di Giuliano Zincone
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 febbraio 1969]
Il mondo contemporaneo è nemico del romanzo? E’ an cora possibile, per il narra tore, parlare agli uomini di oggi della realtà dei nostri giorni? Per rispondere con sufficiente attendibilità sareb be necessario considerare tan to la realtà quanto il roman zo come archetipi immobili, cadaveri a confronto sul let tino dell’anatomista. Stiamo al gioco, comunque, e tentia mo di individuare, con l’aiuto degli esperti che abbiamo in tervistato, una serie di ter mini di paragone schematici.
1) IL TEMPO. «Affoghia mo nel mare dei prodotti » di ce Goffredo Parise. « L’uomo non può vivere nei tempi industriali, che lo consumano e lo bruciano. E’ necessario tornare ai tempi umani, alla povertà e alla lentezza ». Non è una novità che gli intel lettuali e gli artisti si sen tano esclusi dalla logica im passibile della società indu striale, nella quale il valore di uomini e prodotti è diret tamente proporzionale alla loro disponibilità a essere consumati rapidamente e a essere facilmente sostituiti. L’artista e l’intellettuale ten dono, invece, a fabbricare (lentamente) prodotti durevo li, e ad esigere dal « consu matore » partecipazione e complicità. Essi, inoltre, si proclamano orgogliosamente « inutili », in un mondo ge stito da politici, scienziati, economisti, da uomini, cioè, che adorano, se non l’utilità, almeno l’opportunità.
Se è vero che « tutte le forme sono in crisi » (Mora via) è anche vero che la pa rola scritta risente di questa crisi più di ogni altra forma. Le arti visive, infatti, si rin novano con maggiore rapidi tà, sono capaci di suggestio ni infinitamente più dirette. Il romanzo, « arte riflessiva », (Parise), è battuto in veloci tà dal cinema, dalla pittura, dal teatro; da tutti i mezzi che possono mutare più ra pidamente il proprio linguag gio e che si prestano a un consumo più rapido.
2) LO SPAZIO. Il romanzo non serve a informare, non si pone il problema di co municare con le masse, non è uno strumento di cono scenza immediata, non è un divertimento adatto a una so cietà frettolosa, non possiede la persuasività imperiosa del le immagini. Che cosa gli ri mane? Qui tutti gli esperti sono d’accordo: la letteratu ra, che « non è più onniscien te » (Crovi) deve applicarsi alla indagine sull’esistenza (Moravia, Benedetti), deve costruire un aspetto più a-vanzato di quanto sullo stes so argomento non possa dire l’informazione » (Volponi), de ve essere « sobillatrice di emozioni » (Pratolini). Oppu re deve svolgere una azione di ricerca limitata ai propri strumenti (Balestrini) di or ganismo autosufficiente (Ar basino).
Dato, dunque, per scontato che « l’angoscia del vivere to glie spazio alla meditazione » (Gadda), rimane al romanzo l’area occupata dai « felici pochi » che intendano riflet tere su problemi esistenziali o espressivi, e che siano in grado di abbandonarsi alla corrente della fantasticheria artistica. E’ un prodotto di élite, insomma, il romanzo; fatto, se vogliamo estremiz zare, per una minoranza ca pace di sottrarsi alle lusin ghe del mondo contempora neo.
3) LA SOCIET퀒. « Il ro manzo deve avvicinarsi alla realtà (anche ambientale) del lettore. E’ importante tener presente il livello della cultu ra nazionale e della comuni catività della lingua ». Que sto giudizio di Gadda (con diviso da Moravia) è trasfor mato da Pratolini in una dia gnosi molto precisa: «Al cen tro del romanzo è sempre stato l’uomo. Oggi si è persa la misura significante dell’uo mo: per questo ci si continua a proporre come modello il borghese, cioè l’esponente di una classe ormai incapace di esprimere valori significanti. Nella nostra letteratura non ci sono protagonisti operai; eppure la classe operaia è la più numerosa, è la protago nista della produzione. Noi, insomma, mentre critichiamo (giustamente) il realismo so cialista, non facciamo che in sistere su un ‘ realismo bor ghese ‘, che non può davvero portarci molto lontano ».
