La poesia d’occasione

di Manlio Lupinacci
[dal “Corriere della Sera”, martedì 25 agosto 1970]

Forse, anzi certamente, più che la mia penna ci vorrebbe quella di Mosca per svolgere questo tema: ma visto che mi è passato per la mente e che non me ne vengono altri lo af ­fronto, ed ecco qui: si tratta delle poesie d’occasione. E’ una flora che deve essere ormai completamente estinta, se pur non sopravviva in qualche re ­moto borgo del sud coltivata da vecchi notai con il mantello a ruota come nella canzone e da frusti parroci che ancora spaz ­zano la polvere con la lunga sottana talare: deve essere però una coltivazione clandestina, come quella della marijuana su certe terrazze di iniziati e minacciata non dai rigori della legge, ma da quelli del costume mutato, a volte più severi anco ­ra del codice con le loro pene dello scherno, dello sbadiglio impaziente, dell’interruzione in ­fastidita. Sarebbero gli ultimi, esili steli di una pianta che un tempo distribuiva i suoi fiori per tutti i banchetti, tutti i battesimi, e le nozze e i fune ­rali, per le letizie pubbliche e le pubbliche sciagure.

Vecchie cose, che nemmeno la mia generazione ha fatto in tempo a vedere, entrando nella vita durante la prima grande ondata iconoclastica del primo dopoguerra. Per rammentarme ­le ci è voluto infatti un libro di storia: quella biografia di Umberto I scritta da Ugoberto Alfasio Grimaldi, che ho rilet ­ta in questi giorni con gusto, anche se con rari consensi, per la brillante e nutrita rievoca ­zione dell’epoca. Il libro lo ha recensito qui Indro Montanelli e perciò ne parlo solo per lo spunto offertomi con le sue nu ­merose citazioni di poesie d’oc ­casione che proprio al tempo di « Umberto e Margherita » co ­nobbero la loro ultima e più lussureggiante fioritura.

Mi sono ricordato così che quando ero alla biblioteca del Senato del Regno mi toccava spesso schedare una massa di opuscoli, fascicoletti, libriccini dalla copertina floreale strari ­panti sul mio tavolo ogni volta che qualche senatore defunto, o il suo erede imbarazzato da scaffalature incompatibili con i nuovi alloggi, donava tutta la sua biblioteca agli studi e alle meditazioni dei membri della Camera Alta. Con lo stupore dell’appartenente a una genera ­zione che già si scrollava di dos ­so molte gentilezze e che in poesia era passata per il da ­daismo, sfogliavo quelle pagine e vi leggevo puri versi ordinati secondo le regole della metrica più ortodossa, odi, strofe, so ­netti, sonetti con la coda, ado ­peranti locuzioni e termini d’un arcaismo di cui era ormai dif ­ficile capire se era stato anche per i contemporanei una pre ­ziosità oppure un’espressione usuale: ricordo ancora il verbo « addimandarsi » invece del soli ­to « chiamarsi » e una infinità di donzelle e di garzoni, che saranno stati anche leopardia ­ni, ma apparivano curiosi ugual ­mente senza l’autorità di quel sommo.

Ispirazione

Mi stupiva che quelle poesie fossero nate in massima parte dalla penna di chi poeta non era, a celebrazione di avveni ­menti intimamente familiari o di eventi solenni nel cui cla ­more quel sussurro non poteva ignorare di perdersi. Le più nu ­merose erano in occasione di matrimoni e dal numero sche ­dato da me debbo ritenere che nello schedario della biblioteca del Senato un cassetto intero sia occupato dalle schede sotto la parola d’ordine «Nozze »; le seguono quelle sotto la parola d’ordine: «In morte », ma a grande distanza.

La musa d’occasione doveva preferire le occasioni liete, a meno che non avesse ragione lo scetticismo toscano del bi ­bliotecario Corrado Chelazzi (o l’istinto ancor più toscano del risparmio) che in quei sonetti offerti per le nozze vedeva la segreta e conveniente alleanza fra l’uzzolo poetico e l’economia di un regalo costoso; d’altra parte, presentarsi a una fami ­glia in lagrime con un sonetto in mano… I versi « in morte » sono infatti dedicati per lo più a defunti illustri, la cui fami ­glia è inavvicinabile per l’au ­tore: stampati in prima visione, sul giornaletto locale, poi ripro ­dotti in esili pubblicazioni del ­le quali una copia peritosa sa ­rà stata mandata a Casa Rea ­le o al palazzo patrizio o mini ­steriale da dove è uscito l’estin ­to. Badate però: escludo ferma ­mente il dubbio che all’autore del commosso epicedio balenas ­se la speranza di una croce di cavaliere o il calcolo di un ag ­gancio per una futura racco ­mandazione. Il mirabile di queste effusioni in versi è proprio nella loro totale gratuità.

