Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: La città irreale

10 Settembre 2011

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 17 settembre 1970]

Ancora estate a Roma, e afa; le ore del crepuscolo, nelle vie fra piazza di Spa ¬≠gna e il Corso, sono dedica ¬≠te agli acquisti e al passeg ¬≠gio, secondo una tradizione che dicono secolare. Ma ci fu mai tanta ressa? Questa, nel ¬≠la bassura della citt√†, √® una ressa: un fluire vischioso, un sostare, un agitarsi nel tor ¬≠pore. Non saprei, se guardas ¬≠si lo spettacolo dall’alto, a quale affaccendarsi di insetti paragonare la folla; non alle formiche, non alle api bramo ¬≠se. In alto, a causa della stret ¬≠tezza delle vie, il cielo √® qua ¬≠si abolito, e lo si intuisce, lo si sente √Ę‚ÄĒ pi√Ļ che non lo si veda √Ę‚ÄĒ di una serenit√† biancastra. Si suda. Non si notano pi√Ļ, non ci attraggo ¬≠no pi√Ļ i grandi portali ba ¬≠rocchi. Il traffico delle automobili √® vinto. Un afrore sale dai selciati, lo sterco dei ca ¬≠valli: ed √® una sensazione concreta, fin troppo, a resti ¬≠tuirci il passato nella Roma del Centenario. Debbono es ¬≠sere sopravvissute, a Roma, una ventina di carrozzelle.

 

*

 

Per il resto, vorrei affer ¬≠mare se non certificare che l’altra sensazione, quella emergente, √® l’irrealt√†. Certo, lo spettacolo non va veduto n√© ipotizzato dall’alto: biso ¬≠gna procedere nella ressa, se ¬≠condarla, fermarsi: isolarsi sul gradino di un bar, per esempio, o farsi tagliare i capelli avendo chiesto al bar ¬≠biere di orientare la sedia gi ¬≠revole verso la strada. Apri ¬≠te bene gli occhi; poi ripren ¬≠dete il cammino, mischiatevi ai passeggiatori, ascoltate, non badate agli urtoni, mettetevi in fila per dissetarvi alla fon ¬≠tanella di via della Vite, com ¬≠prate un giornale della sera, non curatevi dei mendicanti o delle fioraie; siate sempre soli.

Forse scoprirete l’irrealt√†, variopinta e volgare. Questa, il cuore di Roma, √® Roma? Possibile che non esistano pi√Ļ vecchi? Che ci si esalti alle vetrine dove si espongono co ¬≠smetici o giacche di renna? Che i preti siano camuffati da meccanici in blusotto gri ¬≠gio? Che tutti i passeggiatori siano abbronzati come nei pomeriggi delle citt√† balnea ¬≠ri? Ma Roma effettivamente √® una citt√† balneare e le sue spiagge infette rimangono fre ¬≠quentatissime al sorgere dell’autunno. Si va spesso al ma ¬≠re su motociclette potenti e lucenti, per lo pi√Ļ giappone ¬≠si; quindi si corre fin qui, i mostri di metallo stanno inerti sui cavalletti, i ragazzi li vegliano in gruppi. Ve ¬≠stono uniformi: le loro cami ¬≠cie sono sbottonate dalla cin ¬≠tura in su, i calzoni sono di velluto nero, svasati; i capel ¬≠li, lunghissimi sul collo, co ¬≠prono met√† delle fronti con bande lisce e scure. Non ci sono pi√Ļ ¬ę riccetti ¬Ľ a Roma, citt√† che abbondava di gio ¬≠vani dalle chiome crespe, or ¬≠gogliosi delle loro onde.

Oltre ai centauri in riposo, √® ovvio, la fauna maschile offre altri campioni, ormai consue ¬≠ti: gli hippies stranieri e quel ¬≠li locali, che sono finti hip ¬≠pies. Infine ci sono turisti, maschi e femmine; e un buon numero di giapponesi, meno contegnosi di un tempo; e qualche famiglia senza carat ¬≠terizzazioni, e perfino qual ¬≠che compratore serio (di scar ¬≠pe, di spazzolini da denti), e a coppie, molto rari, poli ¬≠ziotti di alta statura e in alta tenuta, con sciabola, berretto a visiera, volti cancellati, ca ¬≠pelli rasi. Per√≤ gli occhi che cercano l’irrealt√† √Ę‚ÄĒ non disgiunta dalla piacevolezza epidermica √Ę‚ÄĒ trovano soprattut ¬≠to le donne, le ragazze roma ¬≠ne. Nel brulichio del quadri ¬≠latero sono la maggioranza schiacciante; se qualche fili ¬≠forme compagno le segue o le guida, il suo destino √® di annullarsi allo sguardo.

Quante donne. Non ho udi ¬≠to mai, nei loro cicalecci colti lungo il cammino, un discor ¬≠so compiuto; parlano per esclamazioni, o per elisioni. E cosa importa ci√≤ che potreb ¬≠bero dire? Non conta se non il modo col quale appaiono, l’illimitata ma prevedibile va ¬≠riet√† degli abbigliamenti e atteggiamenti. I corpi sono an ¬≠cora pi√Ļ bruniti dei toraci maschili: la tintarella, una parvenza, √® la norma, addirittura la fede. Le chiome sono parrucche. Le gonne so ¬≠no mini o micro oppure maxi o midi; ma in questi ultimi casi i lunghi spacchi orienta ¬≠li denudano la gamba nel passo, le gambe non esili, co ¬≠lor di rame. Meno numerosi i pantaloni. Le bluse sono trasparenti, o si riducono a un bolero o a una striscia che stringa il petto cosicch√© l’addome sia nudo, talora – specie quando si indossano calzoni √Ę‚ÄĒ nudo fin sotto l’ombelico. Altri abiti meno stravaganti sono scollati, in una misura che solo un anno fa avrebbe generato imba ¬≠razzo.

