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LETTERATURA: I MAESTRI: Ivy Compton-Burnett. Il rito della signorina

8 Ottobre 2016

di Giorgio Zampa
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 28, gioved√¨ 13 luglio 1967]

Londra, luglio

Fino a due anni fa Miss Compton-Burnett usciva tutte le mattine. Risa ¬≠liva, di solito, Gloucester Road, attra ¬≠versava la Kensington ed entrava nel parco o da Barkers, il grande empo ¬≠rio. Aveva una predilezione per Bar ¬≠kers, dove poteva trovare tutto a buon mercato, compresi i suoi quadernucci da un soldo (anche il romanzo al quale lavora adesso lo scrive su one penny notebooks, che naturalmente non si fabbricano pi√Ļ. Glieli procu ¬≠ra un libraio di Mayfair e, in cambio, a volume pubblicato, li riceve riempi ¬≠ti. Una volta un’amica le ricord√≤ che l’Universit√† del Texas acquista, pa ¬≠gandoli bene, manoscritti per la sua biblioteca. Senza dare segno di avere udito la proposta, la Signorina mor ¬≠mor√≤, riferendosi al libraio: ¬ę E’ una persona tanto gentile ¬Ľ). Oppure pren ¬≠deva l’underground e andava da Harrods per guardare, al terzo piano, i libri nuovi, magari con la Sackville-West. Accettava l’invito a un t√®, a una colazione; mai a cocktails, che trova abominable.

Nel Natale del ’65 scivol√≤, in casa, e si ruppe un femore. L’et√† avanzata (da un certo numero d’anni ammette ¬ędi essere sugli ottanta ¬Ľ) fece teme ¬≠re il peggio. Un’amica scrittrice pre ¬≠par√≤ un ¬ę coccodrillo ¬Ľ per il Sunday Times, e forse proprio questo la cav√≤ dagli impicci. Era tornata a Cornwall Gardens, stava bene, camminava sen ¬≠za aiuto, .quando cadde ancora e si frattur√≤ l’altro femore. Ora, per muo ¬≠versi, si appoggia a una specie di gi ¬≠rello metallico; non pu√≤ uscire, na ¬≠turalmente, ha dovuto rinunciare an ¬≠che ai suoi week-ends. In compenso riceve; ha molti amici, al t√® non √® mai sola. Ha cambiato solo un particolare del rito: mentre prima si faceva tro ¬≠vare in salotto, per poi passare nella stanza vicina, ora accoglie gi√† in sala da pranzo, davanti all’altare: a capo della tavola apparecchiata, bricco e teiera fumanti.

L’edificio che risponde al nome di Braemar Mansions si trova in fondo ai Cornwall Gardens; uno spiazzo lun ¬≠go e stretto nel centro di Kensington, con case tardo-vittoriane allineate davanti a esemplari d’alto fusto, fron ¬≠zuti, pieni di vigore, in accordo con l’erba alta e scura, i cespugli scompo ¬≠sti, i fiori inselvatichiti che hanno sotto: quasi un tratto di bosco super ¬≠stite, infilato in un quartiere borghe ¬≠se, coltivato alla meglio. Accresce la sensazione di esclusione dall’ambien ¬≠te, di isolamento orgoglioso, una can ¬≠cellata alta e fitta, che ha le sue po ¬≠che aperture chiuse da catene serrate a loro volta con enormi lucchetti. Le macchine che passano sono poche, i giardini non hanno sbocco. Alte, pie ¬≠ne di sporgenze e di rientranze, gon ¬≠fie di bow-windows, di balconi, di tor ¬≠rette, grondanti abbaini, le Braemar Mansions debbono essere state costrui ¬≠te i primi del secolo; scurite dallo smog, con le sgorature lasciate dalle intemperie, le finestre strette, gli in ¬≠gressi scomodi e monumentali, hanno, in realt√†, un aspetto abbastanza in ¬≠quietante, accresciuto, forse in ragio ¬≠ne dell’incongruenza, da alcune tar ¬≠ghe di consolati centro-americani.

