di Roberto Ridolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 agosto 1970]
Io sono, a quel che si dice, uno scrittore torraiolo; ma i merli della mia torre d’avorio li serberò a un’altra volta: per ora, invece, voglio scrivere le lodi dei volatili che han que sto nome. Mi pare che sia una riparazione dovuta; e non sol tanto da me, a cagione di certi giovanili trascorsi, ma da tutto il genere umano.
Già, perché gli uomini, ol tre a perseguitarli e a stermi narli come usano fare con tut te le altre creature alate, pinnate e pedestri, non li hanno trattati bene neppure a paro le; e sì che per il solito di parole sono generosi, tanto co stano poco. Usignoli, lodole, passeri, capinere e altri uccel letti che pur si continuano a mettere allegramente allo spiede, sono lodati, cantati dai poeti, coccodrillescamente pianti. I merli, no. Se le co noscenze e la memoria non mi fanno cilecca, pochi scrit tori li han ricordati con ama bilità, dopo quell’adespoto ve tustissimo canto sull’usignolo (merulus modulans tam pulcris concinit odis) e prima del Pascoli; ma di lui non fa maraviglia, perché gli uccelli li ha vezzeggiati un po’ tutti.
Il mio Petrarca ha nominato il merlo soltanto incidentalmente, con quel modo di dire usato già per chi s’infurbiva « il merlo ha passato il rio ». Un altro poeta a me per tutt’altre vie congeniale, il Berni, ne parla addirittura sgarbata mente: Né ch’io favelli, anzi cicali a caso / come s’io fussi un merlo o una ghiandaia. Ma chi diavol gli ha detto che i merli cicalino a caso come fanno gli uomini?
Anche nei proverbi si bi stratta questo povero uccello: Faute de grives, on mange de merles. Del suo nome si fa un uso ingiurioso: sebbene abbia fama di essere un uccello fur bissimo, ossia proprio per que sto, cioè per ironia, se voglia mo dare del gonzo a qualcuno gli diamo del merlo. Ora, met tiamoci nei suoi panni o me glio nelle sue penne: se il più grande uomo del mondo, po niamo il presidente Mao, sen tisse chiamar col suo nome ogni fedel minchione, non gli farebbe mica troppo piacere
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Certamente è un uccello scontroso, solitario, salvatico; tanto che Pompeo Festo ne faceva derivare il nome latino, merula, da merus nell’antica accezione di «solo »: quod so livaga est, c’insegnava, et soli taria pascitur. Mah! Io, che sono un poeta, non un etimo logista, posso anche starci; tanto più che quel discorsetto mi piace: se ne va solo solet to e solitario si pasce. Que sta salvatichezza potrebbe for se spiegarci perché non ha trovato troppe simpatie presso gli uomini: proprio come è capitato a me, che ho suppergiù lo stesso carattere.
Ma io col merlo ho in co mune i difetti, non le qualità, a cominciare dalla furberia. Vero è che tutta la sua fur beria mi par si riduca a star sene il più possibile alla larga dagli uomini, a fuggirli non appena li veda o li senta, a fidarsene meno che può; e se questo solo bastasse a farsi gabellare per furbo, anch’io (figuratevi!) dovrei essere giu dicato furbissimo. Ahimé!
Un’altra cosa che al merlo mi avvicina e mi affratella è la malinconia, che forse esso non ha, ma che io nella mia immaginazione gli attribuisco; e non perché lo veda con quell’abito nero, come se fosse ve stito a lutto, ma appunto per la sua salvatichezza: malinco nia chiama solitudine, solitu dine chiama malinconia. Più ancora gliel’attribuisco per il suo canto, che preferisco a quello dell’usignolo: è meno garrulo, meno volubile, certo non così zampillante di vir tuosismi preziosi, ma così lim pido e sonoro, così pieno ap punto di una dolce mestizia. Ricorda un poco quello del passero solitario, a lui tanto somigliante nell’abito quanto il canto del merlo al suo ras somiglia nella malinconia. Pli nio nota del merlo, anzi (per avvicinarmi più al suo latino, come facevano i miei fioren tini vecchi) qui dirò della mer la: Canit aestate, hieme bal butii, circa solstitium muta; cioè canta d’estate, balbetta d’inverno, intorno al solstizio è mutola. Ora, che siamo ap punto in quei giorni, e il giar dino è muto del suo canto, mi sento più solo: mi pare che qualcosa mi manchi.
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Fra me e questo uccello, in somma, c’è dell’affinità, c’è della simpatia; ma c’è anche altro: c’è la pietà, c’è la tene rezza che un facinoroso con vertito prova per le sue vittime. Ho accennato in principio a certi trascorsi giovanili: dei merli fui per lungo tempo un persecutore spietato. Nella nostra fattoria suburbana, dove quasi tutta la selvaggina stanziale si riduceva a qualche branco di passerotti, erano considerati addirittura come caccia grossa. Lo sterminato re dei pochi che vi si avven tavano ero io, solo capace, fra tanti gattonatori di forasiepe e di codibugnoli, di accenciarli a volo quando saet tavano dai cespugli con quel loro schiamazzo stizzito, che pareva una filza d’impreca zioni.
E ora che finalmente anche i miei fucili arruginiscono in un canto come la carabina dell’Innominato, proprio come l’Innominato mi sforzo in ogni modo di riparare al male fat to durante le mie gesta mici diali. Costui, diventato da fla gello benefattore, fece del suo castellaccio insanguinato un asilo; io ho ridotto la metà del mio giardino a selvatico, perché i merli ci trovassero un albergo e un cibo a loro gra diti; ho piantato alberi e ar busti delle cui bacche son ghiotti; ho lasciato marcire le foglie cadute, in modo che vi prolificassero bacherozzoli e altri insettucci; ho messo tra i cespugli abbeveratoi perché i miei protetti non avessero più ad affogar nelle vasche, come qualche volta è accaduto; ho curato i prati dove amano pa scolare a bruzzico, spargen dovi certe leccornie per la lo ro prima colazione.
Così, i bruni ospiti alati hanno cominciato a frequentare il giardino, v’hanno pre so stanza in numero sempre maggiore; e l’asilo s’è fatto più sicuro dacché, per essi più che per altro, ho procurato che nei poderi circostanti la caccia fosse bandita. Non basta: avendo riguardo alla loro in dole selvatica e solitaria, ho rinunziato, non senza incomo do e sacrificio, a frequentare quello ch’è divenuto ormai il loro dominio. Se qualche vol ta peritosamente mi prendo la licenza di metterci piede, devo sopportarne le proteste, mani festate senza tanti complimen ti con un chioccolare stizzoso.
Ma l’Innominato, che mol to ha da farsi perdonare, fa cilmente perdona questi pic coli sgarbi. E trova le sue con solazioni a sera, dopo il tra monto, quando l’aria è piena del loro canto sonoro e ma linconico; più ancora, quando li vede, dalle finestre che si affacciano sul giardino, svo lazzare e saltellare fiduciosi nei prati, nel piazzale, nelle viottole.
Alcuni di essi ho imparato a riconoscerli, io che tra gli uomini vo proclamando a mia scusa d’essere poco fìsonomista. Per restare in chiave con la similitudine dell’Innomina to, li ho battezzati coi nomi degli eroi manzoniani: un ma schio baldanzoso, dalle lucide penne corvine e il becco colore arancio, è Renzo: Lucia ho chiamato la sua fedele com pagna, una bella merla di un color bruno dorato. E c’è don Abbondio: un poltroncello che va sempre a piedi, quasi che volare gli faccia fatica o pau ra. Ha il piumaggio di un ne ro che dà nel rossiccio, come si vedevano in campagna cer te vecchie sottane da prete, quando i preti portavan sot tane.
Toh, eccolo; mentre scrivo di lui, è lì sul prato: non sal tella neppure, passeggia. Pas seggia e chioccola piano, di continuo, come se brontolasse. Ora, attraverso la finestra aperta, m’ha visto: mi guarda con aria preoccupata, proprio in quel modo che don Abbon dio guardava l’Innominato non ostante la conversione. Chissà che non pensi anche lui: « E se gli salta qualche grillo? ». A buon conto se ne va, sem pre di pedina, s’infila in una siepe di bosso.