Questa non √® Roma √Ę‚ÄĒ mi dico a torto √Ę‚ÄĒ ma il passeggio serale di Rimini: ogni abito, ogni tunichetta, ogni nudit√† serba l’impronta o la nostalgia dell’esasperato bikini. E non ci si volta pi√Ļ; nes ¬≠sun uomo si volta. Qualunque traccia di moralismo √® necessariamente caduta; semmai una malinconia √® superstite nel cruccio del non capire o del capire a fondo. Le palpe ¬≠bre di queste ragazze (e del ¬≠le donne mature che le imita ¬≠no) sono bistrate al punto che le loro pupille hanno una luce vuota, di vetro.

Ecco: il vuoto. Mi trovo a Roma, vivo a Roma √Ę‚ÄĒ uno sfondo improvviso svela la quinta della Trinit√† dei Mon ¬≠ti, scala del sole √Ę‚ÄĒ e Roma √® cos√¨ astratta che potrei as ¬≠similarla, che so, all’Alessan ¬≠dria di Pierre Louys in Afro ¬≠dite, o alla Pompei di carto ¬≠ne degli antichi film, o alle nozioni mitico-scolastiche che tradiscono Babilonia, o a una falsa Gomorra o alla risaputa Parigi del Direttorio, quando i vestiti delle Merveilleuses liberavano, con un taglio ro ¬≠tondo, l’impeto intero del seno. Questa Roma ha la stes ¬≠sa irrealt√† di quei miti (o di quelle generalizzazioni arbi ¬≠trarie); queste ragazze che incedono con gambe nude fino all’inguine (ma reggen ¬≠do pacchi di carta colorata, compere casalinghe) non so ¬≠no et√®re n√© ribelli. Si adegua ¬≠no; direi che si ammirano o si lasciano vivere senza chie ¬≠dersi nulla, anche perch√©, ol ¬≠tre tutto, non c’√® molto da chiedere. Qualcuno seguita a interpretare la loro impudici ¬≠zia come un impegno di emancipazione. Ma non si tratta piuttosto di una mim√® ¬≠si di fronte (poniamo) alla pubblicit√† lubrica dei deodo ¬≠ranti, cartelli immensi sui muri di Roma? Ed √® autenti ¬≠ca impudicizia? E’ tuttora concesso il fortemente pec ¬≠care?

 

*

 

A questo punto qualche cri ¬≠tico marxista di cieca osser ¬≠vanza (burocrate, gregario dell’armento conformista che non si arrende in Italia) os ¬≠server√†, non si esclude, come il discorso sia ¬ę pseudocultu ¬≠rale ¬Ľ: la cultura, anche per lui, significa distinguere: ma la dialettica, per lui, schiera da un lato il mondo di piazza di Spagna √Ę‚ÄĒ corrotto dalla societ√† dei consumi √Ę‚ÄĒ, dal ¬≠l’altro lato il sano esercito dei lavoratori italiani; e a questi due mondi sovrappone, come un empireo, la felicit√† dell’or ¬≠be socialista, l’URSS,la Co ¬≠rea del Nord e, perch√© no?, la Cecoslovacchia, bench√© di ¬≠sturbata dall’invasione. Non ci si pu√≤ dichiarare d’accor ¬≠do: tutta la societ√† contemporanea, se non l’attanaglia ¬≠no la fame, il terrore o la guerra, √® prona all’edonismo o al miraggio dell’edonismo, veleni. La burocrazia che regge i paesi dell’Est, purch√© la sua legnosa ideologia e i suoi poteri assoluti non ven ¬≠gano discussi, si mostra in ta ¬≠luni √†mbiti sempre pi√Ļ ¬ę per ¬≠missiva ¬Ľ. La lusinga dei pro ¬≠fitti privati, in varie forme, e la tecnocrazia imperano al di qua come al di l√† della barriera, con effetti non dis ¬≠simili. Un socialismo vera ¬≠mente democratico, la speranza, √® forse un’utopia. Praga, lo sappiamo, poteva prelude ¬≠re a un’alba.

Non avrebbe senso parlare, con manicheismo emblemati ¬≠co, del ¬ę mondo corrotto ¬Ľ di piazza di Spagna, dato che ci sia proprio un ¬ę mondo ¬Ľ di piazza di Spagna. L’orrenda piazza Pio XI o la borgata di Acilia, per limitarci alla citt√† del Centenario, pullula ¬≠no di sani lavoratori non me ¬≠no che di microgonne radi ¬≠cali e di sciocche o torbide concupiscenze. Il pi√Ļ triste √® che le ragazze di Acilia e le ragazze di piazza di Spagna, e tutte le ragazze d’Italia e tutta l’Italia soggiacciano a una stessa ¬ęcultura ¬Ľ: l’eman ¬≠cipazione come simulacro, fotoromanzi, il peggio della TV, le canzonette, le confiden ¬≠ze di Gianni Morandi, Anna Moffo, il soprano, nuda sugli schermi in nome dell’Arte. (Personalmente ho pi√Ļ sim ¬≠patia per Anna Fallarino, che fu nuda per le passioni).


Letto 1713 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart