di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]
Due anni fa Henri Clouard aveva tentato il primo grande ritratto moderno di Dumas padre, vale a dire una rivaluta zione: oggi il Maurois riprende lo stesso motivo allargan done la portata e cercando di centrare il tema sulla natura dei Dumas attraverso la storia della dinastia (André Mau rois, Les trois Dumas, Paris, Hachette).
La prima osservazione da fare è questa: Dumas ha bi sogno di una rivalutazione? Non è stato da molto tempo fissato il suo valore o, meglio ancora, una interminabile famiglia di lettori (una famiglia che nessuno scrittore ha mai avuto) non sta a testimoniare la qualità particolare dell’opera, non dice la funzione vitale di questo tipo di let teratura? Dumas è fuori della polemica e quando il Mau rois vi accenna con la sua discrezione si sente che combatte una battaglia inutile.
Non serve opporre Dumas alla letteratura dei letterati, alla parte più alta delle esercitazioni di un Flaubert o dello stesso Hugo, Dumas è una ragione della natura e come tale va considerato. Del resto, lo stesso Maurois allargando il discorso prima sul generale Dumas e poi su Dumas figlio (Dumafice, come firmava a volte lui stesso) vuole illustrare una particolare famiglia, quasi un tipo eccezionale di uma nità, al di fuori delle regole e molto lontano dalle nostre abitudini, quasi incomprensibile in un’economia ridotta e calcolata come è la nostra. In tal modo più che una piace vole indagine di carattere letterario, il libro â— fondato su molto materiale inedito e nuovo â— diventa la storia di tre figure che trovano nel destino del sangue un punto di collegamento, la loro unità. Anche il terzo Dumas, nonostante la stanchezza, un maggior senso delle proporzioni, un più vigile controllo critico ci appare sempre in quella luce d’eccezione, nel quadro della famiglia che ha trovato nella parte del « sangue negro » il segno di una vitalità incredibile, una forza senza eguale.
Anzi è proprio nel terzo esemplare della famiglia che possiamo riscontrare il segno di tale forza prepotente, nono stante gli errori di gusto, nonostante un’opera che ha cono sciuto a suo tempo un successo enorme e oggi appare com pletamente insostenibile, un’opera condizionata esclusiva mente dal tempo. Dumas figlio sopporta con accenti patetici gli ultimi scatti, le frazioni finali di quella forza, di quella grandezza nel lavoro, nell’immaginazione e nella fantasia; è un po’ l’albero folgorato di una foresta vergine che al tempo favoloso di Alessandro il Grande sembrava appar tenere a un’età primitiva. Con Dumas figlio si ritorna â— è vero â— a un dominio più umano, le cose riprendono il loro aspetto, la loro funzione, siamo fuori del favoloso, da quella grazia particolare del padre, per cui la realtà stessa diven tava attraverso la sua parola occasione di fantasia.
