Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: L’automobile incendiata

23 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, domenica 6 aprile 1969]

« Che guardi? Che aspet ­ti? ».

Il professor Belestrini si tras ­se indietro ma continuò a spia ­re la strada. Piegò la persona ossuta, come se perdesse l’e ­quilibrio e tentasse di ristabi ­lirlo.

« Ah, guardi la pettinatri ­ce » continuò la moglie « fos ­se giovane, almeno ».

« Senti chi parla » mormo ­rò staccandosi dal parapetto. « Non spio nessuno, e chi vuoi che aspetti. Ascolta: una ve ­trina in frantumi; oh, non è successo per caso, e non dev’essere un dispetto. Sta’ zitta: le camionette arrivano… ».

« Non sento niente » rispo ­se la signora Ada, però, dub ­biosa, s’avvicinò al davanzale e si protese.

« Che tempi! » fece lui con ­tento d’aver suscitato un po’ d’emozione in lei. Non aveva voglia di sedersi per lo spet ­tacolo serale; incredibile essercisi adattato fin allora. Aveva giĂ  deciso di rinviare la corre ­zione dei temi: chi lo sa, le scuole c’era il caso restassero chiuse; forse per un pezzo non riaprirebbero; l’anno scolasti ­co nullo, conseguenza, questa di fatti non ancora successi.

« Io esco » disse all’improv ­viso « faccio due passi ». Chie ­dere ad Ada d’accompagnarlo, significava permetterle d’en ­trare nei suoi pensieri con di ­scorsi privi di nesso con gli avvenimenti in corso.

« Porto Robur » aggiunse. Gli mancava il coraggio d’usci ­re solo. ‘ Possibile? ‘ si chiese ma non l’ammise e preceduto dal cane scese le scale.

« Che gente » gli gridarono due ragazzi quando lui, ag ­guantata la collottola di Ro ­bur, inserì il guinzaglio nel ­l’anello del collare.

« Vedi che prepotenza » se ­guitarono i suoi due scolari â— li aveva riconosciuti â— « non permette alla povera bestia d’alzare la zampa per soddisfare un bisogno natura ­le. Basta, coi padroni… ».

« Ma se scendo apposta » mormorò lui, e aggiunse una risata, come per dire ‘Anch’io, come voi del resto, scherzo; vero? ‘.

*

Gli anziani, guardinghi sul ­la soglia dei caffè col bicchie ­re in mano, si dettero gomi ­tate, accortisi che lui si spa ­zientiva per le soste del cane.

« Buona sera, professore ».

«Cosa succede? ». Compia ­ciuto, e con la confidenza fra ­terna nelle tensioni possibile fra gente che, in tempi normali, non si saluta, commentò i fatti.

« AvrĂ  preso fuoco da sĂ©! ». Lo disse ironico l’orefice Giambastiani, sceso per vedere se, fra le poche vetrine infrante, c’era la sua.

« Da quando, s’incendiano da sĂ©? » esclamò anche il com ­merciante di abiti confezionati che aveva abbassato la saraci ­nesca della vetrina, dove fin allora i manichini â— maschi e femmine â— erano apparsi mesti nel fluido corallino.

« E di chi sarĂ  l’auto? ». Risero.

« E se fosse la sua, signor Buchetti? » chiesero al com ­merciante d’abbigliamento, che per un attimo si rabbuiò, ma poi â— doveva essersi ri ­cordato dove l’aveva messa â— rise.

« La mia è al sicuro » fece l’orefice.

« La mia, la mia, la mia… » borbottarono gli altri, e ras ­sicurati risero tutti insieme.

« La mia automobile devo ­no ancora fabbricarla » disse il professor Belestrini, e, fin ­gendo di cedere a Robur, si mosse fra le case, di notte – effetto della scarsa illu ­minazione e dei tetti spor ­genti â— strette piĂą che mai una a ridosso dell’altra.

« Ora le auto s’incendiano da sĂ© » disse a Robur che tendeva da un lato, mentre lui voleva andare dall’altro: gli sarebbe bastato dare una occhiata; una macchina nuo ­va fiammante, aveva sentito. Tuttavia, quando Robur cedĂ©, lui si guardò indietro e si fermò. Sentì il nauseante tan ­fo di gomma, di vernice e di plastica bruciacchiate; udì scalpiccii nervosi.

« Beh », disse avanzando nella piazzetta, senza che il cane gli resistesse benché fos ­se tentato da un cippo. « Beh, ragazzi, un bel falò. Forse â— ridacchiò â— il proprietario se ne sta beato in un cinema. E se invece fosse uno che abi ­ta qui? ».

I ragazzi fissavano in silen ­zio le fiammelle rosso-viola.

« E se stesse a guardare, dietro la persiana? » aggiunse il professore, ma non s’accor ­sero di lui neanche quando rise con un fragore eccessivo e poco spontaneo.