4) I CONTENUTI. Anche su questo argomento, i pareri sono unanimi: no al conte nutismo, no al personaggio emblematico di una condi zione sociale, no alla lotta politica esplicita attraverso la letteratura. « Niente predi che » dice Volponi. « Questo tipo di narrativa parte da si tuazioni già note, le svolge attraverso meccanismi preco stituiti, e conclude con giudi zi già noti, in sede ideologica, prima che cominciasse il ro manzo ».
5) IL LINGUAGGIO. E’ ammesso abbastanza pacifi camente che i mass-media e la pubblicistica specializzata siano in grado di trasmet tere i dati della realtà con maggiore efficacia di quanto non possa fare il romanzo. E’ anche assunto che, mentre la narrativa possiede un fa scino più amabile (Gadda) e la saggistica gode di un’auto rità maggiore (Moravia), ci si debba guardare dal pro porre come intercambiabili i due tipi di messaggio (Volpo ni): un romanzo che preten da di informare sarà sempre in svantaggio rispetto a una fonte di informazione scien tifica, come il saggio, o diret ta, come il giornalismo e la televisione (Benedetti),
Le scienze umane educhino il pubblico, lo spingano a pretendere una letteratura di più alto livello (Calvino) en trino nel bagaglio culturale dello scrittore come nutri mento indispensabile della sua arte (Arbasino, Gadda); i mass-media forniscano al l’avanguardia tecniche di co municazione (Balestrini) e motivi di allarme allo scrit tore tradizionale. Il romanzo non ha paura: troverà sem pre nel linguaggio la propria forza discriminante, la so stanza che distingue il pro dotto artistico dallo strumen to d’uso quotidiano.
6) LE IPOTESI DI AGGIORNAMENTO sono legate, dunque, a scelte di linguaggio che tengano conto (per analogia o per contrasto) della realtà che si intende prendere in esame. Parise propone una valorizzazione della « parola detta » e, come Arbasino, non disprezza le « comunicazioni di consumo » (come la musica leggera). Gadda sottolinea il primato della « scrittura formale » sull’arroganza delle comunicazioni di massa; Bale-strini carica le operazioni sul linguaggio di significati eversivi nei confronti di tutta la società.
Moravia, che giudica « pas sato di moda » il tecnicismo letterario, invita a considera re la scrittura come « una azione che scatena l’incon scio », al di là di ogni ricetta precostituita; Volponi è tutto per la capacità inventiva, poetica del romanziere, che, attraverso il linguaggio, di viene « arbitro delle situazioni che tocca ». Benedetti dà fi ducia a « quel tanto di mi sterioso che c’è nell’arte » e aggiunge: «Lo scrittore, non potendo rinunciare alla real tà, deve trovarne il senso me taforico, renderla liricamen te ». Pratolini difende il ro manzo per le sue facoltà di rivelare, di coinvolgere il let tore suo malgrado.
7) IL MERCATO. La realtà contemporanea è fatta anche di questo. Gli editori concordano nel riconoscere la tendenza ad abbandonare gli ibridismi: alle informazioni, alla lotta politica è destinata la saggistica; all’invenzione e alle ricerche sul linguaggio si dedica la narrativa. Il pubblico ha interessi sempre più precisi e frazionati: pre tende prodotti onesti, si è fatto diffidente. Il libro-stru mento e il libro-comizio sa ranno dunque ben distinti dal libro-meditazione e dal li bro-evasione.
Tutto questo, che è fin troppo giusto, non toglie che il commercio abbia le sue esi genze e i suoi riflussi. Nel momento in cui il libro-stru mento avrà saturato il mer cato, si può star certi che il libro-meditazione si prenderà una bella rivincita. Gli arti sti delle rispettive scuderie saranno messi alla frusta, molte crisi saranno disinvol tamente superate, molti dub bi risolti. Fino alla prossima saturazione.
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Una risposta a “Il futuro del romanzo (Parte terza e ultima)”