La città irreale

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 17 settembre 1970]

Ancora estate a Roma, e afa; le ore del crepuscolo, nelle vie fra piazza di Spa ­gna e il Corso, sono dedica ­te agli acquisti e al passeg ­gio, secondo una tradizione che dicono secolare. Ma ci fu mai tanta ressa? Questa, nel ­la bassura della città, è una ressa: un fluire vischioso, un sostare, un agitarsi nel tor ­pore. Non saprei, se guardas ­si lo spettacolo dall’alto, a quale affaccendarsi di insetti paragonare la folla; non alle formiche, non alle api bramo ­se. In alto, a causa della stret ­tezza delle vie, il cielo è qua ­si abolito, e lo si intuisce, lo si sente â— più che non lo si veda â— di una serenità biancastra. Si suda. Non si notano più, non ci attraggo ­no più i grandi portali ba ­rocchi. Il traffico delle automobili è vinto. Un afrore sale dai selciati, lo sterco dei ca ­valli: ed è una sensazione concreta, fin troppo, a resti ­tuirci il passato nella Roma del Centenario. Debbono es ­sere sopravvissute, a Roma, una ventina di carrozzelle.

*

Per il resto, vorrei affer ­mare se non certificare che l’altra sensazione, quella emergente, è l’irrealtà. Certo, lo spettacolo non va veduto né ipotizzato dall’alto: biso ­gna procedere nella ressa, se ­condarla, fermarsi: isolarsi sul gradino di un bar, per esempio, o farsi tagliare i capelli avendo chiesto al bar ­biere di orientare la sedia gi ­revole verso la strada. Apri ­te bene gli occhi; poi ripren ­dete il cammino, mischiatevi ai passeggiatori, ascoltate, non badate agli urtoni, mettetevi in fila per dissetarvi alla fon ­tanella di via della Vite, com ­prate un giornale della sera, non curatevi dei mendicanti o delle fioraie; siate sempre soli.

Forse scoprirete l’irrealtà, variopinta e volgare. Questa, il cuore di Roma, è Roma? Possibile che non esistano più vecchi? Che ci si esalti alle vetrine dove si espongono co ­smetici o giacche di renna? Che i preti siano camuffati da meccanici in blusotto gri ­gio? Che tutti i passeggiatori siano abbronzati come nei pomeriggi delle città balnea ­ri? Ma Roma effettivamente è una città balneare e le sue spiagge infette rimangono fre ­quentatissime al sorgere dell’autunno. Si va spesso al ma ­re su motociclette potenti e lucenti, per lo più giappone ­si; quindi si corre fin qui, i mostri di metallo stanno inerti sui cavalletti, i ragazzi li vegliano in gruppi. Ve ­stono uniformi: le loro cami ­cie sono sbottonate dalla cin ­tura in su, i calzoni sono di velluto nero, svasati; i capel ­li, lunghissimi sul collo, co ­prono metà delle fronti con bande lisce e scure. Non ci sono più « riccetti » a Roma, città che abbondava di gio ­vani dalle chiome crespe, or ­gogliosi delle loro onde.

Oltre ai centauri in riposo, è ovvio, la fauna maschile offre altri campioni, ormai consue ­ti: gli hippies stranieri e quel ­li locali, che sono finti hip ­pies. Infine ci sono turisti, maschi e femmine; e un buon numero di giapponesi, meno contegnosi di un tempo; e qualche famiglia senza carat ­terizzazioni, e perfino qual ­che compratore serio (di scar ­pe, di spazzolini da denti), e a coppie, molto rari, poli ­ziotti di alta statura e in alta tenuta, con sciabola, berretto a visiera, volti cancellati, ca ­pelli rasi. Però gli occhi che cercano l’irrealtà â— non disgiunta dalla piacevolezza epidermica â— trovano soprattut ­to le donne, le ragazze roma ­ne. Nel brulichio del quadri ­latero sono la maggioranza schiacciante; se qualche fili ­forme compagno le segue o le guida, il suo destino è di annullarsi allo sguardo.

Quante donne. Non ho udi ­to mai, nei loro cicalecci colti lungo il cammino, un discor ­so compiuto; parlano per esclamazioni, o per elisioni. E cosa importa ciò che potreb ­bero dire? Non conta se non il modo col quale appaiono, l’illimitata ma prevedibile va ­rietà degli abbigliamenti e atteggiamenti. I corpi sono an ­cora più bruniti dei toraci maschili: la tintarella, una parvenza, è la norma, addirittura la fede. Le chiome sono parrucche. Le gonne so ­no mini o micro oppure maxi o midi; ma in questi ultimi casi i lunghi spacchi orienta ­li denudano la gamba nel passo, le gambe non esili, co ­lor di rame. Meno numerosi i pantaloni. Le bluse sono trasparenti, o si riducono a un bolero o a una striscia che stringa il petto cosicché l’addome sia nudo, talora – specie quando si indossano calzoni â— nudo fin sotto l’ombelico. Altri abiti meno stravaganti sono scollati, in una misura che solo un anno fa avrebbe generato imba ­razzo.

