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LETTERATURA: I MAESTRI: Il banditismo sardo. Belli, forti e prodi

10 Dicembre 2015

di Giuseppe Dessi
[da “La fiera letteraria”, numero 19, giovedì, 9 maggio 1968]

Recentemente un amico sardo mi rimproverava di appartenere alla schiera dei letterati che sconsideratamente continuano ad esaltare i banditi e contribuiscono a rafforzarne il mito cercando non soltanto di spiegare ma di giustificare il bandi ­tismo isolano come una legittima ribellione al cattivo governo che la Sardegna ha sempre subito dagli antichi tempi fino a oggi. L’ho invitato a leggere i miei libri. Anche se sono d’accordo per il cattivo governo, io non amo i banditi. E’ ben vero però che alcuni dei nostri migliori scrittori hanno contribuito alla creazione di questo mito, forse cedendo a una facile rettorica, forse per non avere approfondito suffi ­cientemente le ragioni sociali che hanno dato e danno origine al fenomeno. La Deledda, con tutto il rispetto e l’ammirazione, leggeva poco; e Sebastiano Satta non aveva idee chiare: era, genericamente, un socialista, un po’ al modo del Pascoli, com’era genericamente un carducciano in letteratura, ed ebbe il grave torto di insi ­stere per tutta la vita, su una Sardegna di maniera destinata fatalmente a scomparire, lui che pur amava la Sardegna di amore vero, e che fu, a volte, vero poeta.

Bastano questi pochi versi che stralcio dai Canti del salto e della Tanca, per confermarlo:

Udite, morituri archimandriti,
Patriarchi custodi
Dell’antico costume, e voi, banditi,
Belli, feroci e prodi:
La patria che nudrì l’anima amara
Di crucci, è moribonda.
Or voi con l’elce fatele una bara
Grande grave profonda,
E, morta, ve la chiudete, nei manti
Neri del secolare
Silenzio ravvolta, e senza pianti,
Sprofondatela in mare.

Si può dire che in questi pochi versi sia racchiusa tutta la sua Weltauschaung, che si sintetizza quasi in un gesto di fastidio, come se, stanco alfine del lungo di ­squisire sui mali della piccola Patria, il poeta decidesse di farla finita: « tanto qui non se ne cava nulla di buono, e siamo tutti stanchi! Avvolgiamo la cara vecchia nei manti neri del secolare silenzio, chiudiamola in una bara abbastanza pesante e robusta perchĂ© non torni piĂą a galla, e sprofondiamola in mare… ». Senza neanche troppo compromettersi â— aggiungo io: tanto che il compito di sbrigare l’incre ­sciosa faccenda è affidato ai soliti giovanotti svelti di mano, belli, feroci e prodi.

Per la precisione â— e ad uso dei continentali, dirò che questo modo di vedere i banditi: belli, feroci e prodi è la traduzione quasi letterale dell’espressione dialettale con cui i banditi vengono comunemente indicati: homines balentes, uomini valorosi. Anche Grazia Deledda, autentica e grande narratrice, che si astenne sempre dalla rettorica carducciana ebbe la debolezza di insistere troppo sul folklore, sulle tessitrici, le filatrici, i banditi, e pur essendo essa stessa quasi una parte della Sardegna finì per dare del mondo isolano un’immagine stereotipata e distorta.

Ho amato e amo la Sardegna, ma non certo la Sardegna « ingenuamente folkloristica ». Amo una realtà, o un aspetto della realtà attraverso la quale ho imparato a conoscere la realtà del mondo o, quanto meno, ho tentato di farlo. Non ho mai conosciuto nessun bandito personalmente e il solo di cui mi rimanga un ricordo vien fuori dalla memoria e appartiene a un tempo lontano. Era un bandito assai diverso da quelli di oggi, volgari ladri di strada, bastardi criminali. Una specie di fotografia da album di famiglia che non si inserisce tra le immagini della terri ­bile cronaca del banditismo sardo odierno.