A parte le poche vetture che vi scorrono intorno: il luogo √® un para ¬≠diso di gatti. Accovacciati sui davan ¬≠zali delle grandi finestre a piano ter ¬≠ra, seduti, in un’immobilit√† lapidea, in cima alle scale che portano nei se ¬≠minterrati, intenti a lavarsi le orec ¬≠chie, sugli stuoini delle verande, sono i padroni del luogo (la Signorina, che con il Plauto di Madre e Figlio ha forse alzato al micio il pi√Ļ nobile mo ¬≠numento che mai abbia avuto, non tiene animali in casa. ¬ę Non ne ho mai voluti perch√© vengo da un mon ¬≠do in cui gli animali stavano nelle case di campagna ¬Ľ); se uno si china a carezzarli, sventolano la coda e co ¬≠minciano a fare le fusa sfregando ai calzoni testa e dorso, mentre di dietro i vetri d’un drawing-room una signo ¬≠ra guatemalteca o nicaraguegna sorri ¬≠de, come se sorprendesse un’indiscre ¬≠zione.

La Signorina venne ad abitare qui con una sua amica, M. J., intorno al ’35 (la targa sulla porta dell’appar ¬≠tamento reca sempre il nome del ¬≠l’amica, morta una decina d’anni fa); aveva cominciato a pubblicare nel 1925, ed era nota solo a una cerchia ristret ¬≠ta, che la considerava una scrittrice per scrittori. Dov’era stata prima? Si sa poco. Suo padre, molto ricco, si di ¬≠lettava di ricerca scientifica e and√≤ a Vienna per lavorare vicino a Freud. Mor√¨ quando lei aveva sedici anni: un uomo alto, bruno, al quale si sen ¬≠tiva pi√Ļ vicina che alla madre. Bionda, sposata in seconde nozze, la ma ¬≠dre faceva figli biondi, che cogli anni diventavano drab: vocabolo usato di frequente dalla Compton-Burnett, che significa scialbo, opaco e anche poco chic. Dai due matrimoni erano nati una dozzina di figli, che vennero al ¬≠levati nella grande casa di Hove, un sobborgo di Brighton. Due di essi, sui quindici anni, si suicidarono. Si dice che vennero trovati dopo due setti ¬≠mane, perch√© la casa, immensa, era abitata per gruppi. Altri due perirono in guerra (¬ę Nel conflitto del ’14 and√≤ sacrificato il fiore di una generazione, l’intero corpo degli ufficiali. Prima a scrivere erano solo i maschi, le scrit ¬≠trici erano un paio. Dopo, con tante morti, ci furono patrimoni a disposi ¬≠zione e le donne ebbero agio di darsi allo scrivere; per questo tra le due guerre venne fuori un gran numero di scrittrici ¬Ľ), Ivy fu educata al Royal Holloway College, da cui usc√¨ con una forte pre ¬≠parazione in greco. Pubblic√≤ il primo libro nel 1911 (Dolores, che oggi non riconosce), il secondo, Pastors and Masters, nel ’25. Il romanzo pass√≤ inos ¬≠servato, ma ebbe una intelligente re ¬≠censione di Arnold Bennet; gli altri dodici si seguirono con regolari inter ¬≠valli di anni tra uno e l’altro. Fatti noti. Pochi sanno per√≤ che la Signori ¬≠na fu molto amica di Sir Arthur Waley; chi conosce la statura intellettua ¬≠le, la finezza dell’orientalista, sapr√† apprezzare come merita la notizia.

