Le virtù dimenticate #5/6

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 ottobre 1969]

Se è vero quanto mi e stato riferito, in un convegno un sa ­cerdote si sarebbe scagliato contro le organizzazioni del tipo della Conferenza di San Vincenzo, come espressione di una concezione del tutto deleteria di carità. Facciamo pure la parte che si deve alla pole ­mica, resta il fatto che l’episo ­dio risponde a una situazione generale ed è l’indice di una profonda e insidiosissima trasmissione di poteri. Insidiosa, inutile aggiungere, perché si tende a fare della persona un numero e le si toglie qualsiasi autonomia e responsabilità. Se si ammette il principio che l’uomo da solo non è in grado di fare nulla, o almeno nul ­la che possa incidere sul volto della realtà, si annulla la base stessa del rapporto cristiano che fino a ieri era diretto fra l’uomo e Dio, fra l’anima e il suo creatore. C’è, dunque, un capovolgimento di cui non riusciamo a immaginare le conseguenze ma di cui tutti gli uomini in buona fede non possono non avvertire la gra ­vità e l’importanza. Anche perché se, rovesciando la condizione cristiana, si concede che l’azione personale di progresso interiore è vana ed elusiva, si finisce per autorizzare un altro tipo di azione che coin ­cide con un orientamento e con una lotta di stretto carattere politico.
 

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Non dimentichiamo natural ­mente l’obbiezione di fondo su cui si regge il nuovo messag ­gio e cioè che in duemila anni di tali rapporti diretti il mon ­do non è stato corretto, anzi col tempo le cose si sono ag ­gravate fino a distorcere il senso del Vangelo. Ma è una obbiezione a cui è fin troppo facile rispondere dal momento che si fonda su una visione tutta utopistica e velleitaria del mondo degli uomini, per cui esiste, sì, la nozione di progresso ma di un progresso legato a un congegno quanto mai misterioso di ostacoli e di impedimenti. Il cristiano non può non riconoscere questa eterna commistione del bene e del male e sa benissimo che la sua è una lotta che non consente né vittorie assolute né trionfi ma piuttosto il se ­gno e la presenza della guerra con se stesso e dentro se stes ­so. D’altra parte non si riesce a capire come una società possa essere migliorata se si la ­scia abbandonata l’anima dei singoli, se non si parte ognu ­no per proprio conto da uno sforzo, da un impegno e – diciamolo pure – da un atto preliminare di amore e di sottomissione a Dio.
Credere il contrario e, cioè, che dalla comunità, e una co ­munità fatta di singoli abban ­donati a se stessi, possa nascere un mondo perfetto è una illusione che nel frattempo mina il senso della responsa ­bilità e ci disimpegna. Che è poi quello che cominciamo a vedere in pratica: da una par ­te grandi promesse per otte ­nere un’altra vita e dall’altra il più vergognoso e sfacciato cedimento alle lusinghe del mondo. Cedimento che di per sé potremmo anche spiegare e giustificare se non comportasse il discredito di virtù che sono fondamentali ed essenziali alla figura del cristiano. Chi crede più all’obbedienza, chi parla più di carità a livello personale, chi predica la pazienza?
A ragione Mauriac ha di recente contrapposto a questa visione utopistica del mondo la realtà quotidiana che è poi quella umile ed eterna del dolore e della sofferenza. Secon ­do lo scrittore francese, il mondo non è esattamente quel ­la serie infinita di immagini splendide, non è fatto di uomi ­ni ricchi, fortunati, belli ma è per il novantanove per cento popolato di vinti, di ammala ­ti, di condannati, di schiavi, di afflitti. Allo stesso modo, il regno terrestre del cristianesi ­mo non è fatto di uomini per ­fetti, coscienti, sicuri della lo ­ro verità: al contrario è fatto da uomini che soffrono e che come unica speranza hanno quella di rivolgersi dentro e in silenzio al loro Dio. Dav ­vero si crede che, mutando le condizioni di vita, il male sia vinto per sempre e nel nostro cuore non si annidino più le vipere dell’egoismo, della di ­visione e della sopraffazione?
 