Si chiamava Torraccorte, e viveva nelle foreste di Isili, ai piedi della giara di GĂ©sturi, famosa per le sue mandrie di cavalli selvaggi. Torraccorte era solo il nome di battaglia: il suo nome vero non l’ho mai saputo. Si era dato alla macchia dopo aver ucciso un uomo che lo aveva offeso gravemente, e viveva di quel che gli man ­davano i familiari e gli amici. Viveva alla macchia perchĂ© non si fidava della giu ­stizia, ma non aveva mai rubato nĂ© aveva piĂą commesso omicidi, dopo quel primo. Tuttavia era uomo temibile e temuto a causa della sua infallibile doppietta e del coltellaccio che portava al fianco, una specie di schemscir (sciabola persiana corta e larga, molto diffusa in Sardegna sotto il nome di leppo). A quel tempo io non ero ancora nato. Mio padre era uscito fresco fresco dall’Accademia militare, aveva la testa piena di bellissime illusioni, e amava l’Italia di un romantico amore risorgimen ­tale, tanto piĂą ardente quanto piĂą scopriva la Sardegna diversa. Io ho ereditato da lui questi due amori contrastanti e contraddittorii, per cui mi sento sempre in esilio: quando sono in Sardegna, perchĂ© lontano dall’Italia, e quando sono in Italia, perchĂ© lontano dalla Sardegna. Noi sardi abbiamo un modo balordo di amare la nostra terra, come se l’avessimo giĂ  perduta o come se la dovessimo perdere fatalmente. Mio padre amava la Sardegna, e in particolare amava Villacidro, dove abitava mia ma ­dre. Il reggimento era di stanza a Cagliari, e così il giovane ufficiale aveva la possi ­bilitĂ  di recarsi a Villacidro molto spesso, dove oltre a mia madre lo attiravano i campi e la caccia.

Fu durante una delle sue licenze a Villacidro che mio padre ricevette uno strano messaggio, portato a mano da un individuo che non volle nemmeno entrare in casa. Su un foglio di carta da quaderno, con una scrittura minuta e regolare, il bandito Torraccorte invitava garbatamente il giovane ufficiale a una partita di caccia nei suoi dominii, cioè nelle foreste di Isili, ai piedi del ­la giara di GĂ©sturi. Mio padre rimase perplesso e, per prendere tempo, fece portare da bere al mes ­saggero, il quale diceva intanto che i boschi di Isili era ­no i soli dove si potesse ancora sparare al cervo e al muflone. Mio padre sapeva che era vero ed era inoltre tentato ma sapeva anche di essere un ufficiale dell’esercito, della bandiera, del giuramento, del bene indivisi ­bile del re e della patria, e, fatto sedere l’uomo del bo ­sco, gli versò un altro bicchiere di vernaccia. Mia ma ­dre, affacciata alla finestra sopra il pergolato di vite americana, gli fece un cenno di salire. Per le scale, il babbo incontrò il nonno e gli mostrò la lettera. Il non ­no fingeva di non capire la sua perplessitĂ . « Potrei aver delle noie, potrebbero invitarmi a presentare le dimissioni… ». Il nonno con la sua invincibile avversione per le divise, si strinse nelle spalle strizzando l’occhio. « Non sarebbe poi un così gran male! », replicò. Il babbo si allontanò pensieroso. In fondo non c’era niente di male â— pensava â— a sparare al cervo sareb ­be stata una bella soddisfazione. Andò nello studio del nonno e scrisse una breve lettera con la quale ringra ­ziava e accettava l’invito, senza porre condizioni.

Nemmeno il bandito aveva posto condizioni. Si era comportato come un gentiluomo. Sulla busta, che non chiuse, non scrisse nulla, poi la consegnò egli stesso al ­l’uomo che aspettava, e gli diede uno scudo d’argento. L’uomo lo accettò e disse di chiamarsi Cipriano. Si strinsero la mano. « Quando viene da noi, signor te ­nente?… ». « Tra quindici giorni: arriverò dopo pranzo ». « Bene! Così la battuta la facciamo il giorno dopo, di mattina, col fresco ». Partito il messaggero, mio padre cominciò subito a preparare un buon numero di cartucce, dosando accuratamente la polvere con gli ap ­positi misurini di ottone. Da buon cacciatore, non si accontentava delle cartucce che si compravano giĂ  confezionate nelle armerie cittadine, ma se le fabbrica ­va con puntigliosa attenzione, dopo aver scelto con cu ­ra il miglior materiale possibile.

OGNI CARTUCCIA HA LA SUA DESTINAZIONE

Tiratore infallibile, si può dire che, per lui, il risulta ­to positivo di ogni colpo cominciasse in quel suo pic ­colo laboratorio che, a causa delle bilancine di preci ­sione e delle batterie di misurini, faceva pensare al banco di un alchimista. Era lì che ogni cartuccia co ­minciava ad avere la sua destinazione. Conoscendo il terreno e la selvaggina, sapeva da quale distanza avrebbe dovuto sparare alla pernice, da quale alla lepre o al colombo selvatico e commisurava alla distanza la potenza della carica, tenendo conto anche della gros ­sezza dei pallini che avrebbe adoperato, diversi per la quaglia, l’anatra, il beccaccino, o il cinghiale o il cervo.

Se avesse pensato di dover sparare a un uomo avrebbe confezionato una cartuccia ancora diversa perchĂ© da buon cacciatore, gli piaceva uccidere con un sol colpo. Ma mio padre non pensava di dover sparare a un uomo. Egli fantasticava a una partita di caccia eccezionalmente ricca nelle lontane foreste di Isili, che conservavano ancora tutte le caratteristiche di quelle che un tempo â— prima che i dominatori stranieri le di ­struggessero â— ricoprivano tutta l’isola. Mentre lavo ­rava, continuava a rimuginare i suoi scrupoli. Ma via via gli scrupoli si attenuavano fino a sparire. Solo per un momento un dubbio gli si affacciò alla mente: « E se Torraccorte gli avesse teso un tranello per catturarlo e servirsene come ostaggio? ».

Ma, allora, i rapporti coi banditi erano improntati al senso dell’onore e regolati da un codice severo e invio ­labile. Vien quasi fatto di credere che essi fossero dav ­vero belli feroci e prodi, come cantava Sebastiano Sat ­ta. Mio padre lo sapeva, e sapeva anche che in guerra, come poi realmente accadde, sarebbero stati davvero prodi, anche se non proprio belli, poveri soldatini con la divisa a brandelli incrostata del fango rossiccio del Carso. Ma mio padre era convinto della buona fede dei sardi e della loro lealtĂ , e si rifiutava di ammettere che uno di essi â— e sia pure un bandito â— potesse or ­dire un tranello.

Non parlò piĂą della cosa col suocero, disse a Maria Cristina che andava a caccia e, il giorno stabilito partì prima dell’alba con Stella, una cavalla baia dal manto serico e caldo, vezzosa e vezzeggiata come una bella donna. Era piovuto durante la notte, l’aria era fresca e il babbo teneva la cavalla sul bordo della strada, dove il terreno era soffice. Senza bisogno di incitamento, Stella procedeva col suo trotto lungo e sciolto, e pare ­va che le sagome quasi geometriche degli altipiani di Serri e di GĂ©sturi ingigantissero nel cielo chiaro. GiĂ  si distinguevano nitidamente i paesi che fanno ghirlanda ai due altipiani. Mio padre seguiva la strada che gli aveva consigliato Cipriano e respirava a pieni polmoni l’aria giĂ  sapida dell’odore umido dei boschi. Il pae ­saggio, benchĂ© noto, benchĂ© prevedibile, cambiava di colpo a ogni svolta della strada la quale, a un certo punto, lasciato a destra il bivio di Nurri, cominciò a risalire la parete settentrionale della giara, inoltrandosi nel bosco sempre piĂą folto, nel quale si intravvedevano qua e lĂ  i nuraghi. Per niente affaticata dalla salita, la cavalla allungava il passo e mio padre la secondò ac ­carezzandole il collo umido di sudore. Fu proprio allo ­ra che gli parve di veder biancheggiare qualcosa in lontananza tra gli alberi.

