di Mario Luzi
[da “La FieraLetteraria”, numero 29, giovedì 20 luglio 1967]
Un omaggio a Antonio Tabucchi scomparso il 25 marzo scorso
FERNANDO PESSOA
Poesie
a cura di Luigi Panarese Lerici, pagg. 488, lire 5800.
L’apparizione delle poesie di Fer nando Pessoa in italiano è o do vrebbe essere l’avvenimento della sta gione se esiste â— ipotesi assai con troversa â— un pubblico per la poe sia. Per ora del poeta portoghese sia mo qui in Italia così poco informa ti che sarà bene estrarre dal grande volume antologico dedicatogli da Lui gi Panarese (Ed. Lerici) almeno qual che dato orientativo, anche se questo aggettivo fosse destinato a muovere l’ironia postuma del poeta, considera to il senso illimitato e ambiguo che ebbe della sua vita e perfino della sua identità. Nacque a Lisbona nel 1888, fu educato in scuole inglesi e il ro manticismo inglese entra per qualche cosa nella sua cultura anche dopo la rivelazione della poesia simbolista e futurista. Per quanto partecipasse al movimento della Kenascenca portuguesa, la sua necessità d’artista fu troppo individuale perché potesse ap pagarsi nell’allineamento e troppo av venturosa per collimare con la linea uniforme del saudosismo. Dagli al legati dell’ampia prefazione di Panarese risulta, mi pare, un’esistenza rat tristata dalla solitudine intellettuale che solo l’amico poeta Sà-Carneiro finché visse era riuscito a forzare. Poco male in confronto con i tor menti delle crisi dissociative e degli sperdimenti interiori a cui andava soggetto. La predisposizione psichica lo aveva portato a coltivare l’occulti smo, a cercare forse altri tipi d’inizia zione ma non a indossare l’abito del la saggezza o a costituirsi quell’ordine traslato che in genere consegue alle inclinazioni e alle esperienze esote riche; ne bruciò se mai vitalmente gli avvertimenti e le intuizioni senza fissarle in un costante rapporto sim bolico. In sostanza portò con sé fino in fondo l’angoscia e lo spaesamento di chi non lega con le cose e non si riconosce neppure in sé stesso. Quando morì nel 1935 solo una pic cola parte della sua opera era nota per quanto il suo nome godesse di una certa autorità per l’azione cultu rale che aveva svolto a più riprese in giornali e riviste â— memorabile Orpheu. Ora è distribuita in nove volumi e tuttavia non può ancora pre tendere alla denominazione di opera completa.
Vere e proprie intimazioni medianiche
Di quei nove volumi tre portano i nomi rispettivi di Alvaro de Campos, di Alberto Caeiro, di Ricardo Reis. Sono gli eteronimi di Pessoa: non finzioni o giochi della disponibilità del suo spirito, ma vére e proprie intima zioni medianiche, precise, imperiose, se dobbiamo credere alle sue lettere a cui d’altra parte il piglio del poeti co dà pienamente ragione. Molto di versi l’uno dall’altro, questi ego liri ci â— dirotto, aperto, dissonante de Campos, il più adiacente al Pessoa ottimo; trepidamente rapito nella sua georgica Caeiro; un oraziano appena più luttuoso Reis â— mentre la costan za autentica del linguaggio trapassa la varietà visibile degli stili e delle incarnazioni, hanno probabilmente un unico compito replicato, e cioè di ospitare in una presenza delimitata e bloccare e riposare dentro certi con torni la possibilità indefinita di esi stere fuori del tempo e del luogo o, che è lo stesso, l’impossibilità di con sistere che tormentava la psiche e il pensiero di Pessoa.
Questa sembra essere la loro rela zione dialettica con il poeta respon sabile in proprio come ci appare so pra tutto dalla Poesias dell’ortonimo, a meno che qualcuno voglia pren dere Pessoa per il verso del pelo e cercare che cosa sia accaduto in oc culto. Il discorso potrebbe fermarsi alla descrizione di un caso se il sog getto â— o l’oggetto? â— non fosse il gran poeta che è.