Questa non è Roma â— mi dico a torto â— ma il passeggio serale di Rimini: ogni abito, ogni tunichetta, ogni nudità serba l’impronta o la nostalgia dell’esasperato bikini. E non ci si volta più; nes ­sun uomo si volta. Qualunque traccia di moralismo è necessariamente caduta; semmai una malinconia è superstite nel cruccio del non capire o del capire a fondo. Le palpe ­bre di queste ragazze (e del ­le donne mature che le imita ­no) sono bistrate al punto che le loro pupille hanno una luce vuota, di vetro.

Ecco: il vuoto. Mi trovo a Roma, vivo a Roma â— uno sfondo improvviso svela la quinta della Trinità dei Mon ­ti, scala del sole â— e Roma è così astratta che potrei as ­similarla, che so, all’Alessan ­dria di Pierre Louys in Afro ­dite, o alla Pompei di carto ­ne degli antichi film, o alle nozioni mitico-scolastiche che tradiscono Babilonia, o a una falsa Gomorra o alla risaputa Parigi del Direttorio, quando i vestiti delle Merveilleuses liberavano, con un taglio ro ­tondo, l’impeto intero del seno. Questa Roma ha la stes ­sa irrealtà di quei miti (o di quelle generalizzazioni arbi ­trarie); queste ragazze che incedono con gambe nude fino all’inguine (ma reggen ­do pacchi di carta colorata, compere casalinghe) non so ­no etère né ribelli. Si adegua ­no; direi che si ammirano o si lasciano vivere senza chie ­dersi nulla, anche perché, ol ­tre tutto, non c’è molto da chiedere. Qualcuno seguita a interpretare la loro impudici ­zia come un impegno di emancipazione. Ma non si tratta piuttosto di una mimè ­si di fronte (poniamo) alla pubblicità lubrica dei deodo ­ranti, cartelli immensi sui muri di Roma? Ed è autenti ­ca impudicizia? E’ tuttora concesso il fortemente pec ­care?

*

A questo punto qualche cri ­tico marxista di cieca osser ­vanza (burocrate, gregario dell’armento conformista che non si arrende in Italia) os ­serverà, non si esclude, come il discorso sia « pseudocultu ­rale »: la cultura, anche per lui, significa distinguere: ma la dialettica, per lui, schiera da un lato il mondo di piazza di Spagna â— corrotto dalla società dei consumi â—, dal ­l’altro lato il sano esercito dei lavoratori italiani; e a questi due mondi sovrappone, come un empireo, la felicità dell’or ­be socialista, l’URSS,la Co ­rea del Nord e, perché no?, la Cecoslovacchia, benché di ­sturbata dall’invasione. Non ci si può dichiarare d’accor ­do: tutta la società contemporanea, se non l’attanaglia ­no la fame, il terrore o la guerra, è prona all’edonismo o al miraggio dell’edonismo, veleni. La burocrazia che regge i paesi dell’Est, purché la sua legnosa ideologia e i suoi poteri assoluti non ven ­gano discussi, si mostra in ta ­luni àmbiti sempre più « per ­missiva ». La lusinga dei pro ­fitti privati, in varie forme, e la tecnocrazia imperano al di qua come al di là della barriera, con effetti non dis ­simili. Un socialismo vera ­mente democratico, la speranza, è forse un’utopia. Praga, lo sappiamo, poteva prelude ­re a un’alba.

Non avrebbe senso parlare, con manicheismo emblemati ­co, del « mondo corrotto » di piazza di Spagna, dato che ci sia proprio un « mondo » di piazza di Spagna. L’orrenda piazza Pio XI o la borgata di Acilia, per limitarci alla città del Centenario, pullula ­no di sani lavoratori non me ­no che di microgonne radi ­cali e di sciocche o torbide concupiscenze. Il più triste è che le ragazze di Acilia e le ragazze di piazza di Spagna, e tutte le ragazze d’Italia e tutta l’Italia soggiacciano a una stessa «cultura »: l’eman ­cipazione come simulacro, fotoromanzi, il peggio della TV, le canzonette, le confiden ­ze di Gianni Morandi, Anna Moffo, il soprano, nuda sugli schermi in nome dell’Arte. (Personalmente ho più sim ­patia per Anna Fallarino, che fu nuda per le passioni).

Visto 7 volte, 1 visite odierne.