di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, domenica 6 aprile 1969]
« Che guardi? Che aspet ti? ».
Il professor Belestrini si tras se indietro ma continuò a spia re la strada. Piegò la persona ossuta, come se perdesse l’e quilibrio e tentasse di ristabi lirlo.
« Ah, guardi la pettinatri ce » continuò la moglie « fos se giovane, almeno ».
« Senti chi parla » mormo rò staccandosi dal parapetto. « Non spio nessuno, e chi vuoi che aspetti. Ascolta: una ve trina in frantumi; oh, non è successo per caso, e non dev’essere un dispetto. Sta’ zitta: le camionette arrivano… ».
« Non sento niente » rispo se la signora Ada, però, dub biosa, s’avvicinò al davanzale e si protese.
« Che tempi! » fece lui con tento d’aver suscitato un po’ d’emozione in lei. Non aveva voglia di sedersi per lo spet tacolo serale; incredibile essercisi adattato fin allora. Aveva già deciso di rinviare la corre zione dei temi: chi lo sa, le scuole c’era il caso restassero chiuse; forse per un pezzo non riaprirebbero; l’anno scolasti co nullo, conseguenza, questa di fatti non ancora successi.
« Io esco » disse all’improv viso « faccio due passi ». Chie dere ad Ada d’accompagnarlo, significava permetterle d’en trare nei suoi pensieri con di scorsi privi di nesso con gli avvenimenti in corso.
« Porto Robur » aggiunse. Gli mancava il coraggio d’usci re solo. ‘ Possibile? ‘ si chiese ma non l’ammise e preceduto dal cane scese le scale.
« Che gente » gli gridarono due ragazzi quando lui, ag guantata la collottola di Ro bur, inserì il guinzaglio nel l’anello del collare.
« Vedi che prepotenza » se guitarono i suoi due scolari â— li aveva riconosciuti â— « non permette alla povera bestia d’alzare la zampa per soddisfare un bisogno natura le. Basta, coi padroni… ».
« Ma se scendo apposta » mormorò lui, e aggiunse una risata, come per dire ‘Anch’io, come voi del resto, scherzo; vero? ‘.
*
Gli anziani, guardinghi sul la soglia dei caffè col bicchie re in mano, si dettero gomi tate, accortisi che lui si spa zientiva per le soste del cane.
« Buona sera, professore ».
«Cosa succede? ». Compia ciuto, e con la confidenza fra terna nelle tensioni possibile fra gente che, in tempi normali, non si saluta, commentò i fatti.
« Avrà preso fuoco da sé! ». Lo disse ironico l’orefice Giambastiani, sceso per vedere se, fra le poche vetrine infrante, c’era la sua.
« Da quando, s’incendiano da sé? » esclamò anche il com merciante di abiti confezionati che aveva abbassato la saraci nesca della vetrina, dove fin allora i manichini â— maschi e femmine â— erano apparsi mesti nel fluido corallino.
« E di chi sarà l’auto? ». Risero.
« E se fosse la sua, signor Buchetti? » chiesero al com merciante d’abbigliamento, che per un attimo si rabbuiò, ma poi â— doveva essersi ri cordato dove l’aveva messa â— rise.
« La mia è al sicuro » fece l’orefice.
« La mia, la mia, la mia… » borbottarono gli altri, e ras sicurati risero tutti insieme.
« La mia automobile devo no ancora fabbricarla » disse il professor Belestrini, e, fin gendo di cedere a Robur, si mosse fra le case, di notte – effetto della scarsa illu minazione e dei tetti spor genti â— strette più che mai una a ridosso dell’altra.
« Ora le auto s’incendiano da sé » disse a Robur che tendeva da un lato, mentre lui voleva andare dall’altro: gli sarebbe bastato dare una occhiata; una macchina nuo va fiammante, aveva sentito. Tuttavia, quando Robur cedé, lui si guardò indietro e si fermò. Sentì il nauseante tan fo di gomma, di vernice e di plastica bruciacchiate; udì scalpiccii nervosi.
« Beh », disse avanzando nella piazzetta, senza che il cane gli resistesse benché fos se tentato da un cippo. « Beh, ragazzi, un bel falò. Forse â— ridacchiò â— il proprietario se ne sta beato in un cinema. E se invece fosse uno che abi ta qui? ».
I ragazzi fissavano in silen zio le fiammelle rosso-viola.
« E se stesse a guardare, dietro la persiana? » aggiunse il professore, ma non s’accor sero di lui neanche quando rise con un fragore eccessivo e poco spontaneo.
