casa c’è infatti l’ospedale dove prestava servizio il padre dello scrittore: un uomo, sappiamo, dal carattere irascibile, violento, che incuteva terrore ai vicini e le cui maniere non aiutavano certo il piccolo Fiodor a superare l’angoscia che doveva dargli la vicinanza di quel lugubre edificio. Il quartiere è più o meno rimasto lo stesso. Case uguali, a uno o due piani, alcune in legno, di colore grigio, strade diritte e sconnesse che nella cattiva stagione dovevano coprirsi di fango. E più oltre una campagna squallida con qualche albero spoglio qua e là, una di quelle lande suburbane che specie nei giorni di maltempo, col cielo basso e grigio danno la sensazione che nulla possa cambiare al mondo, e che sotto quella cappa opprimente non ci sia posto che per l’infelicità. Dostoevskji ne portò certamente il ricordo per tutta la vita. Essa appare in certe pagine dei suoi romanzi pietroburghesi. Ricordate il sogno di Raskolnikoff in Delitto e Castigo? Un bambino, lui stesso, cammina con il padre su una strada di campagna. Niente verde, né alberi, né fiori, solo una distesa monotona e grigia. E sul margine della strada una bettola da cui esce il canto degli ubriachi, un canto che raggela il sangue del bambino, che vorrebbe affrettare il passo, e dare la mano al padre che gli cammina accanto, silenzioso e arcigno.

Mi diffondo un poco sulla descrizione di questa campagna moscovita anche perché noi occidentali quando pensiamo alla Russia immaginiamo sempre boschi di betulle, campi di segale, stagni dove i contadini pescano anguille e carpe, izbe povere sì, ma piene di vita: il paesaggio idillico, insomma, che appare nei racconti di Turghenjev e di Cecov, nei romanzi di Tolstoi. Proprio per queste descrizioni della natura, quegli scrittori ci sembrano tanto veri e ci sono tanto cari. Al loro confronto Dostoevskji, che dedica così poco spazio alle descrizioni naturali (non c’è la natura si dice comunemente di lui) ci appare invece così irreale, così strano, e persino sgradevole. Ma già dopo questo primo sguardo al mondo infantile di Dostoevskji cominciavo a non essere più tanto sicuro di certi giudizi. Chi è più vicino alla verità, mi chiedevo, il bonario, conversevole Turghenjev, o il “folle” autore di Delitto e Castigo o de L’Idiota?

La mia incertezza aumentò in proposito quando due giorni dopo feci un breve viaggio a Leningrado. La raggiunsi al mattino di un giorno nebbioso, già autunnale, che mi ricordava quello del primo capitolo de L’Idiota in cui si descrive l’arrivo alla capitale del principe Miskin e di Rogogin. Negli ultimi chilometri del viaggio avevamo attraversato una regione deserta, mezza steppa, mezza acquitrino, anch’essa molto lontana dalle immagini di certa narrativa ottocentesca. Nel suo racconto Dostoevskij non perde tempo a descriverla. La lascia intuire; lascia intuire che fuori dei finestrini del treno che corre non c’è nulla di bello da vedere. E così l’attenzione si concentra tutta sui personaggi, sui loro problemi, sulla loro imminente azione.

Un quartiere vasto come il mondo

Leningrado, lo sanno tutti, è una delle più belle città del mondo, una vera capitale. La guida che aspettava alla stazione la nostra comitiva aveva già pronto il suo itinerario che iniziava con una visita al palazzo d’inverno e all’Ermitage. Ma chi aveva voglia di seguirlo? Ormai la mia fantasia si muoveva su altre strade.

Avevo l’indirizzo di una persona, che, mi avevano assicurato a Mosca, mi avrebbe fatto visitare la città fuori delle vie battute dal turismo. Gli telefonai, mi dette appuntamento all’albergo per il pomeriggio, nell’attesa andai a passeggiare sulla Neva e al mio ritorno lo trovai che m’aspettava seduto nel corridoio su cui s’affacciava la mia camera.

Era un giovane robusto di un trentacinque anni, dalla faccia larga, franca, e piuttosto grave. Non posso dire il suo nome. Chiamiamolo Victor. Era uno scrittore. Ma, per carità, non immaginate che fosse Victor Sklovski. A parte l’età, a quel tempo in Italia nessuno conosceva questo nome.

Era uno scrittore che non aveva mai pubblicato un rigo, uno di quelli di cui si parla molto, oggi, in Occidente aspettando che un giorno si decidano a uscire dall’ombra per offrirci un capolavoro. Quello che scriveva non avrebbe potuto essere accettato, per la sua eterodossia, da nessun editore e da nessuna rivista. Non aveva nulla in comune, lui, con gli scrittori “liberali” del Novi Mir.

Ma tutto questo lo venni a sapere più tardi. Per il momento si contentava di farmi da guida per la Pietroburgo che riteneva meno convenzionale e che, in segreto, sperava mi avrebbe aiutato a capire molte altre cose che gli stavano a cuore. M’aveva subito detto: ci sono tre Pietroburgo da vedere, quella di Puskin, col Campo di Marte e il giardino d’inverno, quella di Gogol, con la prospettiva Nevsky, e quella di Dostoevskji. Quale preferivo? Dopo quanto avevo visto a Mosca non potevo avere dubbi. E Victor voltando decisamente le spalle alla Neva e ai suoi prestigiosi monumenti s’inoltrò nel quartiere di Kolomnia, quello in cui Dostoevskji ha ambientato Delitto e Castigo, L’Idiota, Povera gente, L’eterno marito cioè tutti i suoi romanzi pietroburghesi.

Si passava da una strada all’altra senza una meta precisa, addentrandoci sempre di più in quel mondo che nonostante gli anni, due guerre, una rivoluzione non è per nulla cambiato dai tempi in cui vi passeggiavano, anch’essi il più delle volte senza scopo, i personaggi di quei romanzi. Guardavo le facciate delle case, di un colore giallastro, che si screpolava; ficcavo gli occhi negli anditi, nei cortili, nell’apertura delle scale; li sollevavo verso le finestre degli ultimi piani. Victor si limitava a darmi brevi indicazioni. Ecco la casa dove abitava Raskolnikof, ecco quella della sventurata famiglia dell’impiegato Marmeladof, e l’altra dove Sonia, la prostituta, riceveva i suoi clienti. Non ero mai stato in un luogo dove i ricordi letterari esercitassero così potentemente la loro suggestione. In quel momento se fossi stato solo avrei potuto benissimo immaginare di essere Raskolnikof la sera del delitto. Di diverso c’era l’ora e la stagione. Quel giorno, ricordate, era di luglio; una interminabile sera estiva che invitava la gente a indugiare all’aperto, vagabondando senza scopo da una strada all’altra, nell’afa, nei cattivi odori. Una folla di piccoli borghesi, impiegati, mercanti, ubriachi, prostitute, agenti di polizia, tutti prigionieri di quelle mura, e delle loro ossessioni.

La casa di Alena Ivanovna

Entrammo in un andito. Victor si fermò. Non occorreva che mi dicesse che quella era la casa di Alena Ivanovna, la vecchia usuraia, che aspettando il suono del campanello contava il suo denaro e passava in rivista i pegni avvolti in un pezzo di carta col nome del cliente. Ecco il cortile. Gli inquilini che ci passavano accanto chi entrando chi uscendo sembrava non si accorgessero della nostra presenza. In quel viavai anonimo era facile entrare inosservati come aveva fatto Raskolnikof. Il portiere era assente. Dall’andito c’inoltrammo in un cortile; in fondo si vedeva l’apertura di un secondo cortile, e poi d’un altro. Quella casa era un vero formicaio.

