Ivy Compton-Burnett. Il rito della signorina

di Giorgio Zampa
[da “La fiera letteraria”, numero 28, giovedì 13 luglio 1967]

Londra, luglio

Fino a due anni fa Miss Compton-Burnett usciva tutte le mattine. Risa ­liva, di solito, Gloucester Road, attra ­versava la Kensington ed entrava nel parco o da Barkers, il grande empo ­rio. Aveva una predilezione per Bar ­kers, dove poteva trovare tutto a buon mercato, compresi i suoi quadernucci da un soldo (anche il romanzo al quale lavora adesso lo scrive su one penny notebooks, che naturalmente non si fabbricano più. Glieli procu ­ra un libraio di Mayfair e, in cambio, a volume pubblicato, li riceve riempi ­ti. Una volta un’amica le ricordò che l’Università del Texas acquista, pa ­gandoli bene, manoscritti per la sua biblioteca. Senza dare segno di avere udito la proposta, la Signorina mor ­morò, riferendosi al libraio: « E’ una persona tanto gentile »). Oppure pren ­deva l’underground e andava da Harrods per guardare, al terzo piano, i libri nuovi, magari con la Sackville-West. Accettava l’invito a un tè, a una colazione; mai a cocktails, che trova abominable.

Nel Natale del ’65 scivolò, in casa, e si ruppe un femore. L’età avanzata (da un certo numero d’anni ammette «di essere sugli ottanta ») fece teme ­re il peggio. Un’amica scrittrice pre ­parò un « coccodrillo » per il Sunday Times, e forse proprio questo la cavò dagli impicci. Era tornata a Cornwall Gardens, stava bene, camminava sen ­za aiuto, .quando cadde ancora e si fratturò l’altro femore. Ora, per muo ­versi, si appoggia a una specie di gi ­rello metallico; non può uscire, na ­turalmente, ha dovuto rinunciare an ­che ai suoi week-ends. In compenso riceve; ha molti amici, al tè non è mai sola. Ha cambiato solo un particolare del rito: mentre prima si faceva tro ­vare in salotto, per poi passare nella stanza vicina, ora accoglie già in sala da pranzo, davanti all’altare: a capo della tavola apparecchiata, bricco e teiera fumanti.

L’edificio che risponde al nome di Braemar Mansions si trova in fondo ai Cornwall Gardens; uno spiazzo lun ­go e stretto nel centro di Kensington, con case tardo-vittoriane allineate davanti a esemplari d’alto fusto, fron ­zuti, pieni di vigore, in accordo con l’erba alta e scura, i cespugli scompo ­sti, i fiori inselvatichiti che hanno sotto: quasi un tratto di bosco super ­stite, infilato in un quartiere borghe ­se, coltivato alla meglio. Accresce la sensazione di esclusione dall’ambien ­te, di isolamento orgoglioso, una can ­cellata alta e fitta, che ha le sue po ­che aperture chiuse da catene serrate a loro volta con enormi lucchetti. Le macchine che passano sono poche, i giardini non hanno sbocco. Alte, pie ­ne di sporgenze e di rientranze, gon ­fie di bow-windows, di balconi, di tor ­rette, grondanti abbaini, le Braemar Mansions debbono essere state costrui ­te i primi del secolo; scurite dallo smog, con le sgorature lasciate dalle intemperie, le finestre strette, gli in ­gressi scomodi e monumentali, hanno, in realtà, un aspetto abbastanza in ­quietante, accresciuto, forse in ragio ­ne dell’incongruenza, da alcune tar ­ghe di consolati centro-americani.

A parte le poche vetture che vi scorrono intorno: il luogo è un para ­diso di gatti. Accovacciati sui davan ­zali delle grandi finestre a piano ter ­ra, seduti, in un’immobilità lapidea, in cima alle scale che portano nei se ­minterrati, intenti a lavarsi le orec ­chie, sugli stuoini delle verande, sono i padroni del luogo (la Signorina, che con il Plauto di Madre e Figlio ha forse alzato al micio il più nobile mo ­numento che mai abbia avuto, non tiene animali in casa. « Non ne ho mai voluti perché vengo da un mon ­do in cui gli animali stavano nelle case di campagna »); se uno si china a carezzarli, sventolano la coda e co ­minciano a fare le fusa sfregando ai calzoni testa e dorso, mentre di dietro i vetri d’un drawing-room una signo ­ra guatemalteca o nicaraguegna sorri ­de, come se sorprendesse un’indiscre ­zione.

