di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 26 marzo 1970]
Guido Piovene pubblica in questi giorni un nuovo romanzo, Le stelle fredde Mondadori, pp. 232, L. 2200), che per l’altezza del risultato si riallaccia innanzitutto alle Lettere d’una novizia e a quanto di meglio ci ha dato negli ultimi anni, per esem pio, a Le Furie, libro con cui ha in un certo senso la par tenza in comune.
E’ un po’ l’opera della pie na maturità, in cui l’artista tenta il bilancio della sua esperienza di vita e col sus sidio di un preciso ingranag gio arriva a darci il resocon to delle sue ultime approssi mazioni alla verità. Quale sia poi questa verità il let tore avrà modo di studiarla a ogni nuovo incontro col libro, perché non esiste una risposta immediata ma piut tosto una lunga serie di pro poste e in diversi tempi che bisogna avere la pazienza di mettere insieme, di comporre o, meglio, di innestare l’una con l’altra. Ciò che invece a noi sembra piena e intera è la passione dello scrittore che prende di petto la sua storia nascosta, la storia dietro i fatti dell’esistenza, e intende procedere per successivi mo menti di scoprimento e di invenzione.
C’è naturalmente un fatto, un intreccio ma quanto mai esile e che potremmo definire come il tema del ritorno (un tema, del resto, congeniale al Piovene di sempre, anche quando agli inizi sembrava accettare la scommessa del fatto puro e assoluto): un uomo che non ha ancora compiuto la quarantina im provvisamente prende una decisione capitale, abbando nare la vita in città e riti rarsi nella villa lasciatagli dal nonno ma abitata da un padre dagli affari disordinati e dedito allo smantellamento quotidiano della “sua” casa. Quasi in concomitanza col ri torno c’è un delitto piuttosto misterioso ma del tutto epi sodico e marginale e che ha soltanto la funzione di spin gere il protagonista a un al tro salto in avanti. E’ appun to nella seconda parte della storia che il romanzo assume la sua più vera fisionomia e ha inizio quella straordinaria opera di decifrazione della realtà intera (visibile e non) che costituisce il grande tema del libro o, meglio, rappresen ta la soluzione della vicenda terrena dello scrittore.
Per coordinare meglio tale rapporto il protagonista ha in dono due incontri, il pri mo con un poliziotto-filosofo e il secondo con il redivivo Dostoewskij: due incontri che contribuiscono direttamente a introdurci in quello che è il secondo mondo dello scrittore, posto ai confini fra il visibile e l’invisibile, una specie di Aldilà che ha tutti i numeri per essere più autentico della nostra realtà quotidiana, dotato com’è di strumenti preziosi per leggere nella coscienza ultima e in corruttibile la nostra esistenza, il nostro mondo umano. Alla fine troviamo il protagonista intento a un nuovo lavoro di catalogazione di tutti i fenomeni possibili e sul punto di strappare il se greto del nostro passaggio verso le « stelle fredde », ver so un regno dove gli inganni delle passioni non abbiano più alcun potere d’insidia.
Ma la trama â— lo ripetia mo â— ha appena un valore di guida, nel senso che serve a contenere il gran flusso del le interrogazioni che si mol tiplicano all’infinito con echi, ripensamenti, ritorni, trasfor mazioni: un prodigio di cor rispondenze quale una lette ratura strettamente meccani ca, come quella degli ultimi tempi, non sa neppure imma ginare. Il lettore alla seconda prova avrà modo di constata re come il libro tenga proprio sulla costruzione di questi ri chiami fra personaggi e perso naggi, fra cose e oggetti, fra simboli inerti e simboli vi venti. Valga il caso del gran de rapporto centrale fra il ciliegio e Dostoewskij, il Dostoewskij della fotografia di Berlino, o meglio dell’uomo che prende il posto dell’albero, proprio come la scienza dell’uomo prende il posto del la poesia. Ma questo è un esempio tra cento e, in ef fetti, l’armatura del libro si basa non tanto sulla soluzio ne della favola quanto sui vari momenti di denudamen to della realtà. A questi rap porti costanti ne corrisponde uno di ordine superiore e che per comodità chiameremo il rapporto fra la vita e la mor te. Questa è la grande doman da che viene alle labbra del l’osservatore che si avvia alla fine della sua lunga sperimen tazione delle cose e degli uo mini: chi vive? dov’è la vera vita?
Piovene sin dagli inizi con l’incontro della bambina met te sull’avvviso il lettore: dà il protagonista per morto, per un essere « fermo ». Da que sta prima presa di coscienza, la decisione di partire, del distacco improvviso da tutto ciò che fino a quel momento lo aveva tenuto legato al la voro, agli amici, alle passio ni. C’è cosi un primo tempo che ha tutto il peso di un distacco, di una lacerazione accettata, anzi voluta e su cui più tardi si inserirà la nozione del dimissionario, del « disertore », di chi si mette da parte solo per guardare o â— per ripetere l’immagine dello scrittore â— del morto che sta seduto sulla propria tomba, del morto arbitro fra la sua morte e lo spettacolo della vita degli altri.
Né gli serviranno i discorsi e i consigli o gli avvertimen ti del poliziotto trasformato in filosofo o del Dostoewskij che fa esattamente il suo cammino all’inverso. La no zione di corrispondenza in Piovene non è appena oriz zontale, in maniera prepo tente è verticale, per cui il suo mondo ha due piani, co sì come la sua nuova vita avrà due posti d’osservazione. C’è di più, la stessa idea di morte viene sdoppiata, per cui assistiamo a una morte che è la continuazione della vita (una morte, cioè, che si trascina dietro i resti delle passioni umane) e una morte intera, fredda ma che però consente la lettura e la regi strazione delle occasioni, de gli oggetti e dei simboli del la vita.
La morale è ambivalente e multipla, ma si sbagliereb be a estrarre una conclusio ne di cinismo o di dispera zione. E’ vero che alla fine viene auspicata una sorta di disumanizzazione della no stra realtà (« L’estate era già passata da un pezzo. Era giunto l’inverno con i grandi stellati freddi. Nel guardarli per metterli nel mio inven tario riflettevo quanto v’era di giusto nelle idee degli an tichi, per esempio che alcuni uomini diventino costellazio ni. Era probabilmente questo il loro modo di rappresentare l’idea di una lastra o pellico la universale che lavora a trattenere tutto. Non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero. Io, Ida, i morti che catalogo, sia mo come Ercole, Orione… ») ma proprio nel lavoro di cata logazione sopravvive l’idea dell’uomo con la sua memo ria e soprattutto con la sua forza intellettiva.
Si direbbe che fra il prota gonista del libro (inutile dire che è tutto Piovene fin nei particolari e negli episodi marginali) e il mondo c’è l’àncora di salvezza della me moria. « So che il mio è lo stesso lavoro che fa il mon do, lo scopo stesso della sua esistenza. Lavorando così, mi sprofondo nella sua memoria, e vi ritrovo una sensazione di sicurezza e di realtà. A volte penso all’aldilà, l’altra parte rispetto a quella che in cui mi trovo adesso, cioè la mia vita di prima ».
Ma proprio alla condizione della memoria il protagoni sta era naturalmente dispo sto sin dal principio. A questo dato di partenza si aggiunga la paura di soffrire e la rete dei dolori che le nostre pas sioni esigono e impongono. Rovesciando i termini del problema, Piovene sembra vo ler dire che la nostra realtà non ha senso al di fuori del registro dei « casi » e che la soluzione va anticipata: non dobbiamo aspettare che la morte ci sveli il nostro segre to ma dobbiamo cominciare â— appena possibile â— l’ope ra di disillusione e di affran camento. E questo perché « il mondo esiste e solo per esse re catalogato ».
Come accade con tutti i libri degni di questo nome, non si finirebbe più di commentare e di moltiplicare i punti del discorso. Valga questa semplice notazione provvisoria per raccomandare ai lettori uno dei grandi romanzi del nostro tempo, stupendo frut to di un artista abituato da moltissimi anni a indagare i cammini del cuore umano fra gli inganni e i dubbi dei nostri giorni.