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L’unico modo per ridurre il campo del male resta quello delle prime misure personali, della lotta fatta dentro di noi, perché a ben poco servirebbe programmare un mondo del tutto nuovo ma fatto col cuo ­re di sempre e abitato da uo ­mini che non hanno vincoli, non conoscono freni, non ab ­biano imparato a conoscere sul volto degli altri il dolore, la sofferenza, la miseria. Credere che bastino delle strutture astratte per guarire chi per natura è inguaribile è più che un’illusione, è un inganno. E questo perché le leggi si saltano o si impara a violarle le ­galmente mentre una salda legge morale è per lo meno una garanzia, avendo dietro di sé il controllo o almeno il pun ­golo del rimorso e del senso di colpa. Ma anche queste so ­no categorie scomparse: non più rimorsi, non più parlare di colpe ma soltanto di diritti, di repressione. Ci si dirà che il Vangelo parla di violenza; è vero ma di una violenza che abbia come fine quello di ri ­stabilire la giustizia e non già della violenza che ci autorizza a saltare a piè pari gli ostacoli della colpa e della responsa ­bilità.
E’, dunque, il concetto stes ­so di virtù che appare talmente sfilacciato ed inconsistente, e questo è avvenuto dal mo ­mento che si e voluto dare delle virtù e del loro uso una interpretazione esclusivamente terrena e pratica. Cosi facendo si vuol far credere che le virtù cristiane fossero soltanto uno specchietto, uno strumen ­to di illusione per permettere a chi le predicava un pretesto per nascondere e proteggere i loro interessi. « Voi predicate la carità e invece accumulate tesori; voi predicate l’obbe ­dienza e invece accrescete il vostro dominio; voi pre ­dicate la pazienza e invece siete spinti dal desiderio di opprimere ». Senonché questo è un linguaggio solo apparen ­temente cristiano, dal momen ­to che il cristiano dirà: io e non voi; o, per lo meno, pri ­ma porterà in tribunale le pro ­prie colpe e dopo quelle degli altri. Non solo ma il cristiano autentico quando accusa è sempre raggiunto da un dub ­bio, è sempre interiormente percosso dall’altra domanda: e io? Che cosa ho fatto, che cosa avrei fatto al loro posto? Al tribunale di Dio ognuno porta le proprie colpe, non quelle degli altri o della co ­munità o dei propri superiori.
Così quando sentiamo par ­lare di « Chiesa dei poveri » – una santa parola tradita e strumentalizzata – abbiamo il dubbio che si intenda dire tutt’altra cosa da quella racco ­mandata da Giovanni XXIII. Quella che era un’espressione alta di abbandono e di rico ­noscimento dell’umana mise ­ria viene levata come una ban ­diera di guerra e di divisione. Non possiamo pensare che quel Papa la usasse in questo senso, non lo avrebbe tollera ­to. Proprio perché quel Papa così aperto da essere conside ­rato progressista o sostenitore e fiancheggiatore dei progres ­sisti, in effetti partiva da un’al ­tra virtù dimenticata: l’umil ­tà; e chi legga i suoi Diari è colpito dalla semplicità, dicia ­mo pure dalla modestia delle sue armi spirituali.
 