La Signorina venne ad abitare qui con una sua amica, M. J., intorno al ’35 (la targa sulla porta dell’appar ­tamento reca sempre il nome del ­l’amica, morta una decina d’anni fa); aveva cominciato a pubblicare nel 1925, ed era nota solo a una cerchia ristret ­ta, che la considerava una scrittrice per scrittori. Dov’era stata prima? Si sa poco. Suo padre, molto ricco, si di ­lettava di ricerca scientifica e andò a Vienna per lavorare vicino a Freud. Morì quando lei aveva sedici anni: un uomo alto, bruno, al quale si sen ­tiva più vicina che alla madre. Bionda, sposata in seconde nozze, la ma ­dre faceva figli biondi, che cogli anni diventavano drab: vocabolo usato di frequente dalla Compton-Burnett, che significa scialbo, opaco e anche poco chic. Dai due matrimoni erano nati una dozzina di figli, che vennero al ­levati nella grande casa di Hove, un sobborgo di Brighton. Due di essi, sui quindici anni, si suicidarono. Si dice che vennero trovati dopo due setti ­mane, perché la casa, immensa, era abitata per gruppi. Altri due perirono in guerra (« Nel conflitto del ’14 andò sacrificato il fiore di una generazione, l’intero corpo degli ufficiali. Prima a scrivere erano solo i maschi, le scrit ­trici erano un paio. Dopo, con tante morti, ci furono patrimoni a disposi ­zione e le donne ebbero agio di darsi allo scrivere; per questo tra le due guerre venne fuori un gran numero di scrittrici »), Ivy fu educata al Royal Holloway College, da cui uscì con una forte pre ­parazione in greco. Pubblicò il primo libro nel 1911 (Dolores, che oggi non riconosce), il secondo, Pastors and Masters, nel ’25. Il romanzo passò inos ­servato, ma ebbe una intelligente re ­censione di Arnold Bennet; gli altri dodici si seguirono con regolari inter ­valli di anni tra uno e l’altro. Fatti noti. Pochi sanno però che la Signori ­na fu molto amica di Sir Arthur Waley; chi conosce la statura intellettua ­le, la finezza dell’orientalista, saprà apprezzare come merita la notizia.

Quando approdò nella magione di Cornwalls Gardens, non aveva ormai più legami di famiglia, era sola con le sue verità. (« La grande rivoluzione della mia vita fu la lettura di Dar ­win; cambiò tutto il mio modo di pen ­sare. Come si può credere in qualche cosa, dopo Darwin? » In ogni modo, per quanto ne sa, i cattolici sono me ­glio degli anglicani, perché i loro pre ­ti hanno maggiore presa sui fedeli. « Ha conosciuto cattolici? », le chiede qualcuno. « No, mai, nemmeno uno »). Lei e la sua amica erano assistite da una governante, che rimase con loro parecchi anni, poi ammattì. Da allo ­ra, nessuna domestica è rimasta a lun ­go, perché la Signorina non ha la te ­levisione. Quella che mi apre la por ­ta di sinistra a un primo piano delle Braemar Manshions, è sulla cinquan ­tina, rossiccia, atticciata, sciamanna ­ta. Esce dalla cucina lasciando l’uscio aperto, introduce rumorosamente nel ­la stanza semibuia dove la Signorina attende. Sembra che l’abbia mandata un’agenzia, prelevandola da una elderly house, dalla Baggina, e che sia ir ­landese. « Non capisco perché tanti vadano a trovare questa old fussy (dif ­ficile da contentare, pittima) lady, chi sa cosa ci trovano », confida la Rossa agli amici di casa. Questi temono che una volta o l’altra faccia fuori la pa ­drona; se non ci si prova, è per il movimento che ha intorno.

