di Bartolomeo Di Monaco
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L’amicizia di Attilio #2
Era settembre; per le strade si levava il clamore delle feste della città. La gente pareva essersi dimenticata dei propri drammi.
Corrado pensava invece che ogni vita ha tutte le ragioni per non essere mai neutrale; tuttavia accadeva, anche nella peggiore delle sofferenze, che c’era chi ancora restava spettatore del proprio e dell’altrui dolore.
Una di quelle sere passò con Irene vicino al Luna Park. Dopo essersi fermato sul ciglio della strada a guardare, diede un’occhiata all’amica. Al pronto cenno di lei, prendendola per mano, corse alla prima giostra che gli stava davanti. Vi salirono. Ridevano, e una dolce musica li accompagnava.
Corrado tentava di ripercorrere all’indietro l’esistenza della sua razza, e si aspettava di rivedere da un istante all’altro l’ultimo crocicchio attraversato. Egli credeva, infatti, che nel corso della sua esistenza, l’uomo si fosse trovato più d’una volta davanti ad un quadrivio e, costretto a scegliere, almeno una volta avesse sbagliato strada. Desiderava scoprire il momento in cui aveva compiuto l’errore, poiché era convinto che ad ogni uomo che viene al mondo è concessa la possibilità di rimediare, e lui l’avvertiva in modo del tutto speciale.
La voce di Irene lo distrasse dai suoi pensieri.
«Sulla ruota! Saliamo sulla ruota! » gridò, e Corrado la vide precipitarsi verso la gigantesca ruota che lentamente saliva al cielo.
«Corri, lumacone! » Rideva.
Corrado aveva visto nascere e morire molte amicizie a causa delle idee, e ne aveva ricavato il convincimento che, al di là delle apparenze e delle affermazioni di circostanza, dentro l’uomo ancora si nasconde irritazione e diffidenza nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo, e se qualche volta si era sforzato di contenersi, e a qualche avversario aveva cercato di donare la propria amicizia, sentiva che essa rimbalzava sul compagno e ritornava a lui velata di astio e di risentimento.
Si era sul finire dell’estate. Si avvertivano nella stagione morente i primi segni del cambiamento. Questa straordinaria preparazione al riposo della natura non significava forse che c’era bisogno di un lungo sonno che avvolgesse anche la società civile, e facesse appassire e cadere le foglie di una cultura che aveva prodotto dappertutto guasti scellerati?
Accadeva in quei giorni a Corrado di desiderare di trovarsi altrove, ma non sulla Terra, bensì dentro un’esistenza che sentiva per la prima volta crescere in modo autonomo dentro di sé, e che spingeva lui, adesso, a ricercare in ogni occasione della vita una delle rare probabilità che sapeva sussistere per vederla, questa sua esistenza interiore, finalmente realizzata.
Irene credeva nelle leggende, e soprattutto nelle favole, e non lo aveva mai nascosto a nessuno. Era sicura che in qualche modo, che ancora doveva essere scoperto pienamente, la favola è come un sussurro della realtà, e si ha da chinare l’orecchio per scoprire la parola che batte sull’uscio, e quando la si è intesa per quello che realmente è, ecco che uno spicchio di realtà, o anche tutta intera, si dischiude improvvisamente e diventa leggibile. I fili che la intrecciano si manifestano nella loro semplicità e rendono accessibili all’uomo i meccanismi che regolano la vita. Allora, si può anche migliorarla, la realtà.
Corrado era affascinato da questa teoria, e anche quel giorno, su quella panchina delle Mura stette ad ascoltare la sua compagna in silenzio.
Non si nascondeva, Corrado, che la parola può avere effetti esaltanti dentro l’uomo, e che forse sta più nella parola che nella scienza la chiave magica per riuscire a vivere.
Ma essa, come qualsiasi bene prezioso, deve essere custodita con amore, sorvegliata, assistita, meditata, centellinata, e solo dopo che si è vestita del suo abito migliore può unirsi alle altre parole uscite prima di lei, e tutte insieme disvelare la realtà, quella autentica, che sa plasmarsi allo spirito e suscitare in lui l’appagamento.