di Giorgio Manganelli
[da “Quindici”, numero 9, 15 marzo – 15 aprile 1968]
Sul numero 7-8 di Nuovi Argomenti Alberto Moravia pubblica una decina di pagine, «Illeggibilità e potere »: note e considerazioni critiche che prendono le mosse da una propo sizione che mi accadde di scrivere, alcuni mesi or sono, a chiusa di una recensione. Dio sa quanto io’abbia cara la figura istituzionale del commentatore: e questo quinterno di note, che il noto romanziere ha appeso a quelle righe, dovrebbe costituire un evento illustre ed eccitante.
Vi sono tuttavia alcune limitazioni: il Mo ravia non nomina mai « il critico » cui si rife riscono le sue note, non cita la recensione, e neppure quelle tre righe che hanno ispirato la sua meditata polemica. Non disapprovo la sua discrezione. Infatti, scorrendo i primi para grafi del saggio, ho sperimentato la frustrante, deprimente sensazione che tocca in sorte a chi racconti una socievole storiella, e la veda accolta, seriosamente, come un abbozzo di Weltanschauung, o una analisi concettuale.
Scrive il Moravia: « Tempo fa un critico ha incitato un romanziere, nella conclusione di una sua recensione, a scrivere libri illeggi bili. Questo invito ci ha sorpreso e ancor più fatto riflettere ». Ecco, non è davvero il genere di sorpresa e di pensosità che « il critico » si lusingava di provocare. Quelle tre righe (« Resta da chiedersi perché scrittori di fan tasia in qualche modo inconsueta si impegnino a scrivere libri di svelta e fortunata lettura, quando, con qualche fatica aggiuntiva, potreb bero scriverne di illeggibili ») concludevano la recensione di un libro, « Scacco alla Regina », che mi pareva, e mi pare, costosamente cheap; ovviamente, « l’invito » aveva senso in quel contesto, e in quel tono, che non sarà qui il caso di spiegare, anche perché le battute non si spiegano. Ma il Moravia continua: « perché si scrivono libri illeggibili? Il critico non è stato chiaro su questo punto… Ed è un vero peccato perché se avesse fornito delle ragioni inoppugnabili, ci avrebbe risparmiato la scrit tura di queste note ». Certo, se invece di rac contare una storiella salace, il professore avesse scritto un trattato di estetica, poteva dirne di cose; ma, per mimare la prosa del Moravia, « tant’è ».
Tant’è: facciamo conto che quel discorso fosse concettoso, articolato, serio e serioso: e diamo un’occhiata a questi pensosi pensieri moraviani. Superata la sorpresa, e messosi a meditare, il Moravia fa certe osservazioni, ed elabora alcune conclusioni. Ammette che « l’illeggibilità reale, oggettiva, letterale, è per seguitata con ostinazione da tutta una corrente della letteratura moderna ». Donde la doman da: « perché si scrivono libri illeggibili? ». Intanto, distinguiamo: ci sono libri illeggibili per sempre, ed altri destinati a restare tali solo per qualche tempo; ovviamente, « il cri tico » si riferiva ai secondi, che sono, poi, i libri che « possono essere letti soltanto dal critico in questione e da altri del suo gruppo o scuola o corrente ». Un autore può essere « naturalmente e spontaneamente illeggibile » in quanto « “ diverso ” dai suoi lettori even tuali ». Ma, allora, « perché pubblica? ». Ed ecco il nocciolo della pensata: « Ma se spo stiamo il problema della illeggibilità dal piano della comprensione a quello della promozione, vediamo che allora tutto cambia ». Cioè: lo scrittore vuole pubblicare perché sa che, « pur non potendo sperare di essere capito », « que sto gli sarà utile ».
Pubblicare un libro illeggibile significa: a) porsi in una posizione tendenzialmente anti cipatrice, pertanto b) essere moderni, dunque c) conseguire prestigio. « L’illeggibilità è mi nacciosa e lusinghiera »: è uno strumento di potere, come gli ideogrammi cinesi, come il latino dei preti e degli avvocati, che servono a tenere a posto gli inferiori (« le plebi del nostro meridione »). Ma c’è dell’altro: essendo moderna, l’illeggibilità « è garanzia di qualità per le masse … le masse hanno adottato la scala di valori proposta dall’avanguardia … le masse oggi vogliono il testo letterario di qua lità, illeggibile … le masse comprano i libri perché sono illeggibili e le avanguardie hanno trasferito la loro avversione dalle masse agli scrittori leggibili… »; le avanguardie non attaccano più le masse come facevano, invece, i promotori delle avanguardie storiche, « ma quei pochi scrittori che riescono insieme vali di e leggibili ».