Quando approd√≤ nella magione di Cornwalls Gardens, non aveva ormai pi√Ļ legami di famiglia, era sola con le sue verit√†. (¬ę La grande rivoluzione della mia vita fu la lettura di Dar ¬≠win; cambi√≤ tutto il mio modo di pen ¬≠sare. Come si pu√≤ credere in qualche cosa, dopo Darwin? ¬Ľ In ogni modo, per quanto ne sa, i cattolici sono me ¬≠glio degli anglicani, perch√© i loro pre ¬≠ti hanno maggiore presa sui fedeli. ¬ę Ha conosciuto cattolici? ¬Ľ, le chiede qualcuno. ¬ę No, mai, nemmeno uno ¬Ľ). Lei e la sua amica erano assistite da una governante, che rimase con loro parecchi anni, poi ammatt√¨. Da allo ¬≠ra, nessuna domestica √® rimasta a lun ¬≠go, perch√© la Signorina non ha la te ¬≠levisione. Quella che mi apre la por ¬≠ta di sinistra a un primo piano delle Braemar Manshions, √® sulla cinquan ¬≠tina, rossiccia, atticciata, sciamanna ¬≠ta. Esce dalla cucina lasciando l’uscio aperto, introduce rumorosamente nel ¬≠la stanza semibuia dove la Signorina attende. Sembra che l’abbia mandata un’agenzia, prelevandola da una elderly house, dalla Baggina, e che sia ir ¬≠landese. ¬ę Non capisco perch√© tanti vadano a trovare questa old fussy (dif ¬≠ficile da contentare, pittima) lady, chi sa cosa ci trovano ¬Ľ, confida la Rossa agli amici di casa. Questi temono che una volta o l’altra faccia fuori la pa ¬≠drona; se non ci si prova, √® per il movimento che ha intorno.

Particolari, quelli ora riferiti, non frivoli n√© accessori. L’importanza che il mondo della Dispensa, del Guarda ¬≠roba, della Cucina ha negli ¬ę studi ¬Ľ del ¬≠la Signorina, √® pari a quella dell’in ¬≠fanzia. Bimbi e governanti, legati da un patto originario, uniti in alleanza difensiva contro i Grandi, congiura ¬≠no nello sbugiardarli, nel renderli ri ¬≠dicoli, nello scoprirne i segreti ver ¬≠gognosi; soltanto loro conoscono can ¬≠tine e soffitte, sanno guardare dal bu ¬≠co della serratura nei momenti deci ¬≠sivi, dicono verit√† tremende. Durante il Rito, la Signorina chiede a ciascu ¬≠no degli ospiti notizie relative al ser ¬≠vizio domestico. E alle tasse. La no ¬≠stra amica Kay confessa che quando si trova davanti a certi formulari vie ¬≠ne presa dalla tentazione di strappar ¬≠li. Miss Compton-Burnett ribatte di non essere d’accordo: bisogna concen ¬≠trarsi, invece, prendere le cose sul serio. Ma prima del Rito, l’ambiente.

La dinner-room √® una stanza qua ¬≠drata, dal soffitto molto alto, tinteg ¬≠giata di chiaro, che riceve luce da una vetrata sulla sinistra. A destra di chi entra √® un grande armadio a forma di cubo, laccato di bianco, che occupa circa un terzo della sala. La tavola quadrata √® spostata verso il fondo; so ¬≠pra di essa, appesa a un filo, arde debolmente una lampadina avvolta da piccoli prismi di vetro bianchi e blu. Al centro della parete di fondo un ca ¬≠minetto di marmo di Carrara con la apertura murata e una stufa a gas. A sinistra una consolle che solo un bu ¬≠giardo potrebbe definire chippendale. A destra un’angoliera, anch’essa mo ¬≠desta. Davanti alla vetrata, un piccolo tavolo su cui sono stati appena mes ¬≠si due mazzi di rose e d√¨ piselli. La vetrata mostra a destra una parete grigia, obliqua, alla quale si appoggia, spezzata in segmenti, una scala di si ¬≠curezza in ferro, a sinistra una pare ¬≠te altrettanto grigia, sulla quale le commettiture dei mattoni hanno mag ¬≠giore risalto, sostiene una rete di tu ¬≠bi sinuosi. I due muri, tendendo a stringersi verso il fondo, lasciano spa ¬≠zio appena per una lama di luce che arriva alla vetrata senza pi√Ļ vigore.

