Mandelstam l’escluso

[Pubblichiamo due articoli sullo sfortunato poeta, il primo, “Mandelstam l’escluso”, di Pietro Sormani, il secondo, “Mandelstam e i lupi”, di Gustavo Herling]

Mandelstam l’escluso

di Pietro Sormani
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 febbraio 1969]  

Si sono compiuti da poco trent’anni dalla morte, avve ­nuta in un campo di smista ­mento nei pressi di Vladivo ­stok, di Osip Mandelstam (era il 27 dicembre 1938 e il poeta era diretto a un «lager » staliniano). Non una riga sui giornali sovietici, che pure sono così sensibili agli anniversari, ha ricordato l’im ­portante ricorrenza. Mandelstam, perseguitato in vita, è dimenticato in morte. E’ l’uni ­co ormai, tra le vittime più famose del terrore staliniano, a essere circondato da un si ­lenzio così ostinato e così ot ­tuso. Perfino Pilniak, che fino a poco tempo fa condivideva con lui lo stesso destino, co ­mincia a essere discusso e pubblicato.

Sepolto vivo

Il silenzio cadde su Mandelstam mentre egli era an ­cora vivo. L’ultimo suo li ­bro, se si eccettua il Discorso su Dante apparso in edizione limitata due anni fa, fu pub ­blicato nel 1928. Qualche poe ­sia è riuscita negli ultimi tempi a sfuggire al controllo del censore, di preferenza in riviste di regioni periferiche dell’Unione Sovietica che, es ­sendo meno diffuse, godono di un po’ più di libertà. Ma l’edizione completa delle sue opere, più volte promessa, non ha ancora visto la luce, e, coi tempi che corrono, è pro ­babile che il progetto verrà accantonato.
Eppure tutti conoscono Mandelstam e hanno letto le sue poesie e i suoi saggi più importanti. Vecchie edizioni sono state riesumate e pas ­sate di mano in mano; i for ­tunati possessori dell’edizione quasi completa delle sue ope ­re pubblicata qualche anno fa negli Stati Uniti in due volumi – un terzo, dedicato alla corrispondenza, dovrebbe uscire tra breve) l’hanno im ­prestata agli amici, che ne hanno fatto a loro volta nu ­merose copie. Si può afferma ­re che Mandelstam è oggi uno degli scrittori più popo ­lari, soprattutto tra i giovani, e uno di quelli che più in ­fluenza le nuove leve poeti ­che. Egli è entrato a far parte, accanto a Pasternak, alla Akhmatova e alla Cvetaeva, dell’olimpo delle lettere sovietiche. E’ la rivincita di Mandel ­stam. Una rivincita postuma, ma di cui egli non dubitò mai. Anche quand’era più persegui ­tato, umiliato, beffeggiato, era convinto che un giorno il suo valore sarebbe stato ricono ­sciuto. « Non sono mai stato il contemporaneo di nessu ­no », scrisse una volta. Non fu un poeta del suo tempo, e il   tempo lo respinse. Ma oggi, a trent’anni dalla morte, lo ricerca non per assolverlo, ma per essere assolto.
Nacque il 3 gennaio 1891 a Varsavia, ma si trasferì giovanissimo a Pietroburgo. Suo padre era un commerciante di pellami ebreo, poco incli ­ne alla letteratura, che tut ­tavia non gli fece mancare l’educazione necessaria. Sua madre era un’insegnante di musica, da cui apprese la pas ­sione per il ritmo e l’armo ­nia, che cercò poi sempre di trasferire nelle sue poesie. « Il compito della nostra ge ­nerazione – disse – è di in ­trodurre nella poesia quello stile gotico che Bach ha in ­trodotto nella musica ».
La mancanza di informa ­zioni ha contribuito a creare la leggenda di un Mandel ­stam gracile, timido, oppresso da un complesso di inferio ­rità. Non è esatto. Era un uomo di altezza media, con larghe spalle, di fisico forte. Amava fare lunghe passeg ­giate all’aria aperta. Aveva un carattere aperto e piace ­vole, sempre pronto allo scherzo. Con gli amici era semplice e spiritoso; ma con i nemici e con le autorità era caustico e aggressivo. Non poteva tollerare la viltà e l’ipocrisia. Ebbe relazioni con molte donne, ma ne amò una sola, che conobbe a Kiev nel 1919 e che fu sua fedele compagna fino alla morte.
Mandelstam era imbevuto di classicità. Per reazione al simbolismo di Blok, egli ade ­rì insieme alla Akhmatova e a Gumiliov al movimento «acmeista », che si proponeva di riportare la poesia russa alla purezza e alla perfezione del mito. Egli descrisse una partita di tennis come se fosse una gara antica. Il verso do ­veva essere solenne, imperso ­nale, il metro classico, lo sti ­le freddo e laconico. Le im ­magini venivano prese dal ­l’architettura e dalla scultu ­ra: la poesia di Mandelstam in questo periodo ha sempre un carattere statuario. Il ti ­tolo della sua prima raccolta, pubblicata nel 1922, ha un si ­gnificato programmatico: La pietra.
L’« acmeismo » ebbe breve vita e fu spezzato dalla rivo ­luzione e dal futurismo. Guar ­dare al passato non fu più di moda: bisognava pensare ai nuovi tempi e all’uomo nuovo. Non più nostalgia, ma ottimismo. Non più distacco, ma partecipazione. Non più immobilismo, ma dinamismo. Non più pietra ma acciaio. Non più letteratura ma vita. Tutto il contrario di quello che Mandelstam aveva credu ­to e sognato. Con l’afferma ­zione del futurismo e il suo iniziale appoggio da parte del regime, Mandelstam cadde progressivamente in disgra ­zia. Pubblicò poco: due rac ­colte di saggi, Il fragore del tempo e il Francobollo egi ­ziano, una raccolta di poesie, Tristia.
Le ragioni dell’ostilità uffi ­ciale furono ovviamente d’or ­dine politico più che lettera ­rio. La prima reazione di Mandelstam alla rivoluzione era stata di scetticismo, ma ben presto questo sentimento si tradusse in ostilità. Men ­tre molti letterati credevano di poter scendere a un com ­promesso con le autorità co ­muniste e alcuni, come Maiakovski, addirittura si illude ­vano di potersene servire ai propri fini, Mandelstam capì la loro natura anti-umanisti ­ca e quindi anti culturale. « Ci sono delle epoche – egli scrisse in un suo saggio – in cui non c’è posto per l’uomo; in cui l’uomo viene utilizzato come un mattone o del cemento; per costruire, ma non a suo vantaggio ».
 

Gli amici fidati

Fu arrestato nel 1934. Non perché avesse organizzato manifestazioni sediziose o avesse pubblicamente affer ­mato il suo odio per il regi ­me; ma per aver letto a una riunione di amici una poesia, forse un epigramma, in cui criticava Stalin. Erano una dozzina di amici fidati, ep ­pure uno di essi tradì. Fu mandato per tre anni al con ­fino, prima negli Urali, poi a Voronezh. Visse come un mendicante, senza poter scri ­vere né lavorare. La gente aveva paura di farsi vedere con lui: ai tempi di Stalin, la sola conoscenza di una perso ­na invisa alle autorità pote ­va essere motivo d’arresto.
Nel maggio del 1937 fu liberato e si stabilì prima a Mosca e poi, non avendo il permesso di soggiorno, a Kalinin. Era stanco, impaurito, sfiduciato. Temeva di essere avvelenato, come Zoscenko. Ogni volta che una macchina si fermava davanti al porto ­ne di casa, il cuore aveva un sussulto: credeva che fos ­sero gli agenti della polizia politica venuti a prelevarlo. Improvvisamente, un raggio di speranza. L’Unione degli scrittori, che .non aveva mai mosso un dito in suo aiuto, gli offrì una delle sue case di riposo, vicino a Mosca. Man ­delstam accettò con entusia ­smo, senza sospettare nulla.
 

L’ultima ora

Nella notte tra l’1 e il 2 maggio 1938, la temuta auto ­mobile della polizia segreta si fermò davanti al villino di legno dove si trovava Man ­delstam. Stava dormendo. Quando fu svegliato dai colpi alla porta, capì che era giun ­ta la sua ultima ora. E si accorse di non aver più pau ­ra: si rese conto, come tante vittime dei campi di lavoro staliniani, che l’attesa del sa ­crificio era peggiore del sa ­crificio stesso. La morte era diventata per lui una libera ­zione. Si accomiatò dalla mo ­glie. Era probabilmente diret ­to alle miniere della Kolimà quando, 8 mesi dopo, il suo cuore cedette, nei pressi di Vladivostock.
Il destino di Mandelstam fu tragico. Altri scrittori, co ­me Babel, Olescia e Pilniak, furono imprigionati e mori ­rono in campo di concentra ­mento; altri ancora, come la Akhmatova e Pasternak, seb ­bene liberi, furono duramen ­te perseguitati. Ma nessuno è stato così osteggiato come lui, nessuno è rimasto vitti ­ma così a lungo della con ­giura del silenzio. Tutti gli altri sono stati pubblicati, sia pure parzialmente e dopo molte difficoltà; Mandelstam, nonostante sia stato riabili ­tato nel 1956, non è più stato stampato da 40 anni (con l’eccezione che abbiamo det ­to). La più recente edizione della Piccola enciclopedia so ­vietica, pubblicata nel 1960 da Kruscev, non lo nomina neppure. Eppure Mandelstam è più popolare oggi di quan ­do era in vita. La lotta cieca e ostinata delle autorità non è riuscita a distruggerlo. La poesia, diceva Orazio, è più resistente del bronzo: i monumenti creati da Mandel ­stam con le sue poesie sa ­ranno ancora ammirati quan ­do dei suoi persecutori si sarà perso perfino il ricordo.

