di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, domenica 28 dicembre 1969]
La villa, o meglio la casa del signor Ovidio, sorgeva sul ciglio di un prato così ben nascosto fra le alture boscose, che pochi la conoscevano. Chi vi arrivava dall’alto, per la larga carraia che partiva dal la provinciale, ne vedeva appena il colmo del tetto, al di à di un muro nel quale si apriva una porticina di legno. Chi invece, arrampicandosi per certi sentieri che affiora vano al margine delle vigne e dei coltivi capitava ai piedi del colle, la vedeva tutta in tera dal basso e dal lato di occidente, bianca e spettrale, con sei finestre dipinte di un colore celeste pallido e sem pre chiuse. Molti pensavano che la villa fosse disabitata. Vi stava invece, da molti anni e in rigorosa solitudine, il si gnor Ovidio.
Il dolce clivo, che scendeva come un tappeto in molli on dulazioni fino al sentiero ed appariva chiuso ai lati da due quinte d’alberi, era verde esta te e inverno. Voltato verso il sole e riparato dai venti, sembrava un lembo di riviera trasportato fra le Prealpi. Fio rivano infatti, sulla spianata dove sorgeva la casa, i melo grani, i nespoli del Giap pone, le mimose e gli olean dri. Un po’ più in basso, un ulivo grigio-argento spiccava sopra la macchia scura di tre grandi magnolie. In fondo al prato, dove passava il sentie ro, la proprietà era chiusa da una fitta siepe di martello cre sciuta ad altezza d’uomo.
La villa, nonostante le no bili essenze vegetali che la circondavano, aveva l’aspetto semplice e lineare di una quie ta dimora dell’Ottocento, sor ta quando i signori, e spesso anche i borghesi di qualche consistenza, potevano compe rarsi un’intera collina per i loro ozi campestri.
Il signor Ovidio, sull’indi cazione di qualche mediatore, l’aveva scelta come presidio della sua quiete e del suo si lenzio, venendovi a stare da Milano, dove aveva concluso una vita certamente attiva, dal la quale pareva aver salvato solo se stesso, senz’ombra di famiglia, ma con una rendita che gli permetteva l’illimitato riposo di quel luogo incantevole.
Alcuni, che passeggiando tra i colli avevano osato infilarsi dentro la siepe di martello, potevano descrivere il proprie tario della villa, pur non es sendo riusciti ad intavolare un qualsiasi discorso con lui. Di cevano costoro che il signor Ovidio era sempre vestito di un completo grigio chiaro, con la camicia bianca e il colletto chiuso ma senza cravatta, un berretto di seta color piombo in testa e le mani nascoste nelle tasche della giacca. L’a vevano visto fermo in mezzo al prato, presso un albero o vicino alla siepe, sempre ino peroso e con l’aria di un estraneo o di uno stordito che stia in ascolto di lontani ru mori. Quando si accorgeva degli intrusi, lungi dall’irritarsi, sorrideva con gli occhi, che aveva di un azzurro in tenso nel viso pallido e flo scio. Poi, stirando le labbra in una smorfia fredda ma gen tile, seguiva con lo sguardo colui che aveva violato la sua clausura quasi comandan dogli mentalmente d’andarsene. Gli indiscreti, per prender tempo, fingevano di ammirare il bel clivo verde, chiuso ai lati degli alberi e in alto dalla casa, ma davanti all’impassibilità del signor Ovidio ben presto s’infilavano di nuovo nella siepe come conigli ed uscivano sul sentiero.
Pago dell’olezzo balsamico delle sue piante e bisognoso di nulla, tanto poco si sprecava in quella pace, il signor Ovidio pareva vivere d’aria; tanto che da qualcuno era stato preso per un fantasma diurno o per uno di quei so litari che vagano nei boschi e nelle campagne, poi si ferma no perplessi ora in mezzo a un sentiero ora presso un al bero o a ridosso di un muro, come per accertarsi, prima di compiere qualche gesto equi voco, che non vi sia persona all’intorno.