Ecco la scala scura, con la ringhiera di ferro, le pareti sudice da cui l’intonaco si staccava come la pelle di un lebbroso; la prima rampa, il primo pianerottolo sempre più scuro; di dietro le porte si udivano vaghi rumori, di passi, voci; di fuori veniva come un ronzio; la seconda rampa, il secondo pianerottolo… l’illusione è perfetta, mai, avevo visto le parole di un libro aderire con tale forza alle cose, diventare così reali. Fra poco mi sarei fermato davanti a una porta scura, avrei teso l’orecchio, sollevato la mano per tirare il campanello…

Ora Victor mi sembrava più sciolto e soddisfatto. M’aveva portato nel vivo dei suoi pensieri, dei suoi problemi. Poteva cominciare a spiegarsi. Continuando la nostra passeggiata, nella Sinnaia, la Piazza del Fieno, nella Sadovaia, mi spiegò che cosa fosse Pietroburgo, che cosa significasse oggi Dostoevskji, e perché il rinnovamento letterario e spirituale della Russia non potesse che prendere l’avvio dalle sue parole. Ogni tanto ci si fermava per qualche minuto davanti ai luoghi (una casa, una trattoria, un albergo) che avevano un posto nei romanzi del suo autore preferito (preferito non soltanto da lui ma da tutti i giovani scrittori in lotta con le autorità preposte dal partito alla vita culturale dell’Unione Sovietica) e allora l’immagine o l’episodio veniva a dar vita alle sue parole. Nella Sadovaia vedemmo il restaurant nel quale era solito andare a pranzo Svidrigailof, l’anziano e ricco signore di Delitto e Castigo, gaudente e cinico, che perseguitava con le sue insinuazioni il povero Raskolnikof. Si trova al primo piano di un edificio color arancione, sicché sedendo vicino alle finestre Svidrigailof poteva dominare il miserabile flusso umano che scorreva ininterrottamente, automaticamente nella Sadovaia fin giù alla Piazza del Fieno. Era in quel tratto che Raskolnikoff girovagava in preda alle sue fantasticherie tormentose sotto gli occhi del suo nemico. Come doveva odiarlo in quel momento! come doveva essere acuto in certi luoghi il contrasto fra la vita soddisfatta e ironica dei “barin”, i signori, e quella dei giovani rosi dai loro sogni di grandezza, di rivalsa, o di rivolta!

Nessuna paura di morire

Ma ora bisogna che io dica qualcosa di più sul conto di Victor, del suo lavoro e delle sue idee. In primo luogo egli era pieno di orgoglio, e questo gli faceva sopportare con fermezza la sua situazione di scrittore ignoto che durava già da almeno dieci anni. E non c’era dubbio che egli fosse consapevole, almeno come Raskolnikoff, del suo valore. Lo confortava il fatto di non essere solo; tutti i migliori nuovi scrittori sovietici erano clandestini come lui. Gli era stata offerta la possibilità di pubblicare all’estero; ma aveva rifiutato. Non era di quelle soddisfazioni borghesi che lui andava in cerca. Gli bastava che i suoi amici fossero al corrente del suo lavoro. Ciò che contava era la verità, e la verità, non aveva dubbi, si stava piano piano facendo strada nel cuore degli scrittori russi, a onta della burocrazia, dei cattivi letterati, dei divieti, dei campi di concentramento. Così come sera fatta strada, nel secolo scorso nella folla che si trascinava in su e in giù per quelle strade.

Un giorno avrebbe potuto finire anche lui in un campo così come c’erano già finiti sotto Stalin, suo padre e sua madre. A questo proposito non si faceva illusioni. Nonostante la destalinizzazione e i buoni propositi di Kruscev (c’era ancora lui al potere in quell’epoca) le cose, in sostanza, mi disse erano rimaste le stesse: c’era sempre lo Stato stalinista con tutti i suoi apparati. In meno di ventiquattro ore se il gruppo dirigente l’avesse ritenuto necessario Kruscev poteva saltare e la Russia tornare a essere sottoposta di nuovo a un regime di spietata repressione poliziesca.

“Ebbene”, gli chiesi, “non hai paura?”.

“No”, mi rispose, e sono sicuro che non mentiva. Anzi gli pareva strano che uno scrittore (mi ero presentato a lui come tale) potesse fargli una simile domanda. Suo padre era stato fucilato, come tanti altri. Poteva capitare anche a lui. Un simile incidente gli pareva, così mi fece capire, quasi connesso alla vocazione di un vero scrittore.