Particolari, quelli ora riferiti, non frivoli né accessori. L’importanza che il mondo della Dispensa, del Guarda ­roba, della Cucina ha negli « studi » del ­la Signorina, è pari a quella dell’in ­fanzia. Bimbi e governanti, legati da un patto originario, uniti in alleanza difensiva contro i Grandi, congiura ­no nello sbugiardarli, nel renderli ri ­dicoli, nello scoprirne i segreti ver ­gognosi; soltanto loro conoscono can ­tine e soffitte, sanno guardare dal bu ­co della serratura nei momenti deci ­sivi, dicono verità tremende. Durante il Rito, la Signorina chiede a ciascu ­no degli ospiti notizie relative al ser ­vizio domestico. E alle tasse. La no ­stra amica Kay confessa che quando si trova davanti a certi formulari vie ­ne presa dalla tentazione di strappar ­li. Miss Compton-Burnett ribatte di non essere d’accordo: bisogna concen ­trarsi, invece, prendere le cose sul serio. Ma prima del Rito, l’ambiente.

La dinner-room è una stanza qua ­drata, dal soffitto molto alto, tinteg ­giata di chiaro, che riceve luce da una vetrata sulla sinistra. A destra di chi entra è un grande armadio a forma di cubo, laccato di bianco, che occupa circa un terzo della sala. La tavola quadrata è spostata verso il fondo; so ­pra di essa, appesa a un filo, arde debolmente una lampadina avvolta da piccoli prismi di vetro bianchi e blu. Al centro della parete di fondo un ca ­minetto di marmo di Carrara con la apertura murata e una stufa a gas. A sinistra una consolle che solo un bu ­giardo potrebbe definire chippendale. A destra un’angoliera, anch’essa mo ­desta. Davanti alla vetrata, un piccolo tavolo su cui sono stati appena mes ­si due mazzi di rose e dì piselli. La vetrata mostra a destra una parete grigia, obliqua, alla quale si appoggia, spezzata in segmenti, una scala di si ­curezza in ferro, a sinistra una pare ­te altrettanto grigia, sulla quale le commettiture dei mattoni hanno mag ­giore risalto, sostiene una rete di tu ­bi sinuosi. I due muri, tendendo a stringersi verso il fondo, lasciano spa ­zio appena per una lama di luce che arriva alla vetrata senza più vigore.

La tavola è coperta da una tovaglia misto-lino, a scacchi alterni turchini e crema. Stoviglie scompagnate, pro ­babilmente d’occasione, di grossa por ­cellana. I cucchiai sono di acciaio, i coltellini, consunti, d’argento. Gin ­ger bread, toast, burro, miele, mar- mellade, jam, biscotti, zucchero, li ­mone, latte, acqua calda. La teiera a portata di mano, alla sua destra. Una amica m’aveva detto: « Il bello è che noi lo chiamiamo Rito, ma in fondo, vedrai, non è che un nursery tea ».

 

Il nipote taglia la corda

Miss Compton-Burnett siede a ca ­potavola, su una poltrona dalla stoffa consumata, imitazione piccolo punto. Immaginavo, sulla scorta delle rare fotografie che di lei sono in giro, un viso largo, una testa tonda. Invece il volto è lungo, sottile. Bianchissimo, con rughe decise ma non devastatri ­ci, che ne rispettano i piani e le linee. Gli occhi chiari hanno conservato un fondo di azzurro e sono vivi, non ve ­lati o scoloriti come di solito nella tarda età. Il destro è diverso dal si ­nistro: emette una successione rapi ­dissima d’interrogazioni, gentilmente inquisitoriale, poi adatta la sua espres ­sione a quella del sinistro; il quale scruta attento, in una specie di ten ­sione, sempre pronta a rompersi per impazienza.