Fermò la cavalla, aggiustò il binocolo e lo vide inqua ­drato dalle lenti. Mio padre non lo aveva mai incon ­trato, prima di allora, ma non poteva essere altri che lui, Torraccorte. Indossava il tradizionale costume dal ­la lunga casacca nera e dai larghi calzoni di lino bian ­chi infilati nelle uose. Anche lui portava un binocolo. Mio padre lo vide sorridere con i denti bianchi tra la folta barba nera e, come se fosse a pochi passi di di ­stanza, gli fece un cenno di saluto col frustino. L’uo ­mo in costume alzò la piccola mano bruna dal palmo rugoso. Si vedevano distintamente le rughe del suo viso abbronzato e arguto che appariva tuttavia stranamente giovanile. Erano i denti bianchi e forti che gli davano quell’aspetto, benchĂ© uno dei suoi denti, sul lato sini ­stro, fosse scheggiato. Anzi era proprio questo dente scheggiato che gli dava quell’aria di balda noncuranza che pareva essere l’essenza della sua giovinezza. Ac ­canto a lui, era un cane nero dal petto largo e dalle gambe arcuate e possenti. Teneva un’orecchia piegata e l’altra alzata, appuntita come quelle dei bulldogs e da bulldog erano pure i denti bianchi, che sporgevano una specie di ghigno.

« Vengo! », disse mio padre senza gridare, come se l’uomo e il cane fossero a pochi passi. Mio padre vide che Torraccorte legava il cane; poi udì la sua voce, co ­me se fosse davvero a pochi passi. La voce dell’uomo in costume arrivò chiara e rotonda attraverso l’aria limpida e ancora umida di pioggia. Mio padre fece un cenno e spinse la cavalla in direzione dell’uomo. « Vi aspetto qui », disse di nuovo la voce di prima sicura e tranquilla. Il passo femminile, molleggiante della ca ­valla era accompagnato dal gradevole scricchiolio della sella inglese, e mio padre secondava quel passo lungo e ondoso, tenendo il fucile appoggiato al garrese. Anche Torraccorte, ormai ben visibile a occhio nudo, teneva il suo fucile pronto sorridendo come tra sĂ©. Senza nemmeno guardarsi, si trovarono uno di fronte all’al ­tro, quando la cavalla si fermò. Il cane ringhiò. Il ban ­dito si chinò a carezzargli la testa, lo quetò, poi, alzan ­do la barba, con un batter di palpebre accennò al fuci ­le. Mio padre lo aprì e gli mostrò che era scarico. Si udirono brevi fischi modulati, significativi, tutt’intorno e sulle loro teste, tra la chioma folta degli alberi. Avrebbero potuto essere fischi di uccelli, ma erano fischi di uomini che commentavano invisibili, eloquen ­ti, senza parlare. Alzando appena gli occhi mio padre vide tra le foglie un rapido corruscare d’armi nascoste, un biancheggiar di brache di lino. Guardò serio il ban ­dito, che sorrideva compiaciuto. « Se avesse sparato, non sarebbe uscito vivo di qui, signor tenente », disse. Mio padre gli mostrò di nuovo il fucile aperto, scarico. « E poi, perchĂ© avrei dovuto sparare? ». « Non si sa », disse Torraccorte, e fatto un cenno si avviò.

Un uomo si calò dall’albero leggero come un gatto, accennò un saluto. Era quello stesso che aveva portato la lettera. Mio padre smontò, gli affidò la cavalla, poi raggiunse Torraccorte che lo aspettava a una cinquan ­tina di passi seduto su un tronco, accanto all’ingresso triangolare di una capanna. Ora, nel complesso odore del bosco, oltre all’odore aspro del mirto, del lenti ­schio, dell’olivastro e del timo, si distingueva un profu ­mo di caffè appena fatto. Il profumo veniva dall’inter ­no della capanna dove, nel buio, luccicavano occhi bianchi e neri di ragazze. Ne venne fuori una reggendo il vassoio con bicchieri colmi, di caffè bollente e bic ­chierini di acquavite. Indossava il costume: una gonna lunga, senza pieghe e un giubbetto che lasciava intravvedere la forma dei seni piccoli e alti. Un’altra che si sarebbe detta sua sorella, tanto le somigliava, offrì un arrosto freddo di cinghiale con focacce di orzo e seda ­ni crudi.