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Non per nulla, quando si ri ­volgeva al popolo di Dio dalla finestra del suo studio, non sa ­peva raccomandare altro che il ricorso alle virtù della vita familiare, l’amore, la carità, la pazienza. La Chiesa è di tutti, compresi i ricchi, i delin ­quenti, gli assassini… è insom ­ma di chi ha imparato a chie ­dere a Cristo, a Dio la pietà, la comprensione, la fine dei dolori e dei mali. Non ci sono categorie astratte fra i figli della Chiesa, ci sono delle coscienze. Si tratterà di risvegliare chi dorme, chi vive nel peccato, non già di condannare o di escludere. C’è l’episodio di Cristo che condanna chi fa mercato là dove si dovrebbe pregare, ma la colpa perseguita è quella del peccato contro lo Spirito.
Quando si costituiscono in tal modo delle barriere, ha ra ­gione il cardinale Daniélou: si tenta di inserire nella Chiesa la lotta di classe. E ancora si contravviene a un altro con ­cetto fondamentale del Cristia ­nesimo: la possibilità della conversione. Perché negare al ricco la possibilità di ravve ­dersi? E per contro, perché non supporre che il povero di oggi, diventando ricco doma ­ni, non commetta gli stessi arbitrî del ricco? Cristo non predicava per soggetti, non personalizzava il suo mondo ma condannava il peccato per se stesso, in quanto una cate ­goria eterna, in quanto banco di prova. Non ci sono con ­dannati o salvati in partenza, siamo tutti uguali alla sbarra di partenza: è il resto della corsa che conta, è il nostro futuro comportamento.
E tale comportamento non lo vediamo regolabile attra ­verso delle norme politiche, lo vediamo sempre ancorato all’uso delle virtù, al senso della nostra miseria, all’idea della morte. Di questa morte che ci fa giorno per giorno l’anima di domani, ma di cui nessuno parla più. Il premio che si intende conquistare sta sulla Terra ed è forse per que ­sto che da chi dovrebbe ricor ­darci il secondo atto della no ­stra storia, il mondo viene pre ­dicato come il primo e l’unico porto offerto alla nostra esi ­stenza. Se cancelliamo l’al di là, se la partita va giuocata sul rosso e nero del successo e della vittoria (sia pure di un’idea) e soprattutto se ci arroghiamo il diritto di farci giustizia, il Cristianesimo non ha più senso, è soltanto una ideologia.

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Commenti

2 risposte a “Le virtù dimenticate #5/6”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Mi trovo ancora una volta perfettamente e in modo convinto d’accordo con quanto affermato da Carlo Bo in questo interessante, profondo, lucido articolo.
    Vorrei sottolineare che anch’io sto con l’individuo, perché è dall’individuo, dalla sua coscienza, dalla sua razionalità, dal suo libero intendimento che si costruisce la vera e giusta società, che premia i meriti.
    Vi era un tempo, non molto lontano, in cui si andava predicando e, di conseguenza, si affermava la “teoria del gruppo”, secondo la quale era lì che l’individuo trovava la sua vera realizzazione. Io ho sempre sostenuto, invece, che proprio il gruppo portasse ad una certa negazione dell’ “io” e, nel gruppo stesso, si rischiasse che l’individuo fosse pressoché annientato ed anche plagiato.
    Ognuno deve assumersi, in primo luogo, responsabilità personali e per questo è l’individuo che va valorizzato e spronato a dare sempre il meglio di se stesso. Nel gruppo spesso ci si può nascondere, si sminuisce non poco la personalità (specie per i più deboli nell’intelligenza e nel carattere), si arriva a deresponsabilizzarci, prevalgono quasi sempre i più “forti” ed i più decisi (magari quelli che urlano di più!).
    Non dimenticherei i tristemente famosi esami collettivi, praticati, in un non distante passato, in diverse università che si consideravano progressiste. Lì, uno sosteneva l’esame per il gruppo e tutto il gruppo beneficiava della promozione. Col risultato che uno solo o pochissimi si impegnavano, molti godevano dei benefici. Così abbiamo avuto laureati incapaci, impreparati, e votati a portare più danni che benefici in molti settori.
    Con questo, non sono del tutto contrario alle dinamiche di gruppo, ci mancherebbe, ma penso che prima deve essere maggiormente considerato l’individuo in quanto tale, venga messa in evidenza la sua responsabilità personale, lo si aiuti a credere di più in se stesso, per non essere poi “soffocato” dal gruppo medesimo o dalla massa.
    Anche per la preghiera, come ho già specificato in un altro commento, sono più propenso alla preghiera individuale (diretto contatto personale con Dio, colloquio con l’Alto, messa a nudo dell’anima) che a quella collettiva, pur non rinnegando quest’ultima
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Non posso che essere d’accordo con Carlo Bo, maestro di vita e insigne studioso, e con te, Gian Gabriele.