Uno sguardo a Balzac

di Mario Luzi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 marzo 1969]

Il tema Balzac. La nuova critica considera le opere letterarie dei puri dati, ma non molti anni addietro era ancora possibile accapigliar ­si tra chi era disposto a riconoscere all’autore del Pére Goriot tutt’al più una grossolana genialità e chi esigeva per l’universo della Comédie humaine un più assoluto rispetto. Non man ­cava poi un modo abbastan ­za elegante di eludere il di ­lemma uscendone, ad esem ­pio, per la tangente della Cousine Bette o del Colon ­nello Chabert, esaltando cioè le pieghe per passare sotto silenzio i rilievi del mappa ­mondo balzacchiano. Dov’è più riposata infatti la vena del romanziere filtra più nell’ interno delle cose, si espande in zone più sottili e umilianti, è costretta a cercare le parole scavando nella lingua: proprio quanto richiedeva il palato del let ­tore un   secolo dopo.

Ho notato che i fanatici di Balzac sono individui dotati di una robusta facoltà di astrazione; ed è proba ­bile che codesta facoltà sia necessaria per vibrare al ­l’unisono con il macrocosmo della Comédie popolato di persone e di manichini, di situazioni approfondite e di casi raccontati alla brava, di immagini potenti e di fantasmi molto provvisori. Chi ha quel potere di astra ­zione s’incanta nel grande disegno e passa sopra agli inconvenienti dell’immagina ­zione sovreccitata che l’ha concepito e riempito peccan ­do anch’essa spesso e volen ­tieri di astrazione. L’idea che si ha di Balzac è comu ­nemente quella di un au ­tore  sanguigno:   ma   la sua enorme carica inventiva si traduce spesso in una feb ­bre di testa che esercita una astratta violenza sulla real ­tà e sulla natura dei sen ­timenti. Di astrazione ce n’è a fortissime dosi nella Co ­médie: ce n’è nell’ambizio ­so «cartone » visionario e volontario dell’affresco, ce n’è nella squadratura rigida del suo realismo che pure gli consente di raggiungere più volte un’intensità allu ­cinatoria.

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Il fanatismo per Balzac che ho conosciuto in qual ­che maestro d’altri tempi e in qualche recente « critico di idee » sotto sotto nascon ­de la mitologia del genio e quella connessa della sua vulcanicità: mitologia ap ­punto che ha per oggetto l’astratto lato spettacolare più che i moti profondi del ­la creazione artistica. Del resto non pochi pensano che questo sia il solo tipo di lettore su cui Balzac potesse fa ­re affidamento.

Nonostante la sua genia ­lità per molti versi sconsi ­derata è certo invece che l’autore della Comédie me ­rita un lettore più vero. Ne dà proprio ora la prova Giovanni Macchia introdu ­cendo la nuova edizione ita ­liana in corso di stampa presso Gherardo Casini (ne è uscito il primo volume, pp. 600, L. 5000). Macchia ha molto esprit de finesse, nessun culto speciale per i prodigi. Sospendere le pro ­prie facoltà critiche di fron ­te all’ingiunzione di un mi ­to non rientra nelle sue abi ­tudini di studioso a largo raggio e capillare allo stes ­so tempo. D’altra parte non vedo in lui parentela con quei lettori capziosi, defor ­manti per fini particolari la natura di un testo, tra i quali Balzac ha conosciuto un insospettato revival che mi fa pensare a quello di certi naïfs nelle fasi più so ­fisticate della cultura. Da critico e da storico qual è Macchia si è messo nella situazione del lettore inte ­grale e ha sentito che il tema Balzac resiste in pie ­no ed è più serio dell’acce ­camento, dell’ironia e del sofisma. Ne ha ricavato un saggio pieno di equilibrio e anche di calore mettendo la sordina al tasto dei capola ­vori (a cui Balzac del resto non credeva), battendo in ­vece sul senso e sulla forza del     lavoro     del romanziere.

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Possiamo profittarne per mettere in chiaro somma ­riamente qualche idea. Il senso del lavoro di Balzac sta nello spostamento del ­l’obbiettivo dai destini d’ec ­cezione a quelli comuni. La mobile, inquieta società del denaro, delle cariche, delle carriere che contrassegna la ascesa borghese degli anni trenta era stata a guardare lo spettacolo di personaggi straordinari, avulsi da sé, e ora si ritrova con sorpresa protagonista di uno stermi ­nato romanzo, la Comédie, ne occupa con il proprio dramma tutta la scena. Il genre roturier (cosi ancora Baudelaire definiva il ro ­manzo) ad opera di questo capovolgimento si conquista un’autorità, una funzione, dei connotati indelebili.

Quanto alla forza è più difficile catturarla   con una formula; ma non dovrebbe essere troppo approssimati ­vo farla dipendere dallo spe ­ciale realismo che impronta l’operazione. Il realismo di Balzac non è metodico, con ­serva anzi tutto il potenzia ­le fantastico che da povero mestierante lo scrittore ave ­va sciorinato nei malfamati fumettoni di gioventù. Il bi ­sogno del meraviglioso e dell’incredibile s’insinua nelle sue storie oggettive e non è parco di conseguenze: talo ­ra dà luogo a ibridazioni impossibili, a orribili inne ­sti; talora serve a dilatare stupendamente i tratti e i contorni di un personaggio o meglio di un tipo umano indimenticabile. Anche il mondo ravvicinato della fo ­resta sociale contemporanea poteva assumere qualcosa di leggendario, oltre tutto cosi efficace per la sua intelligen ­za che Marx e Engels preferirono questo quadro a quello del   socialista Zola.

Impostato così il vecchio tema, non dovremmo perdo ­nare a Balzac i grossolani congegni di parecchie sue macchine narrative, il loro stridore?

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