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Alla sua casa, scomparsa da alcuni anni insieme al prato e alle piante per far posto a un villaggio residen ziale, giungeva ogni sabato, verso la metà del pomeriggio e venendo dalla provinciale, una macchina pubblica con la targa di Milano. Ne scendeva una donna elegante, seguita da un autista sovraccarico di pacchi. Scomparivano entram bi dietro la porticina che il signor Ovidio, senza sporgere la testa, veniva ad aprire al primo tocco di tromba, e che continuava a riaprire, due o tre volte, per far andare in nanzi e indietro l’autista che caricava e scaricava ceste, in volti e cassette. Finite quelle operazioni l’autista si rimette va al volante, avviava la mac china e si allontanava. La do menica pomeriggio sul tardi tornava, dava un colpetto di tromba e subito la porticina si apriva. Ne usciva rapidamente la donna, che saliva sulla macchina, tirava una ten dina e si abbandonava sul sedile posteriore per lasciarsi trasportare probabilmente a Milano, da dove era venuta.
La macchina era sempre la stessa e l’autista il medesimo, ma non la donna, che pare si alternasse con una o due altre del suo stesso aspetto spiglia to e cittadino, se non della stessa età.
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Sul conto del signor Ovi dio, del quale per allora nes suno conosceva il nome, nac quero e si sparsero voci d’ogni sorta. Alcuni lo davano per un pazzo tranquillo, relegato in quella solitudine da ricchi parenti che temevano la ver gogna del manicomio. Altri, forse ispirati dalle sue fine stre sempre chiuse, lo ritene vano un impresario del me retricio che da lontano am ministrava le sue case. Un ta le, che la sapeva lunga per aver passato molti guai, assi curava d’averlo conosciuto in prigione. Ma una voce più autorevole forniva tutt’ altra versione, secondo la quale do veva trattarsi di un diploma tico a disposizione e più pre cisamente di una spia, ma del governo, collocata in posizio ne strategica, vicino al confi ne, per tenere in mano le fila di un servizio segreto.
Solo alcune persone senza fantasia opinarono che fosse semplicemente un vedovo con tre o quattro figlie grandi, le quali venivano a turno a fargli visita. Un uomo facoltoso co munque, al quale non man cava nulla per alleviare la sua solitudine.
La curiosità della gente du rò per molti anni, senza trovare uno spiraglio che con sentisse di accreditare una qualsiasi delle tante supposi zioni che erano state fatte nel borgo e nelle ville circostanti. Ma come tutti i misteri uma ni, anche quello del signor Ovidio un giorno fu misera mente svelato e si sciolse nel nulla.
L’autista, andando e venen do da Milano, aveva finito per abituarsi a delle soste in pae se, tanto al sabato dopo aver scaricato, quanto alla domeni ca pomeriggio quando torna va, con qualche ora di anti cipo, a riprendere la signora che aveva portato in villa il giorno prima. Al Caffè Cen trale, dove giocava qualche partita a carte o a biliardo, fece degli amici e un giorno si sbottonò.
Disse innanzitutto che il suo cliente si chiamava Ovidio, poi che era un gran formag giaio del Lodigiano, un « furmagiatt », come si dice in Lombardia non nel senso di produttore del grana, ma di venditore e commerciante. Verso i cinquant’anni, trovan dosi senza moglie e senza pa renti stretti, il signor Ovidio aveva studiato un genere di vita di suo gusto, forse per ripagarsi delle lunghe astinen ze alle quali si era costretto pur di risparmiare, fin dai tempi in cui andava per i paesi col banco del formag gio. Ricco com’era, aveva po tuto stipulare un costoso vi talizio con un’impresa di Mi lano, che provvedeva a spe dirgli una donna per settima na, noleggiandola sul mercato della prostituzione di lusso. Insieme alla donna l’impresa gli forniva un vettovagliamen to completo comandato espres samente da Peck, il cambio settimanale della biancheria personale, da tavola e da letto, nonché quant’altro poteva ne cessitare ad un uomo che vo leva vivere dentro una specie di paradiso terrestre, ma solo, senza indiscreta servitù per i piedi e senza alcuno di quei rapporti sociali che formano il piacere della vita di pro vincia, e che per lui, sempre vissuto fra i formaggi, non avevano alcun senso.
Bastò quella rivelazione per ché intorno al signor Ovidio cadesse ogni curiosità. Rimase viva solo un po’ d’invidia per quel suo verde e ameno Ben godi, ma durò brevemente, perché il formaggiaio, quasi avesse fiutato un vento avver so, scomparve com’era ve nuto.