L’illeggibilità è per lo più propria degli immaturi; questi immaturi, che confondono « potere » con « potenza », e cioè capacità di creare, produrre, scrivere (confusione che il Moravia è disposto a giudicare « sincera » e « in buona fede ») sono come le donne « che non hanno ancora incontrato l’uomo capace di procurare loro l’orgasmo ». Infatti « gli scrit tori dei testi illeggibili si illudono di espri mersi soltanto perché la loro pseudo espres sione gli procura tutte le soddisfazioni mon dane che essi ritengono debbano spettare a chi si esprime. Purtroppo essi non si rendono conto che, come si dice, manca il meglio; cioè che il loro successo è un piccolo vertice che gira intorno il vuoto ».
Ho voluto citare con qualche ampiezza e alla lettera, per consentire al lettore di gu stare la nervosa prosa critica moraviana, e per non far torto alla finezza dell’invenzione, alla bella estrosità intellettuale: tutte cose che si guastano con un niente. Il Moravia ha esat tamente inteso come nessun problema intel lettuale, nessuna tensione fantastica, nessuna idea del linguaggio e delle sue strutture, nes suna immagine, fors’anche temeraria, della let teratura sia implicita nelle ricerche degli scrit tori che egli classifica « illeggibili »; è tutta questione di immaturità, ansia di « promozio ne », di acerbità nevrotica: non sarà sfuggita la bella similitudine della donna ignara di orgasmo, sebbene a mio avviso il Moravia un poco sopravvaluti l’importanza filosofica e pe dagogica di un buon coito.
Certo al Moravia, uomo schivo, alieno dalle demagogie, non può non dar fastidio il chias so non sempre elegante, i baccanali messi in opera dalle corporazioni degli illeggibili, la lo ro ingorda fruizione del successo; a chi è abi tuato a pochi e antichi lettori, tirature da ama tore, avare collaborazioni a fogli preziosi e rari, non può non ripugnare il conclamato successo « di massa » â— capite, « di massa » â— di questi immaturi congiurati. E poi, con fessiamolo, il successo mondano! Recentemen te, trascorrevo una notte nel vortice di un fa stoso veglione, sorbivo, procedendo su soffici bukhara, liquori dai conturbanti aromi orien tali, mirabili femmine, inguainate in costosi vestiti, sensuali e stupite fremevano su dama scati divani, mentre io passavo, alto, slanciato, distaccato e pallido, con l’occhio mobile, nervo so cogliendo attorno a me oh i proibiti lan guori di Alfredo Giuliani, la malizia acerba di Nanni Balestrini, la sardonica voluttuosità del Sanguineti, la neghittosità orientale del Pagliarani! E’ vero: il racket degli illeggibili detiene ed esercita un duro potere: radio, ci nema, teatro, jets, premi, tutti i premi, liquo ri costosi, tirature planetarie; e intanto, i leg gibili e validi languono, appartati nelle loro soffitte, con mano scarna e tremula vergano le loro storie educative, ed ogni inverno muoio no come le mosche e, non fosse la pietas dei parrocchiani, li seppellirebbero nelle fosse co muni.
Tuttavia, togliendoci di dosso il povero or pello di un’ora di follia, che, come dice il Moravia con icastica immagine, non è che « un piccolo vortice che gira attorno il vuoto », ve diamo se si possa concludere con qualche bella e nobile sentenza, questa disputa tra leg gibili e illeggibili.
Sono ormai generazioni che le due schiere si fronteggiano, si misurano, con varia fortuna si contrastano. Da una parte, la letteratura che il Moravia definisce leggibile e giudica vali da; una letteratura che si suppone, ahimè, non senza ragione, « umanistica », che trae ispira zione « dalla vita », che teorizza la propria affabilità e non di rado s’immagina o si pro pone di dar opera al miglioramento dell’uma nità. Caratteristica minima della letteratura leg gibile in questa interpretazione è la più radi cale, e forse lievemente patologica mancanza di ironia.