 

*

 

Gli agenti un po’ discosti fumavano, passeggiavano, discorrevano; però ce n’erano immobili sui sedili d’una ca ­mionetta infilata in un vico ­lo. Due ragazze, col petto pog ­giato al davanzale, rivolgeva ­no domande ai militi da un mezzanino: volevano sapere com’era stato.

« Le automobili s’incendiano da sĂ© » spiegò il professore, voltandosi in su.

« Vi divertite, eh! ». Non era chiaro di dove giungesse la voce. Certi ragazzi si vol ­sero verso di lui che, dopo essersi portato la mano al petto, l’alzò. « No » avrebbe voluto dichiarare se gli fosse venuta la voce, « io non c’en ­tro ». Si limitò a indicare le finestre degli ultimi piani, di ­vertito al pensiero che, da quell’ombra, a qualcuno ve ­nisse voglia di fare cadere un vaso di geranei, un barat ­tolo di latta dove avessero coltivato prezzemolo e basili ­co, per poi scusarsi. Non ci fosse stata la polizia avreb ­bero rovesciato su coloro che si divertivano a stare intor ­no all’auto, una brocca d’acqua e chissĂ  cos’altro.

«E se davvero gli venisse in mente? », si chiese, appiattendosi contro l’intonaco, e tirando il guinzaglio per co ­stringere Robur ad addossar ­si al muro.

« Come sta professore? » chiese uno. « Non si ricorda di me ». Nel sorriso amichevo ­le, però, era anche un che di crudele.

« Sicuro che ti ricordo » ri ­spose. Ma il nome dello scolaro non gli veniva. Incorag ­giato, aggiunse: « Insomma, siete stati voi o è successo per caso? ». E, dopo aver strizzato un occhio, quasi per dire che lui approvava, preci ­sò d’essere uscito per il cane, una passeggiatina, e loro lo capivano, il perchĂ©.

« Torno a casa, ho i com ­piti da correggere, io » disse.

Zan, zan! Segni rossi e blu di lapis. Certi, che non sape ­vano distinguere una esse da una zeta, disponevano d’uno stentato vocabolario vernaco ­lo. « Pitoro » per « pulcino ». Un punto interrogativo e tre segni blu; imparassero, figli di villani rifatti, a rispettare la lingua madre. « Come la chiamano, al tuo paese, la tasca? » domandava agli sco ­lari scesi dai monti. « Bol ­gia! ». Lo sapeva, argomento â— ma non era il caso â— d’un discorso filologico, e invece, quasi sempre, rideva.

« Abbiamo » disse a Robur, ormai non piĂą sottoposto alla tentazione d’ annusare « pas ­seggiato abbastanza stasera ».

« Proooofessore » gridaro ­no dagli ultimi piani quando si chinò, visibilmente soddi ­sfatto, a esaminare le fiammel ­le che rodevano la vernice dell’auto, producendo bolle che scoppiavano subito.

*

Ormai era solo. Scomparsi gli scolari, gli agenti, i carabinieri. Forse era successo quando si era chiesto perché alcuni scolari di campagna di ­cessero « sucito » invece di « sudicio » e altri « leto ».

« Mi meraviglio di lei » udì.

Era il professor Giannecchini, il decano, il quale, a scuola, se un alunno diceva « accĂ­Âłrsimo », « rispĂ­Âłsimo », s’estasiava e prendeva ap ­punti.

« L’ho forse incendiata io? » rispose.

« Non ci manca molto » mormorò l’anziano professore che affrettandosi entrò in una porticina.

« A casa, a casa » ripetè lui a Robur. ‘ PerchĂ© hai tarda ­to? Che vogliono? In che ti immischi? ‘. Ada, che certo l’aspettava sveglia, glielo do ­manderebbe aspra.

« Chi erano? Che volevano? L’hanno incendiata, loro o no? ». Glielo chiesero i clien ­ti, sull’uscio dei caffè.

« Basta un fiammifero » ri ­spose.

« Ah, lei, professore, li di ­fende? ».

« Beh » disse trattenendo il setter « i problemi esistono ».

« Bell’educazione gli date, ai ragazzi ». Lo gridarono quand’era giĂ  lontano.

‘E io che c’entro? ‘ si chie ­se, poi al solito s’imbrogliò con la chiave. Mai che ricor ­dasse se doveva infilarla nella serratura per diritto o per rovescio.

« Non s’indovina mai il verso » disse di lì a poco en ­trando in camera per spie ­gare il ritardo, ma Ada dor ­miva.

Il silenzio della casa e del ­la città accrebbe il desiderio di chiudersi nello stanzino pie ­no di libri e di porsi a correg ­gere i temi. Un « doventano » non lo perdonerebbe: « Impa ­rino a parlare in italiano » si disse, però, quando si fu seduto cercò invano una qual ­siasi forma vernacola, col la ­pis pronto.

« Svegliati », sentì gridare verso mezzanotte; ma non l’a ­vevano con lui. Chiamavano, certi nottambuli, la pettinatri ­ce, e poi scapparono.


Letto 2749 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart