I sacri testi dei Formalisti russi

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, 6 marzo 1969]

L’antologia I Formalisti Russi esce finalmente da Ei ­naudi quando Viktor Sklovski e Roman Jakobson e i loro geniali e sventurati colleghi appaiono già come un movi ­mento semiassimilato o predi ­gerito o variamente frainteso dalla nostra cultura â— però fino a pochissimi anni fa que ­sti Formalisti parevano prima di tutto un Mito. Le loro teo ­rie erano poco note, le opere introvabili, inesistenti le tra ­duzioni in lingua accessibile; e addirittura vaghi i nomi, im ­preciso l’arco della loro atti ­vità… Per mettere le mani su qualche testo, bisognava ri ­correre alla gentilezza di qual ­che slavista particolarmente squisito (il primo a parlarme ­ne fu Ripellino, su un lento treno fra Salisburgo e Praga); e ogni nuova informazione sol ­leticava la curiosità, smodata ­mente, perché si sentiva che cinquant’anni fa questo mi ­sconosciuto gruppo di letterati entusiasti si era posto â— e aveva in parte risolto â— il « nodo » dei problemi critici che venivano presentandosi ai nostri Anni Sessanta.

Poi la rivista Tel Quel ri ­pubblicò il celebre manifesto di Sklovski, L’arte come pro ­cedimento. E riappariva, dopo anni d’introvabilità (all’Aja, presso l’editore Mouton), l’u ­nico repertorio occidentale del Formalismo Russo, dovuto a Victor Erlich, e poco dopo apparso in italiano da Bom ­piani. Infine, dopo un’indi ­menticabile visita a Roma di Sklovski rivalutato (settanta ­cinquenne) in patria, l’edito ­re De Donato ha impostato la sua fortunata carriera sulla benemerita divulgazione delle opere « formaliste » in Italia. Ormai le più importanti sono a disposizione dei nostri let ­tori, mentre in Francia i giovani strutturalisti le riscopro ­no come antecedenti precisi e indispensabili.

Il volume dell’Erlich era in ­sieme una romanzesca inchie ­sta e un collage ragionato di preziose rivistine apparse fra Mosca e Leningrado nel vor ­tice degli Anni Venti, e di celebri articoli scomparsi ne ­gli « inferni » delle bibliote ­che sovietiche. Questa anto ­logia â— curata da Tzvetan Todorov per le edizioni parigine del Seuil â— riunisce in ­vece i testi fondamentali del movimento, chiarendo già dalla prefazione che il termine « formalista » è nato sbaglia ­to, si presta agli equivoci, e non ha nulla in comune con le estetiche di tipo crociano. Si tratta piuttosto di « positi ­visti ingenui »… Per Sklovski, già nel 1917, la creazione letteraria non è affatto l’ «atto mistico » dei Simbolisti, misticazione che unisce per oc ­cultare l’opera d’arte. Questa sarà piuttosto un congegno  tutto costruito, e dunque artificialissimo: fabbricato dall’autore attraverso una serie di precise operazioni tecniche e (come un motore) smontabile attraverso il procedimen ­to inverso dal Critico « per vedere com’è fatto », badando più alle Regole di Funzionamento che non alle Sostanze cioè ai Contenuti. Quasi come per Orazio e per Quintiliano, dunque, l’opera d’arte non sarà l’espressione spontanea di un invasato romantico, ma il prodotto di un sagace artefice che conosce le regole del me ­stiere. Quasi come per gli strutturalisti, d’altra parte l’opera d’arte risulterà un «sistema di funzioni » dove ogni componente « agisce » (e ha un senso) soprattutto in rela ­zione reciproca e dinamica con tutti gli altri… Attaccando il Pensiero per Immagini (clichés immobili, indifferenti), Sklovski tende a un metodo « morfologico, specificatorio » per individuare quel connota ­to di letterarietà che fa di un’opera â— appunto â— una opera letteraria. E propone la nozione di straniamento assai prima di Brecht, quando chia ­risce lucidamente l’Uso Poe ­tico dell’Immagine (« una ster ­zata semantica per rendere estraneo l’abituale »), indican ­do come maestro esemplare di tale procedimento… addi ­rittura Tolstoj.

Raramente il nostro secolo ha vissuto avventure intellet ­tuali così eccitanti, così ele ­ganti. I Formalisti erano tal ­mente legati alla grande avan ­guardia artistica prerivoluzio ­naria che come protagonisti di questa raccolta appaiono i critici leggendari â— oltre a Jakobson e Sklovski, Boris Ejchenbaum, Juri Tynjanov, Boris Tomasevskij, Viktor Vi-nogradov â— mentre come comprimari e comparse, ecco Pasternàk e l’Achmatova, Be ­ivi e Meyerhold e Sciostacovic. E Majakovskij, che scrive: « la poesia è un tipo di produzione, molto difficile e complicato, però sempre produzione ». E poi: « l’arte non è una copia della natura, ma la decisione di deformare la natura secondo le riflessioni della coscienza individuale ». E i Cubofuturisti acclamano: « se c’è una nuova forma, de ­ve esistere un nuovo conte ­nuto; è la forma che lo deter ­mina! ». Ma Lunaciarskij: « prima della Rivoluzione, il Formalismo era verdura di sta ­gione. Ora è marcia! ».