*
Gli agenti un po’ discosti fumavano, passeggiavano, discorrevano; però ce n’erano immobili sui sedili d’una ca mionetta infilata in un vico lo. Due ragazze, col petto pog giato al davanzale, rivolgeva no domande ai militi da un mezzanino: volevano sapere com’era stato.
« Le automobili s’incendiano da sé » spiegò il professore, voltandosi in su.
« Vi divertite, eh! ». Non era chiaro di dove giungesse la voce. Certi ragazzi si vol sero verso di lui che, dopo essersi portato la mano al petto, l’alzò. « No » avrebbe voluto dichiarare se gli fosse venuta la voce, « io non c’en tro ». Si limitò a indicare le finestre degli ultimi piani, di vertito al pensiero che, da quell’ombra, a qualcuno ve nisse voglia di fare cadere un vaso di geranei, un barat tolo di latta dove avessero coltivato prezzemolo e basili co, per poi scusarsi. Non ci fosse stata la polizia avreb bero rovesciato su coloro che si divertivano a stare intor no all’auto, una brocca d’acqua e chissà cos’altro.
«E se davvero gli venisse in mente? », si chiese, appiattendosi contro l’intonaco, e tirando il guinzaglio per co stringere Robur ad addossar si al muro.
« Come sta professore? » chiese uno. « Non si ricorda di me ». Nel sorriso amichevo le, però, era anche un che di crudele.
« Sicuro che ti ricordo » ri spose. Ma il nome dello scolaro non gli veniva. Incorag giato, aggiunse: « Insomma, siete stati voi o è successo per caso? ». E, dopo aver strizzato un occhio, quasi per dire che lui approvava, preci sò d’essere uscito per il cane, una passeggiatina, e loro lo capivano, il perché.
« Torno a casa, ho i com piti da correggere, io » disse.
Zan, zan! Segni rossi e blu di lapis. Certi, che non sape vano distinguere una esse da una zeta, disponevano d’uno stentato vocabolario vernaco lo. « Pitoro » per « pulcino ». Un punto interrogativo e tre segni blu; imparassero, figli di villani rifatti, a rispettare la lingua madre. « Come la chiamano, al tuo paese, la tasca? » domandava agli sco lari scesi dai monti. « Bol gia! ». Lo sapeva, argomento â— ma non era il caso â— d’un discorso filologico, e invece, quasi sempre, rideva.
« Abbiamo » disse a Robur, ormai non più sottoposto alla tentazione d’ annusare « pas seggiato abbastanza stasera ».
« Proooofessore » gridaro no dagli ultimi piani quando si chinò, visibilmente soddi sfatto, a esaminare le fiammel le che rodevano la vernice dell’auto, producendo bolle che scoppiavano subito.
*
Ormai era solo. Scomparsi gli scolari, gli agenti, i carabinieri. Forse era successo quando si era chiesto perché alcuni scolari di campagna di cessero « sucito » invece di « sudicio » e altri « leto ».
« Mi meraviglio di lei » udì.
Era il professor Giannecchini, il decano, il quale, a scuola, se un alunno diceva « accí³rsimo », « rispí³simo », s’estasiava e prendeva ap punti.
« L’ho forse incendiata io? » rispose.
« Non ci manca molto » mormorò l’anziano professore che affrettandosi entrò in una porticina.
« A casa, a casa » ripetè lui a Robur. ‘ Perché hai tarda to? Che vogliono? In che ti immischi? ‘. Ada, che certo l’aspettava sveglia, glielo do manderebbe aspra.
« Chi erano? Che volevano? L’hanno incendiata, loro o no? ». Glielo chiesero i clien ti, sull’uscio dei caffè.
« Basta un fiammifero » ri spose.
« Ah, lei, professore, li di fende? ».
« Beh » disse trattenendo il setter « i problemi esistono ».
« Bell’educazione gli date, ai ragazzi ». Lo gridarono quand’era già lontano.
‘E io che c’entro? ‘ si chie se, poi al solito s’imbrogliò con la chiave. Mai che ricor dasse se doveva infilarla nella serratura per diritto o per rovescio.
« Non s’indovina mai il verso » disse di lì a poco en trando in camera per spie gare il ritardo, ma Ada dor miva.
Il silenzio della casa e del la città accrebbe il desiderio di chiudersi nello stanzino pie no di libri e di porsi a correg gere i temi. Un « doventano » non lo perdonerebbe: « Impa rino a parlare in italiano » si disse, però, quando si fu seduto cercò invano una qual siasi forma vernacola, col la pis pronto.
« Svegliati », sentì gridare verso mezzanotte; ma non l’a vevano con lui. Chiamavano, certi nottambuli, la pettinatri ce, e poi scapparono.