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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La ragazza e il cavaliere

1 Marzo 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Il tempo è simile ad una superficie eternamente ruotante; su di essa vivono tumultuosamente, quasi sempre allo stato incompiuto, milioni di azioni o storie, cioè la realtà. La nostra esistenza è così un passaggio continuo da un’azione all’altra; si tocca per un rapido momento ciò che è contenuto in ciascuna storia e nessuno conosce mai se stesso.

I

Gli invitati, lasciate le carrozze nel cortile del castello, salirono la grande scalinata a chiocciola.
Incontrarono la bellissima marchesa:
«Penso che desideriate vedere mio marito » disse.
«Dacché è tornato » rispose uno «non ci è riuscito di vederlo. Riferitegli che tutti i suoi amici sono qua. »
Quando la marchesa entrò nella camera del marito, lo trovò intento a dipingere una ragazza molto bella, che stava in piedi davanti a lui, sopra l’enorme letto.
Si avvicinò al quadro e fu grande il suo stupore quando vide disegnata, anziché la giovane, una nera carrozza tirata da un corsiero bianco e focoso. La scortava un cavaliere e sullo sfondo appariva una foresta non ancora compiuta.
Un omuncolo era dipinto nell’atto di salire sulla carrozza.
«Ma tutto ciò è assurdo! » esclamò.
E aggiunse:
«Sono arrivati i tuoi amici. Sarai contento di rivederli, e la gioia maggiore l’avrai nel constatare che da ogni parte del mondo sono accorsi per te. Desiderano tanto rivederti. »
Il marchese non rispose.
Prese invece la moglie sottobraccio e insieme si incamminarono per il lungo viale che conduceva al vicino convento.
Ai lati si estendeva la foresta.
Entrarono nella piccola cappella, e guardarono le molte bare disposte nella navata.
«È tutto ciò che abbiamo potuto fare » disse uno dei novizi, andandogli incontro. «Quando li abbiamo raccolti nella campagna erano già morti. »
Il marchese si avvicinò.
«Non so riconoscerli » disse.
Si accostò allora un vecchio monaco:
«Eppure avete già visto questi uomini. »
«Sono stato lontano, molto lontano » rispose il marchese. «Tutto è ancora così confuso dentro di me. »
«Solo che lo vogliate, possiamo ricordarvi ogni istante della vostra singolare esperienza. »
Si udì il concitato galoppo di molti cavalli e si capì che dei soldati stavano passando.
Rispose il marchese:
«Alla mia morte, lascerò molti avvenimenti incompiuti. Resteranno tali per l’eternità. »
«Nulla ha bisogno del vostro intervento; gli avvenimenti non richiedono né il principio né la fine, ma la pura esistenza. »
Tutta scarmigliata, una ragazza entrò nella cappella e avvicinatasi al marchese disse: «Mi faceste salire sul vostro cavallo ed anche mi avete toccata, e mi sono fusa come un metallo alla vostra ombra. Era una notte lontana quando saliste con me sulla montagna. »
«È curioso » rispose il marchese «come sia vissuto sfiorando le cose. Eppure esse si sono nutrite interamente di me. »
Rivolgendosi alla donna aggiunse: «Ricordo d’avervi incontrata più d’una volta ed anche ansiosamente cercata. Spero ora che abbiate pietà di me. »

II

Gridò all’improvviso uno degli invitati:
«Un cavaliere sta attraversando la foresta! »
«Inseguiamolo! » urlarono i compagni, e di corsa si precipitarono dentro la foresta, che sembrava sferzata da un gran vento.
Il cavaliere passò vicino ad essi e udì i loro lamenti, e vide le braccia agitarsi contro di lui e allungarsi per afferrarlo.
I giovani novizi scorsero anch’essi dalla piccola cappella l’ombra del cavaliere; subito si inginocchiarono davanti all’altare e rimasero a pregare, finché non scese la sera.
Disse uno di loro:
«Nella realtà si trovano allo stato incompiuto molte storie. Chi le incontra è costretto a viverle e soltanto pochi portano dentro di sé la loro conclusione. Durante i secoli pochissime si sono compiute. »
Giunta mezzanotte, cominciò a tuonare e a piovere e i giovani novizi si strinsero di nuovo intorno all’altare.
«Questa è una minuscola cappella, » sussurrò uno di loro «eppure è affascinante la nostra vita e anche ora, che sappiamo che tutto fuori è spazzato via dal temporale e anche gli animali tremano, ci sentiamo voluttuosamente attirati da queste vecchie mura. Tutto è carico di secoli e di storia, e sempre in qualche punto del giorno ritornano. »
Allora un novizio si allontanò dagli altri e si nascose in un angolo buio, e da lì levò la sua bella voce. Un altro si diresse invece in un punto più lontano e oscuro, e così fecero tutti, dividendosi. Le piccole candele illuminavano appena il crocifisso e le voci dei preti si sentivano venire da lontano e sull’altare congiungersi in un canto prodigioso.
Improvvisamente una ragazza, tutta fradicia di pioggia, entrò nella cappella.
Si gettò in ginocchio sul pavimento.
«Non c’è istante della mia vita in cui non mi senta infelice » gridò.
Uno dei novizi l’aiutò a sollevarsi.
«Quando sapemmo della tua partenza, la montagna fu piena di pianto e di smarrimento. Ogni notte un gran fuoco era tenuto acceso per te nella speranza che tornassi. »
Concluse infine:
«Tutto è stato conservato della tua vita. Un giorno ti racconteremo ogni cosa, poiché non puoi apprezzare il valore della tua esistenza se non ascoltando interamente quello che sei. La tua straordinaria avventura è la prima di una serie infinita. »

