di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 marzo 1969]
Quando passavo i mesi dell’estate al paese di mia madre, sulle colline del Ver gante che guardano da un la to il Lago Maggiore e dal l’altro il d’Orta, fra le im prese e razzìe che i miei cu gini di campagna organizza vano, c’era ogni anno il pro getto di andare a sorpren dere l’eremita del monte San Salvatore.
Si sapeva in tutta la plaga che da tanti anni sul monte aveva preso dimora un ere mita. Abitava dentro alcune cellette murate tra i dirupi, vicino a una minuscola chie sa. Di quella chiesetta il ro mito, certamente laico, non era officiante ma semplice cu stode e depositario della chia ve, della quale si serviva du rante i nubifragi e i grossi tem porali per entrare a suonar la campana, che quasi da sopra le nubi spargeva per le valli i suoi remoti rintocchi a stor nar dai coltivi il nembo, a fugare la grandine e a dilun gare le piene dell’Erno.
Solo una volta l’anno, il giorno della sagra, saliva un prete a dir messa nella chie setta, seguito da una moltitu dine di contadini usciti dai paesi intorno al monte. Ma in quel giorno l’eremita badava bene a star chiuso nelle sue cellette, davanti alle quali i pellegrini lasciavano provviste e fiaschi di vino, sostando a lungo per vedere il barbuto omuncolo, che non li accon tentava, e appariva solo do po qualche ora a un fine strino o all’altro, di sfuggita, attendendo la sera e la di partita degli ultimi devoti per uscire a tirar dentro la roba.
Pochi l’avevano visto inte ro: qualche boscaiolo, qual che cercatore di funghi o cac ciatore, al quale appariva tra le piante o in cima alle rupi, senza mai lasciarsi avvicina re. Viveva apparentemente di erbe, di funghi, di castagne e degli altri frutti selvatici dei quali la montagna abbonda va, ma in verità dei donativi che pastori e contadini depo nevano fuori dal suo romito rio: cesti di frutta, vasi di miele, pezzi di lardo, pagnot te e perfino dolci. Per bere, quando aveva vuotato i fia schi pieni di vino, ricorreva allo zampillo d’una sorgente che sgorgava dalle rocce vi cine al suo rifugio.
D’inverno scendeva qual che volta fino al margine dei paesi. Qualcuno se ne accor geva e gli portava delle vivan de, abbandonandole su qual che sedile di pietra e ritiran dosi affinché potesse portar sele via indisturbato.
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L’eremita, lungi dal risultar di peso alle popolazioni del Vergante, pareva loro una specie di privilegio, se non proprio una benedizione del Cielo. Di tanti monti che si stendevano a oriente e a oc cidente, uno solo, il San Sal vatore, era animato da una presenza simile, certamente propiziatrice.
Di notte, guardando la cur va del monte sotto le stelle, i contadini pensavano che su quella cima, proprio al limi te del cielo, un uomo prega va; benché nessuna luce si fosse mai vista baluginare dal romitorio. Forse nel luo go più addentrato e nascosto dei suoi grami alloggi, il so litario accendeva una cande la o un lucignolo, appena ap pena per diradare le tenebre e poter contemplare qualche immagine o teschio o croci fisso appeso al muro o posa to sopra un masso. Sempreché di notte pregasse invece di dormire o andare attorno per il Vergante, comparendo, co me si diceva, a rimetter sul la strada giusta un viandan te smarrito o a fermare un carrettiere addormentato sul l’orlo di qualche burrone.
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L’anno che andò ad effet to la nostra spedizione, arri vammo verso il mezzogiorno sulla vetta. Dopo aver giron zolato a lungo intorno alle cellette murate, non avendo avuto alcun segno di presen za umana, sedemmo all’ombra della chiesetta per consumare la colazione.
Era forse la una del pomeriggio quando, lasciando gli altri assopiti sull’erba, andai alla sorgente per bere. Allo svolto del sentiero vidi l’eremita di spalle, che stava riempiendo d’acqua una zucca. Rimasi interdetto, non sapendo se avvicinarmi o scappa re. Ma intanto l’uomo, che mi aveva sentito senza veder mi, si ritirò rapidamente die tro i dirupi evitando di mo strarmi la faccia.
Avevo visto niente altro che un omiciattolo dai capel li lunghissimi, coperto da un saio fratesco stretto in vita da una corda, che si dilegua va mostrando i calcagni nudi e lasciando nell’aria odor di selvatico.
Chiamati i compagni, tornai con loro alla sorgente, e fatto ardito, cominciai a chia mare:
« Eremita! Eremita! Vieni fuori, eremita! ».
Ma il chiamato non compa riva, e dall’interno non face va il minimo rumore che lo svelasse dentro i loculi segreti dove stava da anni per penitenza o disdegno del mondo.
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Nella strada del ritorno, volgendomi ogni tanto a guar dare sul monte il biancheg giare della chiesuola e dei muri del romitorio, poi alcu ni giorni dopo udendo nel buio di un temporale la cam pana che gemeva lontana tra le nubi, pensai all’eremita co me a un santo ammesso al dialogo con le potenze super ne, senza badare a qualche villeggiante che lo dava per un matto uscito dal consorzio umano e considerato dagli altri uomini al pari d’un lebbroso, quando non fosse l’ignoranza o la superstizione a mettergli intorno quell’au reola di mistero che lo ren deva ammirabile e che mi aveva incantato.
Ma alcuni anni più tardi, sentendo dire che l’eremita prosperava sempre più, finii col persuadermi che fosse un furbo, un fannullone, per niente uscito dal consorzio umano. Egli si era infatti col locato sopra un monte acces sibile e contornato di paesi, aveva preso possesso di un luogo di devozione ben fre quentato, e con la commedia della segregazione lasciava che gli ingenui lo credessero un santo e un penitente. In tanto i contadini lo mante nevano e lo coccolavano, pur standogli discosti, come non avrebbero fatto con altri po veri o bisognosi, trattandolo alla pari di un prete e anche meglio, tanto da suscitare il risentimento dei curati del Vergante, i quali vedevano con rammarico andare sul monte il bendidio che sareb be toccato a loro senza quell’importuno e forse imposto re, come lo qualificavano con malcelato dispetto.
Né un santo né un pazzo, mi dicevo. E neppure un transfuga della vita civile! Un sornione, un simulatore e in fondo un mendicante, che aveva trovato modo di cam pare senza fatica proprio nel mezzo di quella società per la quale ostentava tanto di sprezzo. E mi spiegavo perché tirasse con tanta forza la campana quelle poche volte che si avvicinava la grandi ne: vedeva in pericolo le vi gne delle quali beveva il vi no, le primizie che i contadini si facevano obbligo d’offrirgli, quell’abbondanza dei raccolti che gli garantiva l’esistenza, solo che avesse saputo man tenere intorno a sé un po’ di mistero e di favola.