di Dino Pieraccioni
[dal “Corriere della Sera”, martedì 27 agosto 1968]
Alcuni studenti scrivono: «il nostro esamina tore d’italiano alla maturità classica ha ripetutamente censurato il nostro modo di segna re gli accenti sè, perchè, affin chè, ecc. invece, diceva lui, di sé, perché, affinché, ecc. E’ giu sta quest’osservazione? E come dobbiamo regolarci per il fu turo? ».
Cercheremo di rispondere brevemente e, speriamo, in maniera esauriente. La rego la che comunemente si segue nello scrivere è quella di por re un segno di accento grave sulla finale di parole tronche di due o più sillabe (pietà, ventitré, Forlì, virtù, ecc.), su alcuni monosillabi come ciò, già, giù, piè, più, può e sui monosillabi è, là, né, sé, ecc. per distinguerli da e congiun zione, la articolo, ne pronome, se congiunzione, ecc. Questo anche l’uso seguito dai nostri studenti torinesi.
Più correttamente si inse gna e si dovrebbe sempre in segnare (e qui aveva ragione l’esaminatore) ad impiegare il segno di accento sempre gra ve per à, ì, ù in tutti i casi (carità, dirà, lì, sentì, Cefalù, virtù,) e invece il segno di accento grave per è ed ò aper te (caffè, canapè, Giosuè, piè, tè; comò, mangiò, passò, ma acuto per é chiusa (perché, poiché, sé, ventitré, ecc.). Non esistono parole tronche con la vocale í³ chiusa.
Sono queste anche le regole concordate recentemente per uso delle tipografie da un’ap posita commissione dell’Ente nazionale italiano di unifica zione, allo scopo di uniforma re i criteri seguiti dalle varie case editrici e dalle redazioni dei giornali, e sono regole semplicissime.
Distinzione superflua
L’uso di porre un accento acuto anche sulle vocali i ed u e scrivere quindi laggiíº, vir tíº, Forlí, supplí, ecc., uso che fu anche del Carducci ed è ancor oggi di alcune grandi case editrici e di alcune reda zioni di giornali, è da evitare come del tutto inutile e, se condo noi, errato giacché, a parte il fatto, certamente del la massima importanza, che pressoché tutte le comuni macchine da scrivere non re cano quel segno ma solo quel li di ì e di ù, le vocali i e u hanno un unico timbro e non v’è alcun bisogno di distin guere ed è più semplice ado perare un accento unico. Que sto è del resto il parere dei nostri più accreditati studiosi (Camilli, Devoto, Fiorelli, Mi gliorini) e cosi già voleva, per esempio, il D’Annunzio, come si può vedere dalle note che egli apponeva sulle bozze di stampa.
Sarebbe inoltre consigliabi le porre un segno di accento anche su parole sdrucciole, bisdrucciole, ecc. come sùbito, benèfici, àmbito, càpitano, per distinguerle da subito, bene fici, ambito, capitano, che so no tutte da pronunciare piane.
I nostri studenti torinesi hanno però ragione quando domandano regole precise: ef fettivamente, data la com plessa accentazione della no stra lingua, che può avere pra ticamente l’accento su qualsiasi sillaba della parola, ma non usa porre alcun segno tranne i casi di parole tron che come sopra detto, moltis sime sono le pronunce errate che si sentono anche sulla boc ca di persone di cultura. Cosi cosmopòlita, èdile, Frìuli, go mèna, leccòrnia, mòllica, Nuòro, sàlubre, upùpa, velodròmo, vermifùgo, zàffiro, ecc. al posto della pronuncia corretta co smopolìta, edìle, Friùli, gòmena, leccornìa, mollìca, Nùoro, salùbre, ùpupa, velòdromo, vermìfugo, zaffìro, ecc.
E’ noto che tutte le altre lingue hanno rimediato da tempo, quale in epoca antica quale più di recente e ora in un modo ora in un altro, a questi inconvenienti: il greco, fin dall’età ellenistica, s’è dato un sistema d’accentazione complesso, ma quasi sempre ben preciso e chiaro; il lati no ha nella regola della pe nultima una norma semplicis sima che non ammette, si può dire, eccezioni, anche se oggi diventa sempre più difficile trovare uno studente che la sappia enunciare con precisio ne, perfino in esami universi tari. Lo spagnolo, in epoca più recente, ha posto l’accen to su tutte le parole che non sono piane; il francese pronuncia con accento tonico la ultima sillaba di ogni parola (non tenendo conto della e muta) e non offre quindi al cuna difficoltà; il polacco ac centa invece sempre la penul tima e cosi via.
Buona abitudine
Basterebbe perciò abituar ci a poco a poco anche noi italiani a segnare l’accento, oltre che sulle parole tronche come ora già si fa, anche su tutte quelle parole che non so no piane, cioè sdrucciole, bi sdrucciole, ecc. o almeno su quelle fra di esse che sono me no comuni e che possono dar adito a dubbi, anche se que st’impiego di un segno di accento non è per ora richiesto (ma non è neanche vietato) dalle regole grammaticali.
Diciamo per ora, perché una regolina in più nelle nostre grammatiche a noi proprio non dispiacerebbe affatto: in novazioni nella scrittura e nel l’ortografia sono state introdotte, ora prima ora dopo, in numerosi altri paesi e tutti le rispettano. Si pensi, per par lar solo di tempi moderni, alla riforma dell’alfabeto russo del 1918, che ridusse da 37 a 33 i segni dell’antico alfabeto fissato da Pietro il Grande, o all’introduzione dell’alfabeto latino in Turchia al posto di quello arabo nel 1930 o infine alle numerose ordinanze (arríªtés) con cui in Francia si è finora intervenuti in questioni di ortografia o di pronuncia.
Commenti
5 risposte a “Gli accenti alla rinfusa”
La lingua italiana presenta per davvero parecchie difficoltà. Non è semplice districarsi in tutte le regole che la strutturano. Quella dell’uso corretto degli accenti è una questione non marginale. Mi viene da pensare a ciò che accade nella poesia, dove i versi sono raggruppati in una struttura ritmica. Quando poi si passa ai componimenti poetici che non hanno i versi liberi, allora bisogna porre doverosa attenzione all’accento dell’ultima parola del verso stesso. Se una parola è piana, il verso ha l’esatto numero di sillabe che è indicato dal suo nome. Se la parola finale è tronca, il verso ha una sillaba in meno. Se la parola finale è sdrucciola, il verso ha una sillaba in più.
Dunque materia non semplice, che abbisognerebbe di essere approfondita, specie da chi intende far poesia.
Ottimo articolo, Bartolomeo, quello di questa pagina.
Un abbraccio
Gian Gabriele Benedetti
Ritrovare nel mio archivio articoli come questi è una vera fortuna. Dino Pieraccioni era un’autorità, discepolo di un altro grande filologo, Giorgio Pasquali.
Ciao, Gian Gabriele.
Bart
Ho trovato questo articolo molto interessante ma mi permetto di introdurre una precisazione per i lettori in merito alla seguente affermazione: “Lo spagnolo, in epoca più recente, ha posto l’accen to su tutte le parole che non sono piane”.
Anche le parole piane, “llanas”, in spagnolo hanno l’accento grafico, a patto che la lettera finale sia diversa da vocale, -n o -s. Esempi: mármol, fácil, difícil.
Cordiali saluti
Barbara Canepari
Grazie, Barbara, del tuo contributo.