LETTERATURA: I MAESTRI: Linea! Stile!10 Marzo 2018 di Alberto Moravia Non posso sopportare la mancanza di linea, di stile. Che diverrebbe la vita senza linea, senza stile? Una continua offesa, una perpetua ferita. Giunta a Roma da una provincia nella quale, purtroppo, la volgarità abbonda, fin dall’inizio ho voluto selezionare i miei amici in base a criteri di linea, di stile. Se condo me, si può fare tutto, proprio tutto: ma bisogna sempre conservare la linea. Che cosa sia questa linea, poi, mi riesce difficile dirlo. In fondo, è più facile denunziar ne la mancanza che descri verne la presenza. Prendiamo il mio caso, per esempio. Sono una donna per cui la linea, lo stile è, praticamente, tutto. Le circostanze della vita, pur troppo, mi costringono ad af frontare molto spesso situa zioni che sono di per sé con trarie al mantenimento di una linea. Ebbene, posso vantarmi di saperla conservare anche in simili situazioni. Il che, sia detto tra parentesi, costituisce la mia originalità in un campo nel quale la mancanza di linea è piuttosto la regola che l’ec cezione. Di solito me ne sto vestita di tutto punto, su una seggiolina, presso il tavolo, nel mio piccolo ma elegante soggiorno. Il telefono sta sul tavolo e io inganno l’attesa leggendo delle riviste illustrate. Mi piacciono soprattutto le riviste nelle quali si parla di re, di regine, di sovrani ancora regnanti o in esilio. Li seguo nei loro svaghi, nelle loro cerimonie, nelle loro riunioni. E perché questo? Perché hanno linea, hanno stile. Detesto, invece, la varia marmaglia dei can tanti di musica leggera, de gli attori del cinema, dei suo natori di complessi. Svergo gnati, che mettono tutto in piazza, persino i loro amori. I re e le regine, invece, a for za di linea e di stile, sono addirittura misteriosi. Più fo tografie di loro vengono pub blicate, più se ne scrive e meno se ne sa. Sembrano in significanti e invece sono re, sono regine. Ecco la linea, ecco lo stile. * Un pomeriggio, sto leggen do una di queste riviste, com postamente ed elegantemente seduta sulla mia seggiolina quando il telefono squilla, o meglio, poiché il verbo « squil lare » mi ricorda tante volga rità, diciamo pure che il tele fono risuona. Stacco il ricevitore, domando con il mio tono più calmo e più natu rale: « Chi parla? ». Debbo dire, a questo punto, che la mia linea, il mio stile comin cia proprio qui, con le prime parole che dico al telefono. Non è da tutti, ve l’assicuro, far capire di primo acchito, a qualcuno che non ci conosce, chi siamo e cosa vogliamo anzi, almeno nel mio caso, esigiamo. Ma il telefono per me, ormai, è come lo stru mento musicale per il virtuo so. Fin dalla prima nota, si sente il grande esecutore. Così io al telefono. Fin dalle prime parole si sente, si deve sentire che sono una donna che ha linea, che ha stile. Basta. Alla mia domanda, mi si ribatte con voce chiara mente contraffatta se sono io che ho messo l’annunzio nel giornale e, subito dopo, senza darmi il tempo di rispondere, mi si legge l’inserzione, parola per parola. Faccio una smor fia di stizza, l’inserzione, lo ammetto, è indispensabile; ma perché leggermela? Tuttavia rispondo che è esatto: sono io l’inserzionista. Mi si dice, al lora, passando dal lei al tu, confidenzialmente: « Dimmi se posso salire subito ». Correggo: « Salga pure ». Riabbasso il ricevitore, perplessa. Qualche cosa non va in questa telefo nata ma non saprei dire che cosa. Poi mi riscuoto, mi alzo, guardo in giro se tutto è in ordine, accendo la radio su una musichetta sommessa, mi guardo allo specchio, una ritoc cata ai capelli e una ripassata al trucco e alfine, al suono dolce e intimo del carillon della porta, vado senza fretta nell’ingresso e metto l’occhio allo spioncino. Ecco quello che non andava: il visitatore è Marco, mio marito. Che fare? L’ho lasciato a causa della sua volgarità, speravo di non rivederlo mai più ed ec colo qui, invece. Penso per un momento di non aprirgli; ma lo conosco e so che è capacissimo di fare una chiassata e io ci tengo invece alla considerazione dei miei vicini, tutta gente in ordine e civile. Così, alla fine, scelgo il minor male e disserro pian piano la porta. Spavaldo e provinciale, le mani in tasca, lui mi sta di fronte e mi squadra. Gli dico senza mostrare alcuna sorpresa, con assoluta semplicità: « Accomodati. Ma ti avverto che ho da fare, non potrò stare con te più di una decina di minuti ». « Come con gli altri, insomma ». * Benché sia professore delle scuole medie, Marco ha qualche cosa del contadino. Massiccio, sgraziato, pesante, goffo: un orso. Vestito alla carlona, per giunta, con certe giubbe sformate, certi pantalonacci logori. Gli dico senza guardarlo, tornando alla mia seggiola, presso il telefono: « Marco, stile! Lo sai perché sono stata costretta a lasciarti? ». « Perché, di grazia? ». « Per la tua mancanza di stile, di linea. Ma tu ci rica schi sempre, sei proprio incor reggibile ». « Ah sì, la linea. Dov’è la linea nel fuggire di casa por tandosi via tutti i sudati ri sparmi del coniuge? Dov’è lo stile, qui? ». « Ti prego di non parlarmi di certe volgarità. Ecco, mi ero ricostruita una vita se condo i miei gusti, esente da certe grossolanità, arrivi tu e mi ripiombi nella tua atmo sfera ». « E quale sarebbe la mia atmosfera? ». «Ti prego, non farmi pen sare a certe cose ». * Riprendo la rivista, faccio per sfogliarla. Me la fa volare via con una manata; mi viene sotto, minaccioso, con un dito: « E tua figlia? Anche lei è volgare? Oppure non sarai per caso volgare tu che l’hai messa al mondo e poi te ne sei andata? ». Debbo ammettere che non sono madre neanche un po’. I bambini mi danno sui nervi, così chiassosi; e l’amore ma terno sfoggiato da tante don ne mi sembra un pretesto per sbracarsi, abbandonarsi alla innata volgarità. Mi alzo, va do con calma e con dignità a raccogliere la rivista, seggo di nuovo e dico: « Per mia figlia, mi dispiace soltanto che verrà su una maleducata, senza sti le, senza linea. Tale il padre, tale la figlia ». Ecco, il telefono risuona. Il buon senso mi suggerisce di non rispondere. Dovrei parlare, fornire informazioni, for se fissare un appuntamento. Con un altr’uomo che Marco, lo farei; ma lui non è tipo da capire. Violento e melodrammati co, è capace di farmi fare una brutta figura. Così non stacco il ricevitore e continuo a sfo gliare la rivista. Lui mi do manda allora, fissandomi con due occhi terribili: « Perché non rispondi? ». « Non ne ho voglia. Rispon derò più tardi, quando te ne sarai andato ». « E invece io ti ordino di rispondere ». Mi limito ad alzare le spal le. Dice: « Risponderai, per amore o per forza »; poi stac ca il ricevitore e cerca di met termelo contro l’orecchio. Odo una voce remota che chiama, storno la testa; allora lui mi stringe la nuca in una morsa di ferro, e mentre mi tiene ferma con una mano, con l’al tra m’incolla di nuovo il rice vitore all’orecchio. Mi ingiun ge con inaudita brutalità: « Rispondi o ti torco il collo ». Questa volta ubbidisco. An zi mi faccio un punto d’onore di rispondere esattamente co me se fossi sola. Fornendo con la mia voce più educata tutte le informazioni necessa rie sull’ora, sul luogo, sul modo. Stranamente, di fronte a questa mia calma veramen te superiore e, in certo modo, aristocratica, Marco rimane sconcertato. Riabbassa il rice vitore e domanda: « Così tu stai tutto il giorno accanto al telefono ». « Già ». « E rispondi sempre? ». « Evidentemente ». « E non dici di no a nes suno? ». « Diciamo pure così ». « Perché, come dovrei dir lo? ». « Hai sempre la mano pe sante. Non sai sorvolare. Certe cose non si dicono affatto, ecco tutto ». « Perché non si dicono? ». « Perché la vita è già di per sé piena di volgarità. Che bisogno c’è di sottolinearle parlandone? ». * Chissà perché, a queste pa role, si commuove. D’improv viso, eccolo ai miei piedi, che mi abbraccia le ginocchia. Lo sento che borbotta non so che cosa sul perdono che mi ac corderebbe se tornassi a vi vere con lui. Lo respingo, faccio per alzarmi: « Tirati su, non posso sopportare certe effusioni. Sii più composto, più controllato. Linea! Marco, stile! ». Non so davvero cosa gli prende. Balza in piedi urlan do, afferra l’apparecchio telefonico, con un solo strattone lo strappa e poi lo scaglia contro la grande boccia di ve tro coi pesci rossi che tengo sulla tavola. La boccia va in frantumi; l’acqua, i pezzi di vetro, i pesci si spargono per il pavimento. Fuggo nella ca mera da letto inseguita da lui, faccio appena in tempo a chiudergli la porta in faccia. Mi getto sul letto e ascolto. Odo ancora qualche crollo, qualche tonfo, poi il fracasso dell’uscio di casa sbattuto con violenza, quindi più nulla. Allora tuffo la faccia nel cuscino e piango. Provo un dolore profondo; la volgarità mi spezza il cuore; per un momento desidero sinceramente di morire. Rivedo i miei poveri pesci rossi agonizzanti sul pavimento tra i vetri infranti della loro boccia e mi dico che io sono come loro: boccheggiante in un mondo che non è fatto per me. E adesso cosa penseranno di me i miei vicini?
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