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Scalfari pro domo sua

8 Luglio 2012

Stamani su Repubblica è apparsa un’intervista che Eugenio Scalfari ha fatto a Mario Draghi.

Nulla di notevole, sostanza poca. Mentre leggevo mi chiedevo che senso avesse pubblicare un’intervista così insipida, finché non sono arrivato alla parte finale, che comincia con P. S. (post scriptum) ma in realtà contiene il vero scopo dell’editoriale, ossia spezzare una lancia a favore di Napolitano nel caso scoppiato in questi giorni che vede coinvolto l’ex presidente del Senato Nicola Mancino.

Scalfari, anziché preoccuparsi se effettivamente Napolitano abbia interferito a favore di Mancino, indirizza i suoi strali su chi, avvedendosi che la telefonata di Mancino era diretta al Quirinale, non ha interrotto l’intercettazione. Anzi, essa ha proseguito il suo iter fino ad arrivare ai pm di Palermo che ancora la conservano in cassaforte.

Scalfari se la prende con quei giornali (il Fatto Quotidiano) che chiedono al capo dello Stato di rendere pubbliche le sue telefonate e non sottolineano che quelle intercettazioni sono illegali.
Ossia a Scalfari non interessa sapere se Napolitano ha abusato dei suoi poteri in violazione della legge, ma interessa punire chi ha intercettato illegalmente le sue telefonate.

È curioso che si ricordi solo ora che ci sono cariche istituzionali che non possono essere intercettate, e tra queste il presidente del Consiglio, che quando si chiamava Silvio Berlusconi subiva intercettazioni un giorno sì e un giorno no, provocando godurie a non finire al fondatore di Repubblica.

Bisognerebbe ricordare a Scalfari che se sono stati commessi abusi, devono essere individuati e puniti entrambi, e che difendere un eventuale abuso del capo dello Stato è cosa riprovevole, poiché l’abuso di un capo dello Stato comporta ipso facto le sue dimissioni. Per molto meno si è dovuto dimettere negli scorsi mesi il presidente della Germania, e giustamente Giovanni Sartori nell’intervista rilasciata a Marco Travaglio, gli ricorda, come ho scritto ieri, che: “Un presidente americano si guarda bene dal fare certe co ­se.”

L’editoriale dimostra che Scalfari teme   l’indagine de il Fatto Quotidiano e probabilmente intuisce (o addirittura sa) che Napolitano ha commesso davvero qualcosa di grave (si potrebbe parlare addirittura di tentativo di inquinamento delle prove).

Si sa, per averlo letto sui giornali, che ci sono anche due telefonate in cui si ascolta la voce del presidente della Repubblica il quale, quindi, era davvero a conoscenza di ciò che avveniva tra il suo segretario Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino.
Solo così si può spiegare il vasto e possente schieramento di forze (Scalfari è l’ultimo di una lunga serie) a difesa del Colle.

La battaglia per scoprire la verità avviata dal Fatto è dunque una battaglia irta di ostacoli (come fu quella del Watergate), ma proprio per questo benemerita. Se riuscirà ad arrivare in fondo e a scoprire la verità, i giornali cosiddetti di regime dovranno solo vergognarsi.
Peraltro, il silenzio prolungato di Napolitano non fa che acuire fastidio e disagio nei cittadini.


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