Inutile dire ch’egli disprezzava il regime sovietico.”Ma questo non vuol dire che Victor fosse anticomunista. Per lui la rivoluzione dell’ottobre 1917 continuava a essere un valore inseparabile dalla storia della Russia. Per non dilungarci su questo punto possiamo dire che la pensava in proposito come il Dottor Zivago di Pasternak.

Ma torniamo a Pietroburgo. Perché, a parte il mio desiderio, m’aveva portato a visitare quel quartiere, m’aveva immerso nella sua atmosfera? Che significato gli attribuiva? Per Victor, Kolomnia riassumeva tutta Pietroburgo, era il principio della storia contemporanea della Russia. Lì era avvenuto l’incontro fra il primitivo, asiatico, uomo russo, e le idee che venivano dall’Europa. Lì, in quelle case, dietro quelle finestre dove s’addensava una folla di piccoli borghesi, impiegatucci, studenti tubercolotici e indebitati, intellettuali senza occupazione, ufficiali fuori servizio, quelle idee avevano cominciato a fermentare come in un gran calderone alimentando i primi sogni rivoluzionari, le prime visioni di palingenesi. Dostoevskji era il primo scrittore russo che aveva capito tutto questo. In tale senso egli doveva essere considerato il più rivoluzionario di tutti gli scrittori russi. Gli altri al confronto, compresi Turghenjev Tolstoi e Cecov, gli apparivano come scrittori di maniera, quasi oleografici, dei conservatori. Da loro poteva nascere una generazione di liberali, occidentalizzanti, non di rivoluzionari.

Il primo dei realisti

Victor mi diceva queste cose senza alterare la gravità che gli era abituale e io non potevo fare a meno di ascoltarlo affascinato. Di un punto ero assolutamente convinto, almeno in quel momento: che se per realtà s’intende la coscienza piena che si ha di un certo momento storico, Dostoevskji era certamente il più realista di tutti gli scrittori russi. E forse anche il più rivoluzionario. Ma su questo punto Victor mi avrebbe illuminato pienamente in seguito.

Lasciammo Kolomnia, si oltrepassò la Neva e continuammo la nostra passeggiata nelle isole. A noi s’era unito un amico di Victor anch’egli scrittore clandestino, d’un pallore slavato, che parlava di tanto in tanto a monosillabi. In cambio mi fissava con un’intensità dolorosa, e poi sorrideva, scuotendo leggermente il capo in su e in giù, non so se con benevolenza o profonda rassegnazione. Lui aveva fatto anche la prova del campo di concentramento e al contrario di Victor non pareva troppo convinto del fatto suo. Aveva una quarantina d’anni e pareva un uomo finito.

Nelle isole passammo vicino alla caserma davanti alla quale alle prime luci di un mattino piovoso Svidrigailof finisce la sua carriera di sibarita, dopo una notte di incubi che precorrono prodigiosamente quelli di Kafka, tirandosi una rivolverata alla tempia. Ä– un edificio basso d’un colore rossastro. Oggi ospita un corpo di vigili del fuoco. Ma i muri sono gli stessi e c’è ancora, nel solito posto, la garitta con la sentinella. Ricordate la sua faccia stupita di contadino quando vede il signore sconosciuto che si toglie piano piano la rivoltella dalla tasca? Finimmo la nostra passeggiata su un ramo secondario del fiume, fra le ville e il verde di un quartiere residenziale. Una pausa di refrigerio dopo l’ossessione di tutti quei muri dove avevano covato per decenni le passioni e i rancori degli uomini. Victor continuava a parlarmi di Dostoevskji rivoluzionario.

Lo era in primo luogo a sentir lui da un punto di vista puramente letterario. La letteratura russa e poi sovietica a cavallo del secolo s’era sviluppata sotto l’influenza del naturalismo francese. Ora cercava di liberarsene, ma in pratica continuava a rimasticare le vecchie formule. Tolstoi, Cecov continuavano a essere i maestri della maggioranza dei giovani scrittori, compresi quelli che ufficialmente sembravano allontanarsi dai princìpi del realismo socialista. “Old fashion”, badava a ripetermi, “old fashion…”. E “old fashion” erano sia Nekrassov che Aktionov che Kasakov, ecc. ecc. L’unico per cui avesse una certa indulgenza era Solienitzin, forse perché era stato in campo di concentramento e il suo celebre romanzo gli ricordava la Casa dei morti di Dostoevskji.