La tavola √® coperta da una tovaglia misto-lino, a scacchi alterni turchini e crema. Stoviglie scompagnate, pro ¬≠babilmente d’occasione, di grossa por ¬≠cellana. I cucchiai sono di acciaio, i coltellini, consunti, d’argento. Gin ¬≠ger bread, toast, burro, miele, mar- mellade, jam, biscotti, zucchero, li ¬≠mone, latte, acqua calda. La teiera a portata di mano, alla sua destra. Una amica m’aveva detto: ¬ę Il bello √® che noi lo chiamiamo Rito, ma in fondo, vedrai, non √® che un nursery tea ¬Ľ.

 

Il nipote taglia la corda

Miss Compton-Burnett siede a ca ¬≠potavola, su una poltrona dalla stoffa consumata, imitazione piccolo punto. Immaginavo, sulla scorta delle rare fotografie che di lei sono in giro, un viso largo, una testa tonda. Invece il volto √® lungo, sottile. Bianchissimo, con rughe decise ma non devastatri ¬≠ci, che ne rispettano i piani e le linee. Gli occhi chiari hanno conservato un fondo di azzurro e sono vivi, non ve ¬≠lati o scoloriti come di solito nella tarda et√†. Il destro √® diverso dal si ¬≠nistro: emette una successione rapi ¬≠dissima d’interrogazioni, gentilmente inquisitoriale, poi adatta la sua espres ¬≠sione a quella del sinistro; il quale scruta attento, in una specie di ten ¬≠sione, sempre pronta a rompersi per impazienza.

Seduta alla sua sinistra √® Kay Dick, tutta in azzurro, col monocolo inca ¬≠strato e il bocchino lungo un palmo in funzione; per la stanza gira un di ¬≠stinto signore di mezza et√†, vestito di scuro, camicia bianca, capelli con scriminatura, conservatore addetto co ¬≠mandato o come altro si dice alla Na ¬≠tional o alla Tate o al Courtaud, che parla italiano come gli italiani quando fingono di essere inglesi che parlano italiano, va a Firenze ogni estate, ha amici ai Tatti e a Fiascherino, scuote la testa parlando dell’alluvione. Alto, appena brizzolato, viso ancora fresco, indubitabilmente scapolo, d√† una sprimacciata ai fiori di pisello, va in cucina a verificare non si sa che, sie ¬≠de finalmente in punta di seggiola, come se il dovere dovesse chiamar ¬≠lo ¬† ¬† ¬† ¬† da un momento all’altro. Mette un tale zelo per sembrare di casa, il ni ¬≠pote, il tuttofare, che l√¨ per l√¨ quasi ci credo. Ma bastano pochi minuti: un paio di occhiate, una replica della Signorina. Frivolo e arrogantello co ¬≠me una comparsa del James giovane, a un certo punto invoca, ahilui, un cocktail, taglia la corda.

Il Rito ha subito inizio, dopo l’as ¬≠segnazione dei posti (¬ęIn questa stan ¬≠za c’√® una seggiola con una gamba rotta; chi sa perch√© vanno tutti a prendere quella ¬Ľ); io sono di fronte a Kay, quindi alla destra della Signo ¬≠rina. Ricevo la teiera. Le mani lievis ¬≠sime, senza rilievo di vene, affilate, hanno una buona presa sugli oggetti, ferme, sicure; le unghie sono a ovu ¬≠lo, lucide, rosa. Non ha occhiali, non mette neppure quando scrive la sua firma sul frontespizio del libro, alla fine. Ha l’acconciatura che le cono ¬≠sco: i capelli arrotolati formano una coroncina che dalla fronte scende sot ¬≠to la nuca, dando l’impressione d’una cuffietta grigio-lucente. L’abito √® di cotonina stampata, tramato da sottili lische grigie; probabilmente porta un busto ortopedico.