Seduta alla sua sinistra è Kay Dick, tutta in azzurro, col monocolo inca ­strato e il bocchino lungo un palmo in funzione; per la stanza gira un di ­stinto signore di mezza età, vestito di scuro, camicia bianca, capelli con scriminatura, conservatore addetto co ­mandato o come altro si dice alla Na ­tional o alla Tate o al Courtaud, che parla italiano come gli italiani quando fingono di essere inglesi che parlano italiano, va a Firenze ogni estate, ha amici ai Tatti e a Fiascherino, scuote la testa parlando dell’alluvione. Alto, appena brizzolato, viso ancora fresco, indubitabilmente scapolo, dà una sprimacciata ai fiori di pisello, va in cucina a verificare non si sa che, sie ­de finalmente in punta di seggiola, come se il dovere dovesse chiamar ­lo         da un momento all’altro. Mette un tale zelo per sembrare di casa, il ni ­pote, il tuttofare, che lì per lì quasi ci credo. Ma bastano pochi minuti: un paio di occhiate, una replica della Signorina. Frivolo e arrogantello co ­me una comparsa del James giovane, a un certo punto invoca, ahilui, un cocktail, taglia la corda.

Il Rito ha subito inizio, dopo l’as ­segnazione dei posti («In questa stan ­za c’è una seggiola con una gamba rotta; chi sa perché vanno tutti a prendere quella »); io sono di fronte a Kay, quindi alla destra della Signo ­rina. Ricevo la teiera. Le mani lievis ­sime, senza rilievo di vene, affilate, hanno una buona presa sugli oggetti, ferme, sicure; le unghie sono a ovu ­lo, lucide, rosa. Non ha occhiali, non mette neppure quando scrive la sua firma sul frontespizio del libro, alla fine. Ha l’acconciatura che le cono ­sco: i capelli arrotolati formano una coroncina che dalla fronte scende sot ­to la nuca, dando l’impressione d’una cuffietta grigio-lucente. L’abito è di cotonina stampata, tramato da sottili lische grigie; probabilmente porta un busto ortopedico.

 

Le tasse le tasse ancora

 

Preferisce marmellata di ribes o di arancio?
Prenda ancora un toast, per favore.
Non vorrebbe un biscotto?

La voce è limpida, pulita, appena tesa da un’ansia leggera. Nessuna in ­crinatura, quasi certamente c’è den ­tro ancora la sua voce di ragazza. Il tono è quasi sempre assertivo, anche nell’interrogazione. La pronuncia è eduardiana, come la lingua che scri ­ve: un inglese colloquiale che non esiste più. Dice: tèi, gèrl, laundry, e sembra naturale. Ma quando uno pro ­nuncia in sua presenza una frase idio ­matica d’oggi, finge di non avere capi ­to e fa ripetere la frase. La persona segue l’invito, e di colpo si sente ri ­dicola.

Ancora una tazza di tè?
Si serva del latte!
Kay, cara, metti un po’ d’acqua nel bricco!

Sa che da noi sono stati tradotti al ­cuni suoi libri, ma non ha mai veduto le traduzioni, non può dir nulla. Fu in Italia una volta, prima dell’ultima guerra. Kay, credendo di farmi un fa ­vore, porta il discorso sul Common Market, e lei: « Sì, sono per l’inte ­grazione. Il mio agente di cambio mi ha detto che è bene che l’Inghilterra entri ». Si deplora il tempo umido, ventoso; lo studioso d’arte racconta che un suo amico, una volta, non riu ­scì a prendere sonno all’idea che Hen ­ri James potesse avere un accento americano; la Signorina dice che non ama essere paragonata a James; il so ­lo richiamo che le sembra giusto è quello della Austin. Si passa alla du ­rata del mio soggiorno in Inghilterra. Mi fermo a Londra (« Potrei avere, per favore, il burro? ») o conto anda ­re altrove?