In realtà non è la prima volta che un tipo umano si trova intimamen te conformato in modo da sanziona re con il sigillo del proprio destino una situazione storica oggettiva; non dico dell’« operatore di poesia », ma nel caso del poeta è stata anzi questa la condizione per una autorità irre futabile. I transfert, le alternanze espressive di Pessoa sono certo even ti psichici particolari ma, a parte il profitto che l’artista ne ricavava sul piano della suggestione immediata, nella prospettiva critica si presentano suscettibili di significato più vasto. Direi senza mezzi termini che è pos sibile vederli come un aspetto molto singolare che prese la crisi della sog gettività nella creazione posteriore al romanticismo.
Sconfitta sul piano dell’assoluto â— un coup de dés jamais n’abolira le hasard â— l’ambizione al superamen to dell’io si ritorce contro le pretese del poeta mettendone in dubbio non solo il diritto a legiferare ma perfi no la centralità all’interno della sua opera. Immagino il lettore eventuale di questa rubrica abbastanza infor mato delle conseguenze variamente diminutive di questa repressione nel la poesia moderna. Meno in vita, per ché meno pittoresco, il versante della poesia che non « molla », non ripiega nell’ironia o nella dissacrazione, ma dal fondo della propria interezza ten de a tradurre il declassamento dell’io in una reale conquista dell’altro. E’ un processo che dà effetti curiosi quando non si concretizza in una dialettica interna del poema (e del poetare) e invece si esprime per giustapposizio ni o alternanze: il mio poema e quel lo di un altro me stesso, il mio poe ma o quello possibile di un altro me stesso.
L’eteronimo di Antonio Machado, Juan de Mairena, è un’espressione alternativa che non scalfisce per nul la la compattezza dèi suo canzoniere ortonimo, ma corregge in una certa misura la visuale sull’opera d’insieme per effetto di quella reciprocità.
Traduzione chiara e ferma
Il bisogno di alterità è tanto più stringente in Pessoa a cui franava sot to i piedi il terreno della sua consi stenza individuale: il poeta si appiglia a quelle « altre » persone che gli ven gono incontro dalla scatola cinese del la sua esistenza psichica per trovare un momentaneo punto fermo, un ubi consistam. Si esprime dunque per alienazioni successive, divergenti, che tuttavia mantengono un nesso organi co più che dialettico con la sua par te consapevole e volontaria. L’altro da sé è probabilmente illusorio. Se si richiamano all’ortonimo tutti gli eteronimi mi pare si possa vedere che il rapporto è tra disgregazione dell’io e proliferazione del medesimo; e questa terminologia atomica mi pa re tutt’altro che fuori luogo.
Non sono in grado di esprimere un giudizio sulla scelta di Panarese; ma posso forse dire della traduzione che è chiara e ferma tanto da consentire al lettore italiano di apprezzare la forza e la sottigliezza dissolutrice del la frase di Pessoa e insieme la sua inversa capacità compositiva. Lo sfon do linguistico mi pare una quasi deli rante facoltà o voracità di interioriz zazione con la quale neppure Rilke reggerebbe il confronto perché si tro va ampiamente fuori del dominio del la metafora, allo stato di struggimen to o di deflagrazione psichica non mediati. Su questo sfondo, a questa temperatura che in Pessoa sembra normale, ogni libertà di rompere e di riconnettere gli è consentita. Si direbbe anzi che codesta libertà non ha da fare i conti con il suo oppo sto, sebbene il poeta agisca dentro un linguaggio civile, non aberrante, di cui certo non sente il peso. Ma su tutto questo ritroviamo una quali tà essenziale del Novecento europeo e cioè l’esattezza, l’interno equilibrio, quella capacità di fusione profonda che danno una stabilità ineccepibile perfino a un mondo personale che pare abbia rotto i ponti con il tempo, e con lo spazio.