D’altro canto, esistono scrittori che non col tivano una programmatica affabilità; non lu singano il lettore, anzi non senza protervia i aspirano a inventarselo da sé: provocarlo, irretirlo, sfuggirgli; ma insieme costringerlo ad i avvertire, o a sospettare, che in quelle pagine 1 oscure, velleitarie, acerbe, in quei libri faticosi, sbagliati, si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita. Il loro lavoro letterario si concentra su di una tematica linguistica e strutturale; domina la coscienza dell’atto artificiale, anche innaturale della letteratura; i e si celebra la fastosa libertà, l’oltraggiosa anarchia dell’invenzione di inedite strutture linguistiche. Discontinue schegge di retorica, i coaguli linguistici inadoperabili per compiti di socievole sopravvivenza, infine, carattere supremamente distintivo, una lingua letteraria improbabile, fitta di citazioni, anche maniacale; una lingua morta. Non è letteratura affettuosa, non accarezza i cani, in genere non svolge compiti missionari. Se il Moravia mi consente di usare un concetto espresso tempo addietro dal suo omonimo, è una letteratura che aspira ad una condizione « estrema ».
Sommessamente, con peritosa discrezione, vorrei additare all’interesse dei lettori questa letteratura scostante, ignara di buona coscienza, pronta a tutte le terroristiche, frigide audacie della retorica. A scriverla, ci voglion scrittori latinisti, o matematici.
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Una risposta a “La letteratura come mafia”
SICILIANITA’
La sicilianità è l’essere ovattati dentro ad un silenzio tanto strano,
dopo essere stati alla sequela di tanti tendendo sempre la mano.
E’ lo stanco protendersi verso orizzonti nuovi ed ambiti
che vengono scoperti,amati e desiderati con occhi sbalorditi.
La sicilianità è un foglio bianco che rimane in lunga attesa,
che la penna sospesa vi scriva finalmente una storia coesa.
E’ lo spasimo di un animo anelante, che cerca nel suo passato
la via, la ragione e l’essenza dell’essere un poco spaesato.
A volte è anche il silenzio cupo, terribile e sconosciuto
di un palpito di vita nuova che non si è mai compiuto.
E’ una rivoluzione iniziata e mai davvero terminata,
che attende per l’epilogo il tocco magico di una fata.
E’ il morbo assurdo ed atavico di una violenza inaudita
che scoppia improvvisamente bruciando anche la vita.
E’ il genio che si eleva sulla mediocrità vile e saccente,
è l’espressione alta e mirabile del geniale parto della mente.
E’ la mafiosità descritta, latente ed a volte misconosciuta
di chi la respira continuamente come se mai l’avesse avuta.
E’ la ricerca continua della propria intima convinzione
che si chiude con la morte prima di aver compiuto l’azione.
E’ il servilismo atavico delle nostre vecchie generazioni
che correvano felici seguendo i vari e colorati gonfaloni.
E’ il rifiuto della storia cancellata dalla propria mente
con lo spirito proteso alla ricerca di chi si è veramente.
E’ l’egoismo e l’orgoglio portato alla massima esagerazione,
ignorando i vati ed i martiri di una nuova e nobile concezione.
E’ il dramma consumato di una storia di emigrazione,
sentendosi partecipi sempre di un’altra nuova nazione.
E’ l’apprendista stregone che agisce sempre indisturbato
finché giunge il mago a dar ordine a ciò che si è turbato.
E’ l’impotenza manifesta di fronte alle vili vessazioni,
illudendosi di cambiare tutto con i vespri ed i forconi.
E’ il non essere la continua, tragica e letale sua malattia
che distrugge ogni pensiero e progetto come una utopia.
E’ lo Stato che non è mai stato se non la disperazione
con l’impossibilità di compiere ogni sua nobile azione.
E’ una autonomia servile dispotica ed arrogante
servita a soddisfare la clientela avida ed anelante.
E’ un feto in formazione nel grembo di una mamma
o lo stoppino consumato dello spegnersi di una fiamma.
Queste sono le vere sensazioni dell’essere siciliano,
con le notevoli varianti che necessitano di una mano.
Soltanto la memoria, che non è una medicina astratta,
può rendere questa terra virtuale una realtà compatta !
Vittorio Banda
Caltanissetta 05.05.2012