A portare il discorso sulla Woolf è Kay. La Signorina l’incontrò una vol ­ta sola, nell’ufficio del marito, che di ­rigeva la Hogarth Press. Era seduta e indossava uno snabby smock, una specie di vecchio grembiule. Creden ­do che nessuno la vedesse, si aggiu ­stava i capelli alle tempie, con un gesto bellissimo. Rivede il gesto, a quarant’anni di distanza, e lo ripete delicatamente, con le sue mani tra ­sparenti. Non la incontrò più. Tace un momento, poi il Rito riprende sot ­to il suo sguardo infallibile e assor ­to. Dice cose semplici e dure, di tutti i giorni. Non legge libri in traduzione (ma Kay mi dice dopo che conosce bene Colette, per esempio, Mann e, in definitiva, tutti quanti), fece ecce ­zione per Proust. La Woolf aveva fat ­to rammentare, prima, E. M. Forster; uno dei suoi fratelli morti in guerra era fellow insieme con Forster al King’s College: sono rimasti amici da allora. Poi comincia il gioco dell’avete letto. Tutti discorrono del libro di Brigid Brophy Cinquanta opere della letteratura inglese di cui si potrebbe fare a meno. Lo studioso d’arte mal ­tratta il libello, Kay, amica della Bro ­phy, lo difende. « Me lo farò manda ­re in esame da Harrods », taglia cor ­to la Signorina. E’ questo il modo per significare, gli intimi lo sanno, che una cosa la interessa. Ho letto e le è piaciuto Un eroe romantico di Olivia Manning; e della Manning mi racco ­manda, se ancora non li conoscessi, i racconti. Torna di frequente nel di ­scorso Francis King, che deve andar ­le molto a genio. King, che conobbi molti anni fa, quando era al British Council di Firenze, vive ora a Brigh ­ton; deve fare molte recensioni ma non si stanca, trova anzi che questa attività gli giova per il resto del la ­voro. Lo studioso d’arte fa un’osserva ­zione, nel corso della quale dice di « lavorare » nel pomeriggio. La Signo ­rina, rivolgendosi a Kay, chiede: « E che cosa fa, alle quattro? ». L’idea che si possa ignorare il Rito delle quat ­tro la colpisce in un modo tale che si rivolge al temerario per interpo ­sta persona.

Una rapida incursione sul terreno politico porta a una strapazzata di Wil ­son (« He is common ». Tutti i gover ­ni laburisti la mandano fuori della grazia di Dio, perché deve pagare qualche scellino in più di tasse) e a lodi di De Gaulle (« E’ un tipo come si deve, duro, forte. In Inghilterra abbiamo bisogno di uomini come lui »). Le tasse, le tasse ancora. I suoi libri non debbono vendersi in modo eccezionale, sebbene sia la migliore scrittrice vivente del mondo anglosas ­sone. « Ci sono autori che vendono molto, che sono assai letti », dichiara con la sua voce fragile e intatta, « per ­ché fanno forniture, servono all’ar ­redamento. Come Galsworthy ». Lei non ha mai ricevuto tante lettere in vita sua come nel periodo in cui han ­no trasmesso in TV la riduzione di un suo romanzo. Una volta glie ne ar ­rivò una che diceva: « Cara Miss Compton-Burnett, non capisco perché i suoi libri abbiano successo. Io non ci ho capito mai niente. Per favore, vuole rispondermi? Accludo franco ­bollo ». La Kay chiede: « E lei cosa fece? ». « Mi tenni il francobollo ».

Cara, versa ancora un po’ d’acqua!

Il tè, appena tiepido, è diventato nero. Sulla tovaglia ora si vedono bri ­ciole, sui posacenere, fanno spicco mozziconi, i tovaglioli di carta, gonfi e spiegazzati, sembrano stare tutti in posti sbagliati. Le porgo Brothers and fisters aperto sul frontespizio. Lei can ­cella il proprio nome a stampa, tiran ­do accuratamente due righe paralle ­le, e lo riscrive con caratteri grandi, chiari, appena inclinati. Kay racconta dell’uomo di fatica che viene una vol ­ta la settimana a farle i pavimenti. La Signorina guarda davanti a sé, non assente ma assorta, stringendo l’orlo del tavolo con le punte delle dita (Kay mi aveva detto che a vol ­te, durante una conversazione, senza mutare espressione né, in apparenza, astrarsi, girata appena la testa, co ­mincia a parlare con sé stessa. Ripete un dialogo che in quel momento sta prendendo forma, prima di trascriver ­lo su uno dei suoi quaderni da un sol ­do: la sera dopo le sei). La vedo di profilo, contro la luce grigia della ve ­trata, il capo immobile, dritta nella sua poltrona. Dalla coroncina che ha intorno alla fronte sono spuntati fuo ­ri alcuni capelli, brillano come esili, vibranti antenne. Tiene gli occhi bas ­si, risponde a monosillabi. Manca un quarto alle sei.

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