Mio padre mangiò con appetito, poi bevve il caffè e l’acquavite che sapeva di anice. Nessuno parlava, ma il silenzio non era imbarazzante. D. H. Lawrence ha ben capito questo modo di tacere dei sardi che non fanno niente per ingraziarsi l’ospite, per adularlo. Questa è una delle ragioni per cui io amo tanto il suo libro sulla Sardegna, perchĂ© ha capito il nostro modo di stare zit ­ti, senza preoccuparci di riempire il silenzio con parole inutili.

« BEL COLPO » DISSE IL BANDITO

Subito dopo colazione, cominciò la caccia. Furono assegnate le poste e ai limiti del bosco si notò il bacca ­no dei battitori. Gridavano, battevano su vecchie latte, sparavano a salve. La selvaggina si buttò in cerca di scampo per i sentieri del bosco, per i passi obbligati.

Mio padre era appostato a pochi passi da Torraccorte, ma quando tra due alti cespugli apparve l’esile testa del cervo sormontata dalle immense corna, il bandito gliel’offrì con un’occhiata. Mio padre sparò con una palla sola e lo prese nel petto, che non era piĂą largo di una mano di donna.

« Bel colpo », disse il bandito.

« Credevo che mi avessi invitato perchĂ© sapevi del mio tiro », disse mio padre. « Ne avevo sentito parlare, ma credevo che così sparasse solo Torraccorte ». Mio padre si accorse che il bandito non staccava gli occhi dalla sua doppietta perciò gliela porse perchĂ© la esami ­nasse. Il bandito la prese e gli porse la sua. Erano del ­lo stesso calibro. Intanto i latrati dei cani annunciava ­no l’arrivo di un altro cervo. « Ora tocca a te », disse mio padre, porgendogli un paio delle sue cartucce; ma quando il secondo cervo apparve al limite della radu ­ra, e restò lì un attimo tutto raccolto in se stesso, pri ­ma di voltarsi e fuggire, Torraccorte l’offrì, a mio pa ­dre, come aveva fatto la prima volta. Con un gesto ra ­pido, preciso e silenzioso, caricò il vecchio catenaccio arrugginito con una delle sue perfette cartucce, sparò e prese il cervo nel petto. « Come!… Lei spara così anche col mio fucile?… », mormorò il bandito. « Questo è un fucile buono quanto il mio », disse mio padre, « Non vedi, sono fatti dallo stesso armaiolo. Tu come l’hai avuto? ». «Lasci perdere!… », fece il bandito con un ge ­sto vago. « Ma il suo è migliore, signor tenente. Anche i fucili hanno il loro destino, come gli uomini ». « Se ti piace tanto, cambiamo il destino ». Il bandito si tirò indietro. « Non posso accettarlo », disse con la sua vo ­ce risoluta e tranquilla. « Se me lo trovano addosso, lei avrĂ  delle noie, signor tenente: chiunque lo riconosce ­rebbe! »

« E’ uguale al tuo, Torraccorte! ». Mio padre dovette insistere, e Torraccorte accettò. Quando si separarono, alla fine della battuta e mio padre stava per rimontare a cavallo, disse che poteva accettare il fucile solo se mio padre avesse accettato un regalo da lui.

« Cosa? ». « Questo! » disse il bandito accennando al cane nero dalle gambe storte, che, a un fischio era ap ­parso al suo fianco. « Si chiama Morixeddu! Ed è nato nella mia capanna. E’ un buon cane, può star sicuro ». Poi con un gesto spontaneo, abbracciò mio padre e, come se parlasse a una persona, disse al cane che quel ­lo era il suo nuovo padrone. Il cane che aveva capito tutto come un « cristiano » non ringhiò, e quando mio padre rimontò a cavallo e si allontanò con un ultimo cenno di saluto, lo seguì docilmente. Lo seguì e fu suo per sempre. Forse cani di questo tipo non ne esistono piĂą, e i cani somigliano ai padroni.

Forse sono i banditi del tipo di Torraccorte che con ­tinuano a vivere nella leggenda, homines balentes, in ­giustamente confusi, nella fantasia esaltata di oggi dai volgari banditi moderni.

Credo che gli uni e gli altri furono e sono in gran parte frutto del malgoverno, dell’ingiustizia e delle condizioni sociali dell’isola. Ma bisogna affrontare la complessa e difficile realtĂ  con intelligenza e lasciare l’esaltazione e i miti al tempo a cui appartengono.


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Bart