Invece, a parecchi decenni di distanza, la tensione cultu ­rale di questa saggistica ap ­pare altissima, densissima, af ­fascinante: intatta. Sullo sfon ­do di vicende meravigliose e terribili, i Formalisti studiano il Monologo e il Dialogo. Con ­trappongono Metonimia e Me ­tafora. S’accaniscono sulla Poesia: è un’arte verbale; i suoi materiali non sono im ­magini né emozioni, ma pa ­role. Sarà inferiore alla pit ­tura… Però ha a disposizione « l’intero nesso delle relazioni formali-logiche inerenti al lin ­guaggio e incapaci d’espres ­sione in ogni altro campo ar ­tistico ». Comporre versi è « un equilibrio sulla corda ver ­bale ». E’ « una oscillazione fra campi semantici ». E’ « spogliare nudo il tessuto fo ­nico della parola ». E’ « una danza degli organi articolatori »!… Studiano Husserl, ado ­rano Hoffmann, applicano for ­mule matematiche all’identità fra Segno e Referente. Svo ­lazzano fra cinema e cabaret. S’impossessano delle categorie estetiche neo-kantiane. Rileg ­gono (antropologicamente, con Vladimir Propp) le « fa ­vole di magìa ». Rirecensisco ­no l’Eugenio Onieghin come « trattamento d’una fabula mediante digressioni incorpo ­rate », e il Mantello di Gogol come « interazione dei due li ­velli stilistici della narrazione comica e della rettorica senti ­mentale »… Però Sklovski proclama il Tristram Shandy il più « tipico » romanzo del mondo. E grida che « addebitare idee o sentimenti al poeta è rozzo e assurdo come bastonare il Giuda delle filodrammatiche ».

Esigendo intorno al 1930 « l’assoluta neutralizzazione di questi neutralizzatori da parte di un plotone d’esecuzione ideologico », lo stalinismo ne consegna i protagonisti alla tragedia, e le teorie alla Leg ­genda. Il giro di vite stronca in un’agonia di ritrattazioni mai conclusa la loro rigorosa frivolezza, la loro generosa empietà, il lucido capriccio. Si buttano nella versatilità. Op ­pure, si rinchiudono nell’eru ­dizione. E fra soprassalti d’in ­transigenze e di rinnegamenti, scrivono, scrivono: reportages prefazioni ai classici, sceneg ­giature, testi scolastici, bio ­grafie romanzate… Sklovski espatria, scrive a Berlino lo stupendo Zoo, poi rientra. Ejchenbaum muore sfinito, Vinogradov si sperpera… Ma at ­traverso la straordinaria car ­riera successiva di Jakobson, il Formalismo Russo feconda le tappe più significative del ­la cultura contemporanea: la linguistica e la fonologia di Praga, la cura dell’eredità di Trubetzkoy e di Saussure, il New Criticism americano at ­traverso la mediazione di Re ­né Wellek, e oltre l’esplosio ­ne strutturalistica, le nuove « maniere » critiche francesi. Infatti, fra le due grandi guer ­re, le vicende del Formalismo Russo paiono biforcarsi in una Storia Postuma e in una Storia Segreta. Ma tutta una serie di « coincidenze » sor ­prendenti costella l’opera critica di T. S. Eliot e di I. A Richards, di William Empsom e di Cleanth Brooks, mentre i nessi tra formalismo e strut ­turalismo verranno esaminati sistematicamente nella saggi ­stica dei Barthes e dei Rousset.

Intanto, in Russia, nel suo isolamento durato quarant’anni, Sklovski lavorava solitario all’avanguardia della critica moderna che si lascia alle spalle la Letteratura come so ­vrastruttura (della storia, della biografia, della realtà…). E si domandava invece il perché della Letteratura: come Maurice Blanchot. O ne indagava il come: « neoretoricamente », come Northrop Frye… Meno filologo degli altri formalisti, e meno profondo, ma più bril ­lante, più vivo, e spesso più geniale, Sklovski lavora a una « teoria dei generi letterari come sistemi di convenzioni »; e tenta una narrativa-critica, « il romanzo della Prosa »; compone una « storia delle idee letterarie viste da un uo ­mo solitario »… Ma pare so ­prattutto straordinario il modo del recupero dei vecchi mae ­stri formalisti da parte della gioventù sovietica attuale. Non tanto coi sorvegliati entusia ­smi dei poeti del Disgelo, ma piuttosto da parte degli inge ­gneri, e specialmente dei ci ­bernetici (poco controllati ideologicamente: si fa quindi del formalismo frenetico non già nei simposi letterari, ma piuttosto nei congressi sulla segnaletica stradale, o spaziale…).

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Commenti

Una risposta a “I sacri testi dei Formalisti russi”

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