Tante volte si è detto che il capolavoro di Dumas è la sua vita e la storia che ne fa Maurois a partire dal gene rale, dall’uomo di colore, secondo la definizione, di Napo leone, fino ad arrivare all’autore della Dame aux Camélias, è una specie di leggenda, un film appassionante che fac ciamo a meno di collocare nel tempo, in una storia che pure è ancora così rintracciabile per noi. Dumas padre è assolto in una specie di leggenda (al disopra dei suoi trecento vo lumi, al di là dei cinquecento figli seminati qua e là, al meno a stare alle sue vanterie), e questo nonostante la sua notevole capacità di interpretare la realtà, nonostante la penetrazione del suo sguardo, di quella specie di divina zione che lo ha fatto prezioso testimonio della vita del Mez zogiorno di Italia e profeta della forza prussiana. Dumas aveva una straordinaria facoltà di passare dal campo della realtà più cruda, alla fantasia, all’invenzione e non perdeva tale privilegio neppure nel giuoco della vita quotidiana, nei rapporti con gli altri, in quel tanto di economia morale a cui era costretto: no, non serve cercare di capire una na tura del genere col nostro metro, così come non sarebbe possibile cercare di capire il segreto della sua letteratura, di una letteratura industriale, organizzata con i suoi « ne gri », con gli schiavi e fatta per soddisfare le voglie di un pubblico grosso, esigente e senza volto. Non ci aiuta dav vero la nostra storia di lettori a spiegare il colpo di grazia con cui trasformava la materia inerte fornita dai vari Maquet (ma c’era anche un Nerval…), bisogna trasferire di nuovo tutto sulla cifra della sua vita, su quel tanto di imlpulso irresistibile che lo portava ad animare il fango, a creare, a soffiare nelle cose il movimento stesso della vita. Qui sta il suo segreto e qui la spiegazione del suo straordinario successo: Dumas padre non è morto; ha conservato i suoi lettori, quello che è caduto è la parte esterna, pitto resca della cronaca, il rumore della sua fortuna sospetta, l’altalena delle virtù e dei difetti dell’uomo. Con Dumas figlio la scena cambia quasi totalmente: con la cronaca è morta gran parte, se non tutta, la sua opera. Era stato facile profeta Leon Daudet nel 1924 col dire: « Si può pre vedere che fra vent’anni quando ci sarà passata sopra una generazione e una nuova guerra franco-prussiana, non re sterà assolutamente nulla del teatro, deplorevole e vuoto, di Dumas figlio… ». Restano le buone intenzioni, resta la nobiltà delle idee che lo portava a vedere le opere come vere e proprie battaglie, resta la misura dell’impegno mo rale ma proprio perché il teatro di Dumas figlio era fatto soltanto dei pregiudizi, dei luoghi comuni, dei vizi del tem po non sono rimasti che i cartoni, la polvere delle scene, l’eco spenta di quelle passioni gonfiate fino all’irrealtà. Caso mai, bisogna cercare altrove il segno di un riscatto, il segno della vera nobiltà dello scrittore: nella profonda scontentezza degli ultimi anni di fronte ai primi segni della rovina del suo mondo, di fronte alle prime crepe della sua boriosa costruzione. Anche Dumas padre verso la fine era aggredito dagli stessi dubbi e si affannava a rileggere i Tre moschettieri per trovare una riprova, un briciolo di cer tezza: a volte chiedeva fra le lacrime al figlio una parola di consolazione, ecco dove quella figura mitica tornava nella storia degli uomini. Dumas figlio ha avuto più tempo nella sua vita ordinata e colma di soddisfazioni, di onori e ric chezze ha avuto modo di pensare di più alle stesse cose; proprio perché era soccorso da un maggior senso critico, lo sgomento che lo coglieva di fronte alla vita che si trasfor mava, di fronte al nuovo teatro dei Becque e degli Ibsen raggiungeva toni indimenticabili: l’immagine di Dumas figlio che si piega sulla morte delle cose e delle idee mentre stringeva in pugno uno scettro è una delle immagini indi menticabili dell’Ottocento e serve a riscattare molte cose, tanti errori, certe colpe. « La terre va vite » è una delle sue ultime parole ma è una parola che non cadrà come le altre.
« Morì com’era vissuto, senza accorgersene » disse Du mas figlio del padre e nella frase c’è anche la storia della sua vita; Dumas figlio sin da ragazzo cercò di controllare la vita, ne provò il dolore, la pena, spesso la vergogna e la sua opera riflette il peso di questa condanna, ne è l’imma gine passiva, chiusa e bloccata nella polemica. Dumas pa dre, proprio perché non se ne accorgeva, era in grado di trasformare tutto in vita, poteva « rifare » una grazia che pochi hanno avuto e nessuno come lui ha praticato fino all’abuso, sfiorando l’insolenza ma con una forza che lo metteva sempre al di là delle ragioni dell’uomo comune, fuori della nostra piccola economia. Il torto del figlio è di aver voluto guardare dentro quella forza, di aver voluto imporre una coscienza a una materia che la rifiuta.
Anche lui avrebbe fatto meglio ad accettare, a prendere, a creare, lasciando da parte le discussioni e le polemiche, la strada della dinastia era soltanto quella dell’azione.
20 aprile 1957.