 

Le tasse le tasse ancora

 

Preferisce marmellata di ribes o di arancio?
Prenda ancora un toast, per favore.
Non vorrebbe un biscotto?

La voce √® limpida, pulita, appena tesa da un’ansia leggera. Nessuna in ¬≠crinatura, quasi certamente c’√® den ¬≠tro ancora la sua voce di ragazza. Il tono √® quasi sempre assertivo, anche nell’interrogazione. La pronuncia √® eduardiana, come la lingua che scri ¬≠ve: un inglese colloquiale che non esiste pi√Ļ. Dice: t√®i, g√®rl, laundry, e sembra naturale. Ma quando uno pro ¬≠nuncia in sua presenza una frase idio ¬≠matica d’oggi, finge di non avere capi ¬≠to e fa ripetere la frase. La persona segue l’invito, e di colpo si sente ri ¬≠dicola.

Ancora una tazza di tè?
Si serva del latte!
Kay, cara, metti un po’ d’acqua nel bricco!

Sa che da noi sono stati tradotti al ¬≠cuni suoi libri, ma non ha mai veduto le traduzioni, non pu√≤ dir nulla. Fu in Italia una volta, prima dell’ultima guerra. Kay, credendo di farmi un fa ¬≠vore, porta il discorso sul Common Market, e lei: ¬ę S√¨, sono per l’inte ¬≠grazione. Il mio agente di cambio mi ha detto che √® bene che l’Inghilterra entri ¬Ľ. Si deplora il tempo umido, ventoso; lo studioso d’arte racconta che un suo amico, una volta, non riu ¬≠sc√¨ a prendere sonno all’idea che Hen ¬≠ri James potesse avere un accento americano; la Signorina dice che non ama essere paragonata a James; il so ¬≠lo richiamo che le sembra giusto √® quello della Austin. Si passa alla du ¬≠rata del mio soggiorno in Inghilterra. Mi fermo a Londra (¬ę Potrei avere, per favore, il burro? ¬Ľ) o conto anda ¬≠re altrove?

A portare il discorso sulla Woolf √® Kay. La Signorina l’incontr√≤ una vol ¬≠ta sola, nell’ufficio del marito, che di ¬≠rigeva la Hogarth Press. Era seduta e indossava uno snabby smock, una specie di vecchio grembiule. Creden ¬≠do che nessuno la vedesse, si aggiu ¬≠stava i capelli alle tempie, con un gesto bellissimo. Rivede il gesto, a quarant’anni di distanza, e lo ripete delicatamente, con le sue mani tra ¬≠sparenti. Non la incontr√≤ pi√Ļ. Tace un momento, poi il Rito riprende sot ¬≠to il suo sguardo infallibile e assor ¬≠to. Dice cose semplici e dure, di tutti i giorni. Non legge libri in traduzione (ma Kay mi dice dopo che conosce bene Colette, per esempio, Mann e, in definitiva, tutti quanti), fece ecce ¬≠zione per Proust. La Woolf aveva fat ¬≠to rammentare, prima, E. M. Forster; uno dei suoi fratelli morti in guerra era fellow insieme con Forster al King’s College: sono rimasti amici da allora. Poi comincia il gioco dell’avete letto. Tutti discorrono del libro di Brigid Brophy Cinquanta opere della letteratura inglese di cui si potrebbe fare a meno. Lo studioso d’arte mal ¬≠tratta il libello, Kay, amica della Bro ¬≠phy, lo difende. ¬ę Me lo far√≤ manda ¬≠re in esame da Harrods ¬Ľ, taglia cor ¬≠to la Signorina. E’ questo il modo per significare, gli intimi lo sanno, che una cosa la interessa. Ho letto e le √® piaciuto Un eroe romantico di Olivia Manning; e della Manning mi racco ¬≠manda, se ancora non li conoscessi, i racconti. Torna di frequente nel di ¬≠scorso Francis King, che deve andar ¬≠le molto a genio. King, che conobbi molti anni fa, quando era al British Council di Firenze, vive ora a Brigh ¬≠ton; deve fare molte recensioni ma non si stanca, trova anzi che questa attivit√† gli giova per il resto del la ¬≠voro. Lo studioso d’arte fa un’osserva ¬≠zione, nel corso della quale dice di ¬ę lavorare ¬Ľ nel pomeriggio. La Signo ¬≠rina, rivolgendosi a Kay, chiede: ¬ę E che cosa fa, alle quattro? ¬Ľ. L’idea che si possa ignorare il Rito delle quat ¬≠tro la colpisce in un modo tale che si rivolge al temerario per interpo ¬≠sta persona.