Solo Dostoevskji dunque poteva insegnare a tutti un nuovo modo di affrontare la realtà, non più contentandosi di rappresentarla, di descriverla, con tinte liete o tristi, ma penetrandone il significato più profondo, problematico, capace di rovesciare le forme esteriori, naturali, in cui si offre “obiettivamente” allo sguardo. Lui solo poteva insegnare come attraverso un estremo, radicale, soggettivismo, lo scrittore possa arrivare a cogliere una verità che va oltre il banale episodio.

La Russia è un grande ospedale

Da vero russo Victor aveva gettato ogni diffidenza e mi parlava ormai a cuore aperto. E parlandomi da amico mi fece una breve lezione di storia che coronava molto coerentemente le sue idee sulla letteratura e sugli scrittori.

La riassumo. “In Russia”, mi disse “non esisteva classe media. Fra l’autorità zarista e il popolo non c’erano intermediari. Gli intellettuali erano destinati a colmare quel vuoto. Solo essi potevano mettersi alla testa del popolo interpretandone le esigenze, i diritti, la volontà. Così avvenne. Così la rivoluzione dell’ottobre 1917 fu opera dell’intellettualità bolscevica alleata al popolo. Ma con Stalin nacque lo Stato sovietico, la burocrazia, il regime; e gli intellettuali ne furono le prime vittime. Stalin non sentiva il mistico principio della comunione fra intellettuali e popolo. Li distrusse, li uccise, e quelli che sopravvissero li asservì”.

“Oggi la Russia è un Paese malato. Non c’è più Stalin ma c’è sempre lo Stato stalinista con la sua burocrazia, i suoi poliziotti, la sua ottusità; e il popolo, privo dei suoi maestri, giace impotente. La Russia è un grande ospedale. Bisogna lasciare entrare l’aria. Bisogna che intellettuali ricostituiscano i loro ranghi, riacquistino fiducia, udienza, potere. Allora torneranno a parlare al popolo, a guidarlo. La Russia guarirà”. Ammiravo Victor e soprattutto la sua passione davvero dostoevskiana. Ma le sue idee mi sgomentavano. Che abisso fra il suo e il nostro mondo! Ä– questa, mi chiedevo, la libertà di cui parlate voi intellettuali russi? Ora capivo che cosa poteva nascondersi sotto la apparente modestia di certe richieste.

Questi sono gli intellettuali

Capivo anche il senso che Victor dava alla parola intellettuale. Egli, come molti altri russi e balcanici non si riferiva ai medici, agli ingegneri, ai chimici, agli uomini di legge, agli amministratori, ai tecnici (coloro che in Occidente formano il tessuto della classe dirigente) ma agli scrittori, poeti, letterati o filosofi, coloro che per mestiere, o missione, pensano globalmente il mondo, lo interpretano, gli indicano una meta. Uomini cioè col ruolo, la vocazione, dei maestri, dei salvatori, dei profeti.

Inutile parlargli di riforme. Inutile dirgli che forse era venuto il momento di rimettere in discussione la società uscita dalla rivoluzione d’ottobre. Che forse il principio negativo stava proprio nel fatto che una minoranza (partito leninista o stalinista o krusceviano o di intellettuali salvatori) teneva sotto tutela tutto il resto del popolo. E soprattutto che lo scrittore in una società civile e democratica non ha né deve avere privilegiati diritti, o ruoli, o funzioni. E questo proprio in nome della cultura e della libertà.

Non mi avrebbe inteso.

Non ho più avuto notizie di Victor. Non so se rompendo il suo voto abbia cominciato a pubblicare, magari su qualche rivista più indipendente, i suoi scritti. Credo di no. Non mi pareva uomo da scendere a compromessi con i colleghi dell’Unione degli scrittori asserviti, più o mene riluttanti, al partito.

 


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Bart