Mandelstam e i lupi

di Gustavo Herling
[dal “Corriere della Sera”, domenica 2 marzo 1969]  

I1 bell’articolo di Pietro Sormani su Osip Mandelstam (Corriere Letterario del 20 febbraio) richiede un breve supplemento sulle circostan ­ze della morte del poeta, in ­torno alla quale oggi si ha maggior dovizia di partico ­lari grazie ad alcune testi ­monianze e lettere ritrovate. La ricostruzione che segue è attinta dall’edizione in due grossi volumi delle sue ope ­re complete, pubblicata qual ­che anno fa in russo negli Stati Uniti a cura di Boris Filipov e del professor Gleb Struve.
Arrestato per la seconda volta nella notte del 2 mag ­gio 1938, Mandelstam è stato dapprima rinchiuso nella pri ­gione Butyrki di Mosca. Il trasporto dei prigionieri de ­stinato ai terribili campi di Kolyma lasciò Mosca il 9 settembre, per arrivare a Vladivostok il 12 ottobre. Nel campo di transito a Vladi ­vostok si soleva aspettare i periodi propizi alla naviga ­zione verso il Magadan. Du ­rante il trasporto Mandel ­stam cominciò a rivelare se ­gni di pazzia. Sospettando che la scorta avesse ricevuto a Mosca l’ordine di avvele ­narlo, si rifiutava di accet ­tare il suo rancio. La fame lo spingeva a rubare il pane degli altri prigionieri, i quali all’inizio reagivano percuo ­tendolo selvaggiamente, fin ­ché un giorno divenne chiaro anche a loro che era impaz ­zito. Nel campo di transito a Vladivostok il suo squili ­brio mentale, e la conseguen ­te abitudine di derubare del cibo i compagni, provocarono l’inevitabile: venne buttato via dalla baracca. Dormiva vicino all’immondezzaio, si nutriva di rifiuti. Sporco e puzzolente, con i capelli grigi e una lunga barba, coperto di stracci, si trasformò in uno spauracchio del campo. Di tanto in tanto gli davano qualcosa da mangiare i me ­dici dell’ambulatorio, pure loro prigionieri, fra cui uno di Voronezh che un tempo lo aveva frequentato e amava molto la sua poesia.
Ma prima di impazzire del tutto era ancora riuscito a scrivere questa lucida lettera al fratello, datata 20 ottobre 1938: « Caro Szura! Mi trovo a Vladivostok (segue l’indirizzo del campo e il nu ­mero della baracca). Mi han ­no dato cinque anni per la attività controrivoluzionaria in virtù della decisione del Tribunale Speciale. Dalla pri ­gione Butyrki di Mosca sia ­mo partiti il 9 settembre, siamo arrivati qui il 12 otto ­bre. Salute molto precaria, estremo esaurimento, sono di ­magrito e quasi irriconosci ­bile, non so se ha un senso spedirmi vestiario, roba da mangiare e soldi. Provateci comunque. Sto morendo di freddo senza vestiti più caldi. Carissima Nadia (la moglie), come stai colombella mia? Tu, Szura, scrivimi subito di Nadia. Questo è il campo di transito. Non mi hanno pre ­so per Kolyma. Si dovrà for ­se svernare. Amati miei. Vi bacio. Osia (diminutivo di Osip). Ancora a Szura. Sono stato recentemente ai lavori. Questo ha migliorato il mio umore. Dal nostro campo di transito si parte verso i cam ­pi stabili. Probabilmente so ­no stato escluso e sarò co ­stretto a svernare qui. Fatevi vivi e mandatemi telegrafica ­mente i soldi ».
Morì due mesi dopo, il 27 dicembre.
Nel maggio 1934, quando lo arrestarono per la prima vol ­ta, gli fu sequestrata durante la perquisizione una breve poesia che, a quanto pare, venne usata come corpus delicti nell’atto d’accusa con ­tro di lui. E’ invece il suo atto d’accusa contro il tem ­po e luogo in cui gli è acca ­duto di vivere e morire. Una delle quartine comincia così: « Mi piomba sulle spalle il secolo lupesco, ma non scorre nelle mie vene il sangue dei lupi… ».

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