Una rapida incursione sul terreno politico porta a una strapazzata di Wil ¬≠son (¬ę He is common ¬Ľ. Tutti i gover ¬≠ni laburisti la mandano fuori della grazia di Dio, perch√© deve pagare qualche scellino in pi√Ļ di tasse) e a lodi di De Gaulle (¬ę E’ un tipo come si deve, duro, forte. In Inghilterra abbiamo bisogno di uomini come lui ¬Ľ). Le tasse, le tasse ancora. I suoi libri non debbono vendersi in modo eccezionale, sebbene sia la migliore scrittrice vivente del mondo anglosas ¬≠sone. ¬ę Ci sono autori che vendono molto, che sono assai letti ¬Ľ, dichiara con la sua voce fragile e intatta, ¬ę per ¬≠ch√© fanno forniture, servono all’ar ¬≠redamento. Come Galsworthy ¬Ľ. Lei non ha mai ricevuto tante lettere in vita sua come nel periodo in cui han ¬≠no trasmesso in TV la riduzione di un suo romanzo. Una volta glie ne ar ¬≠riv√≤ una che diceva: ¬ę Cara Miss Compton-Burnett, non capisco perch√© i suoi libri abbiano successo. Io non ci ho capito mai niente. Per favore, vuole rispondermi? Accludo franco ¬≠bollo ¬Ľ. La Kay chiede: ¬ę E lei cosa fece? ¬Ľ. ¬ę Mi tenni il francobollo ¬Ľ.

Cara, versa ancora un po’ d’acqua!

Il t√®, appena tiepido, √® diventato nero. Sulla tovaglia ora si vedono bri ¬≠ciole, sui posacenere, fanno spicco mozziconi, i tovaglioli di carta, gonfi e spiegazzati, sembrano stare tutti in posti sbagliati. Le porgo Brothers and fisters aperto sul frontespizio. Lei can ¬≠cella il proprio nome a stampa, tiran ¬≠do accuratamente due righe paralle ¬≠le, e lo riscrive con caratteri grandi, chiari, appena inclinati. Kay racconta dell’uomo di fatica che viene una vol ¬≠ta la settimana a farle i pavimenti. La Signorina guarda davanti a s√©, non assente ma assorta, stringendo l’orlo del tavolo con le punte delle dita (Kay mi aveva detto che a vol ¬≠te, durante una conversazione, senza mutare espressione n√©, in apparenza, astrarsi, girata appena la testa, co ¬≠mincia a parlare con s√© stessa. Ripete un dialogo che in quel momento sta prendendo forma, prima di trascriver ¬≠lo su uno dei suoi quaderni da un sol ¬≠do: la sera dopo le sei). La vedo di profilo, contro la luce grigia della ve ¬≠trata, il capo immobile, dritta nella sua poltrona. Dalla coroncina che ha intorno alla fronte sono spuntati fuo ¬≠ri alcuni capelli, brillano come esili, vibranti antenne. Tiene gli occhi bas ¬≠si, risponde a monosillabi. Manca un quarto alle sei.

 


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