E più ancora nel mistero del ­la loro ispirazione e della deci ­sione di abbandonarvisi. Come poteva uno che non faceva il poeta, ma l’impiegato, il pro ­fessionista, il commerciante, annunciare a un tratto in fa ­miglia: non mi disturbate: debbo scrivere una poesia per la morte di Vittorio Emanue ­le II, o per le nozze della figlia dell’amico fraterno? La fami ­glia che diceva, come accoglie ­va questa improvvisa trasfigu ­razione del capo di casa? Scor ­geva nei suoi occhi una luce arcana che incuteva rispetto? O entrava in stato di angoscia nella previsione di un periodo di nervi per la lotta con l’estro o nel timore di una figuraccia a opera ultimata? E il neo-poe ­ta, quali tormenti affrontava fra le sillabe, gli accenti, le ri ­me? Va bene, a leggerli adesso nella loro nitida stampa, sotto nomi che valgono quanto un anonimo e con date polverose, sono versi ingenui, le rime non sono più difficili di quelle delle canzonette, ma chi le metteva insieme non ne aveva l’abitudi ­ne, ché i Padri della patria muoiono, stavo per dire ogni morte di papa, e le figlie degli amici fraterni non sposano ogni mese.

In letargo

Allora poi i versi erano cali ­brati, rivestiti dal metro come di una severa uniforme che non tollera ghiribizzi fuori ordinan ­za: non è che bastasse andare a capo ogni tanto per dire: ec ­co una poesia; né si poteva ri ­nunciare alla rima: i versi sciolti erano ammessi nelle tra ­duzioni di Omero e nelle trage ­die di Alfieri, ma fuori di quei casi una poesia senza rime che poesia è, chi non sarebbe capa ­ce di scriverla? Chi sa quali spremute di cervello, quali con ­te di sillabe sulle dita, quali stizziti ricorsi in aiuto: ditemi una rima a Emanuele, trovate ­mi una parola che fa rima con leggiadra; dopo di che Emanue ­le diventava Emanuello e la leg ­giadra si trasformava in gra ­ziosa che fa così a proposito rima con sposa.

Io sono, lo confesso, un sem ­plicista e molti problemi psico ­logici non me li pongo; e se altri me li pone avverto presto una gran voglia di sospirare che, uh mamma mia, quante complicazioni; ma debbo dire che questo della ispirazione im ­provvisa di mettersi a scrivere versi in persone che nella vita facevano tutt’altra cosa che scriverne è un problema che mi affascinava quando vi capitavo sopra fra le schede della biblio ­teca del Senato e che torna ad affascinarmi ora che me lo ri ­propone questo volume su Um ­berto I con le sue citazioni. Pa ­role dalle quali solitamente ri ­fuggo: evasione, alienazione, mi si presentano alla mente per suggerirmi spiegazioni di illu ­sioni soffocate, di sogni delusi entrati in letargo nell’inverno dell’esistenza quotidiana e im ­provvisamente risvegliatisi al momentaneo calore di un’asso ­ciazione di lontane idee, ricche di musiche eroiche o nuziali non più udite dai tempi della adolescenza.

Mi pare che se una porta in ­discreta si fosse aperta sull’uo ­mo intento apparentemente a contar sillabe, un pudore sareb ­be stato violato cogliendo un sentimento staccatosi dall’or ­meggio del pretesto occasiona ­le per andare alla deriva su flutti a perdita d’occhio, solcati una volta dalla speranza. E al ­lora certo intenerimento mi prende per questi versi faticati e brutti, per queste parole alli ­neate nella disciplina metrica, ma nate forse da fuggevoli ri ­bellioni alle regole della realtà con le sue oppressioni diventate abitudini. Ogni propensione al ­l’ironia, alla sufficienza di chi giudica superato ciò che lo ha preceduto mi svapora nell’ani ­ma: e in chi ha versificato in morte del monarca o in morte dell’anarchico, per le pie nozze della gentil damigella e per il matrimonio civile della figlia del sovversivo, sento di dover rispettare ugualmente il breve segreto di ogni vocazione che si riscopre quando ormai è trop ­po tardi per decidere se è stata tradita o se non era mai stata una cosa seria.

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