III

Una bellissima ragazza cavalcò nella campagna e ai contadini sembrò di vedere un nugolo di cavalieri correrle dietro.
Comparve anche una piccola cappella, e mentre la giovane spronava alacremente il cavallo, i cavalieri si arrestarono e si inginocchiarono. Il vecchio monaco li benedisse:
«I miei fratelli ed io stiamo pregando anche per voi. È la nostra ultima orazione del giorno. Poi saliremo al convento.»
Un contadino si mosse dal gruppo per avvicinarsi ai cavalieri, e quando si trovò in mezzo a loro, si meravigliò che nessuno lo vedesse e continuassero a parlare.
Anche i suoi compagni accorsero e si misero a scherzare, a ridere, a ballare, ora inginocchiandosi davanti a uno dei cavalieri, ora baciando le mani del monaco; e fu uno straordinario sovrapporsi di immagini.
Nella pianura che si perdeva oltre l’orizzonte comparve la lunga fila di soldati. Avanzava lentamente e in testa ad essa incedeva un gigantesco alfiere con le insegne imperiali.
I frati, nascosti dietro le piccole finestre, stavano ad osservare in silenzio la lenta marcia.
Alcuni pellegrini attardati lungo il pendio si affrettavano alla volta del convento.
Dai cespugli, dalla foresta, dal fiume, tutti accorrevano ad ammirare l’interminabile corteo.
Le trombe squillavano nella pianura e il suono giungeva fino al convento e al castello.
Nella foresta, intanto, continuava il lungo violento inseguimento. La ragazza, cavalcando con spavalderia il bianco puledro, lo spronava alla corsa. Di quando in quando si voltava verso i cavalieri, denigrandoli.
Essi la inseguivano in gran disordine: ammassandosi, scontrandosi, e con urla, imprecazioni di ogni specie, maledicevano la propria lentezza.
Cadaveri con il volto coperto di sangue giacevano abbandonati nella strada; i campi, a causa della siccità e della guerra, restavano incolti; vi abbondavano sterpi e paglia.
Un contadino, tornando a casa, sentì ad un tratto una goccia d’acqua sfiorargli il viso. Alzò gli occhi al cielo e vide i sottili numerosi fili della pioggia.
Presto cadde copiosa sulla valle e tutti, usciti fuori dalle case, si precipitarono nelle strade e nei viottoli come impazziti, cantando, ballando, chiamandosi con alte grida.
Apparvero su magri cavalli alcuni nobili, armati di lancia, di elmo e di scudo, sul quale erano effigiate rudimentali insegne.
I contadini si fecero da parte, spostandosi ai margini della strada fangosa, e li lasciarono passare.
Quando furono scomparsi in direzione del castello, tornarono a riempire la piazza di danze e di canti.

IV

Spuntò un’alba chiara, l’aria era mossa da un vento pungente.
Nella campagna, le tende circolari si gonfiavano, raggruppate a tre o a cinque.
Il cavaliere le raggiunse e superò al gran galoppo.
Molti allora uscirono prontamente e qualcuno, più veloce degli altri, cercò di saltare in groppa al suo cavallo, ma nessuno vi riuscì.
Già da molto tempo galoppava.
Apparvero, sparsi nella campagna, i numerosi cadaveri, e fu il cavallo a scorgere per primo la ragazza. Stava in piedi, bella e ammaliatrice, tra quei morti. Il cavallo si arrestò, levò le zampe in aria, scuotendo il cavaliere.
Sceso a terra, l’uomo le andò incontro, l’aiutò a salire sul suo cavallo; infine, dato uno sguardo ai molti morti, spronò l’animale già inquieto.
La ragazza e il cavaliere cavalcavano lungo la riva del fiume, allorché una nera carrozza, tirata da un bianco corsiero, venne loro incontro; ne scese un omuncolo, che fece un frettoloso segno di omaggio al cavaliere.
Questi aiutò la donna a salire sulla carrozza; quindi le si affiancò col suo cavallo.
«Che ne sarà di me? » domandò la ragazza.
Il cielo notturno fu attraversato da un lampo e apparve in cima alla montagna il castello: maestoso e sinistro.
Quando la ragazza si voltò verso il cavaliere, in quello stesso istante un’ombra entrava dentro di lei e s’impadroniva della sua anima.

***

(Mio commento espresso su Facebook il 5 marzo 2024 ore 00:37: “Io vi trovo un ampio affresco in cui protagonista fin negli interstizi delle situazioni e delle immagini è la lotta tra la vita e la morte.”).


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 1 Marzo 2009 @ 12:51

    Un racconto gotico dallo stile impeccabile.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 1 Marzo 2009 @ 21:46

    Racconto di forte tensione surreale, dove i personaggi si muovono attraverso profonde rivisitazioni e accese sensazioni. Tutto è avvolto come da una certa magia e da un simbolismo pregnante. L’uso della metafora e la modalità che si fa onirica rivestono, di volta in volta, il racconto di un pregevole spessore fantastico-realistico ed anche, contemporaneamente, intellettuale, offrendo la preziosità del messaggio. E qui troviamo il “tempo-non tempo”, che avvolge, soffoca, si allontana, ritorna e si fa conflittualità esistenziale. Si ha il processo dello sfaldamento dell’io e della sua temporalità. Quasi pietrificazione dei soggetti e delle azioni in una retrospezione che si attualizza mediante dinamiche decise tensioni ed uno spessore riflessivo entro l’ampia consistenza psicologica.
    Atmosfere, personaggi, situazioni offrono la felice resa del quadro reale del tempo, mentre la prosa si rende ampiamente adeguata al pregevole e complesso motivo ispiratore e di resa
    Gian Gabriele

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 1 Marzo 2009 @ 23:47

    Carlo e Gian Gabriele, grazie ad entrambi.

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