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LETTERATURA: I MAESTRI: La cavalcata di Salomè

21 Aprile 2011

di Giorgio Vigolo
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 14 febbraio 1969]

Molto prima che con l’opera di Richard Strauss Salomè di ­ventasse uno dei prototipi del ­la drammaturgia musicale del Novecento, prima ancora del ­la tragedia di Oscar Wilde, del racconto di Flaubert, del quadro di Moreau, del poema di Mallarmé o della morali ­tà legendaire di Laforgue, era stato Heine nel 1841 a riportare alla ribalta il perso ­naggio di Erodiade nel suo poemetto « Atta Troll, sogno d’una notte d’estate ».

Questo poemetto, Heine stesso lo ha definito l’ultimo, libero Wald-lied romantico e insieme il canto del cigno del Romanticismo; al quale cigno Heine sembra qui veramente tirare il collo con la sua bef ­farda ironia. Vi si può vedere tuttavia in atto il profondo conflitto di attrazione e re ­pulsione che il poeta del Buch der Lieder prova ver ­so il mondo tedesco, di cui il Romanticismo è l’espres ­sione più tipica. Il vecchio mondo tedesco, carico di tra ­dizioni e di leggende è rap ­presentato nel personaggio principale del poemetto che è un orso, l’orso chiamato Atta Troll (« Papà Coboldo » si potrebbe tradurre), che balla sulle piazze, simbolo degradato del poeta, come nella lirica di Hölderlin Dichterberuj che Heine non crediamo potesse conoscere; ma il vecchio orso rappre ­senta insieme il mondo fi ­listeo della Germania, contro il quale Heine scaglia le sue sarcastiche, velenose freccia ­te. Il poemetto è anzi cine ­getico, è una caccia, la cac ­cia di Heine stesso contro l’orso tedesco; ma nel più vivo della sua stessa pole ­mica, il romanticismo lo af ­fascina di nuovo, lo conqui ­sta; la caccia all’orso Atta Troll diviene visionaria e con grandioso respiro ultraromantico evoca una delle più ori ­ginarie leggende germaniche, quella della wilde lagd, del ­la Caccia Selvaggia, sorta di grande sabba o di satur ­nale fantastico che già il più oscuro mito tedesco precristia ­no aveva immaginato con qualche cosa di tenebroso e di demoniaco. In esso la not ­te è signora assoluta, come nelle parole con cui già Ta ­cito vi alludeva nella sua « Germania »: Nox ducere diem videtur.

Heine immagina dunque co ­desta tenebrosa notte germa ­nica traversata dalla Caccia Selvaggia, tutta ribollente di fermenti rivoltosi contro il do ­minio di Cristo sul Paganesimo. Con motivi poi larga ­mente ripresi e imitati dal Carducci, egli convoglia nella sterminata processione di per ­sonaggi che seguono la cac ­cia, le antiche dee che tra le macerie dei templi spezzati fuggono dalla nuova aborrita signoria. Anzitutto Diana, nel paese latino, poi la tedesca tata Abunda delle selve nor ­diche. Ma ad un certo punto della favolosa rapsodia not ­turna, l’impulso di una anti ­tesi semitica da opporre so ­vranamente alla stessa greci ­tà porta il poeta a mettere nella Caccia Selvaggia anche la figura di Salomè; « Ma tu, Erodiade, dove sei? Ahimè, lo so ben io. Tu sei morta e giaci sepolta presso la città di Jeruscholayim ».

Ed eccoci al momento in cui Heine sveglia Salomè dal suo sonno tombale e, a suo modo la risuscita, le fa segui ­re la fantomatica cavalcata notturna della wilde Jagd, in ­sieme con Diana, con Abunda e gli altri pagani compa ­gni della Caccia « che abor ­rono la croce e il dolore ».

« Ah, â— esclama allora il poeta, â— potessi anch’io se ­guire la caccia tra le foreste, cavalcando sempre accanto a te, Herodias! ». E qui l’incro ­cio di motivi, la contamina ­zione, mi pare raggiungere la sua acme, anche contro la Grecia, anche contro la stessa mitologia nordica, per cele ­brare una apoteosi di Salomè, regina della notte. « Poi ­ché io ti amo follemente. Più di quella dea dei Greci, più di quella fata del Nord io amo te, ‘ du tote Iüdin ‘ ».

*

 

La tote Iüdin, la bella ebrea morta, si cristallizza perciò all’apice romantico – notturno della esaltazione heiniana. Ed essa anzi eccita ancora di più nel poeta la polemica reli ­giosa, la vena blasfema e inau ­dita. Salomè esce dalla sua tomba, cavalca un cavallo bianco, un moro di qua e uno di là le reggono la briglia d’oro e lei porta in mano il capo mozzo, giuocandoci fan ­ciullescamente, novella Nausicaa, come con una palla che tira per aria, aspettando che ricada sul bacile d’argento. « Amami â— le dice il poeta â— e sii la mia amante! Sca ­glia via la insanguinata testa di quel babbeo insieme al suo bacile e assapora piatti più gustosi ». E quindi, abbando ­nandosi sempre più all’ironia e al sarcasmo, si offre alla notturna risorta Erodiade co ­me « cavalier servente ».

Va qui però osservato che l’assunzione di Salomè, no ­nostante tutta la forte carica semitica di Heine, viene fatta nel più tipico mito germani ­co; la figliastra di Erode di ­venta una sorta di cavalcante Valchiria, che segue la caccia dell’Eterno Cacciatore, insie ­me alla fata Abunda, a Holda e alle altre Nachtfrauen, alle dominae nocturnae del ­l’oscuro delirare teutonico.

Questa ambivalenza, questa commistione di elementi ario- semitici, se possiamo così esprimerci, si ritrova conti ­nuamente nell’opera di Hei ­ne. Una delle pagine più ti ­piche in questo senso, si può leggere nel bellissimo raccon ­to incompiuto « Il Rabbi di Bacharach », dove è narrato un triste episodio di persecu ­zione medievale. Mentre la bella Sara, die schöne Sara, fugge con lo sposo per sal ­vare la vita dal minacciato ec ­cidio e naviga per il Reno, la sua angoscia si placa, cul ­lata dalle sue onde, dal ritmo dei remi: « Anche l’uomo più addolorato, scrive Heine, si acqueta per incanto, sulle ca ­re, limpide acque del Reno. Veramente, il vecchio padre Reno, di buon cuore come è, (gutherzig) non può soffrire che i suoi figli piangano â— la frase è detta senza alcuna iro ­nia â—; egli li consola e nar ­ra loro le sue più belle fa ­vole, promette i tesori più splendenti e forse perfino l’an ­tichissimo tesoro sommerso dei Nibelunghi ».

*

 

Nessuno mi leva dalla te ­sta che Richard Wagner, gran ­de lettore di Heine, â— come aveva preso da Heine il sog ­getto dell’« Olandese Volan ­te » e del Tannhauser â— ab ­bia avuto da questo passo la prima scintilla di ispirazione per il suo Rheingold.

Ma la fantasmagoria del Reno dinanzi alla bella Sara fuggente, non termina qui: dopo le leggende dell’Edda e dei Nibelunghi, Heine fa par ­lare al Reno il linguaggio del ­la Bibbia e delle leggende ebraiche della Haggadà. « Pareva a Sara che il Reno mormorasse le melodie della Haggadà (murmelte die Melodie der Agade) ». La Haggadà è la maggiore tradizione delle leggende ebraiche, è la sorgente del mito popolare ebraico. Quindi il Reno che mormora le melodie della Haggadà è un’immagine assai significativa. Non solo: ma ecco che dal Reno la bella Sara vede sorgere le figure più note della Haggadà, in grandezza naturale: il patriarca Abram che abbatte gli idoli, il Mizrì che oppone una spaventevole resistenza al furente Mosè; il Monte Sinai che manda lampi e fiamme; il re Faraone che nuota nel Mar Rosso, tenendo stretta coi denti la sua corona d’oro.

Come si vede, Reno e Mar Rosso hanno qui mescolato le loro acque. E la visione della schöne Sara continua ancora di meraviglia in meraviglia mescolando sempre motivo germanico e motivo biblico finché il cielo notturno si snebbia, si squarcia il sipario delle nuvole e sul Reno appare in alto Gerusalemme, la città santa, con le sue torri le sue porte. Risplende il tempio in una gloria d’oro.

La commistione di motivi di cui già abbiamo parlato ha qui uno dei suoi esempi più illustrativi col tempio d’oro e le torri di Gerusalemme che si incastellano sulle onde del Reno e â— squarciate le nebbie, fugate le nuvole, come nel finale dell’Oro del Reno, dai colpi di martello del dio Donner, â— splende nell’azzurro come un Walhall.

Come ultimo esempio â— del resto â— di quanto nel conflitto della sua anima, o meglio delle due sue anime, Heine fosse legato alla Ger ­mania, anzi a quella che chia ­mava la patria tedesca, giova rileggere le pagine del suo scritto commemorativo per lo scrittore Ludwig Börne, con cui aveva avuto scontri di idee sulla poesia, il Romanti ­cismo e la politica o la politische Tendenz-Poesie, come allora si chiamava la poesia engagée. In queste pagine per Börne, Heine rivela tutta la sua sofferenza di stare in esi ­lio a Parigi, tutta la sua no ­stalgia della Germania, del sa ­cro suolo della patria tedesca, tutta nera di querce e di idee, fino ad invidiare i carcerati politici in Germania. « Beati quelli che marciscono in pace nelle carceri della patria! â— scrive di loro â— perché quel ­le carceri sono pure una pa ­tria, sia pure con sbarre di ferro, ma l’aria che vi soffia attraverso, è aria tedesca, e il carceriere, se non è proprio muto del tutto, parla tedesco. Oggi sono più di sei mesi che nessun suono tedesco giunge al mio orecchio e tutto ciò che immagino e sogno si ri ­veste faticosamente delle for ­me di una lingua straniera. Voi vi siete bene formato un concetto dell’esilio materiale, ma l’esilio dell’anima se lo può immaginare soltanto un poeta tedesco, quando si tro ­va costretto a parlare e a scrivere in francese tutto il giorno, e anche a sospirare in francese di notte sul cuore della donna amata ».

Più Heine di così non si può immaginarselo, anche se la donna amata fosse la sua leggendaria Herodias, alla qua ­le diceva: « Amami e sii la mia amante ».


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: I MAESTRI: La cavalcata di Salomè — 23 Aprile 2011 @ 18:24

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