di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, domenica 11 maggio 1969]

L’aereo dondola, spostato dal vento, di   cui i candidi cirri rivelano la forza nella loro corsa. Allacciate le cinture dicono gli avvisi luminosi. E noi passeggeri â— non c’è un posto libero â— obbediamo ironici: che uomini prudenti, questi comandanti!

In attesa d’una pista libera, per dieci minuti voliamo tra Roma e Civitavecchia, ci aff ­acciamo agli Appennini; il vento ci coglie ora da un fianco, ora dall’altro. Alla fine, atterriamo, l’autobus senza sedili del servizio aeroportuale ci trasferisce nella vasta sala della stazione dei voli internazionali. La giostra metallica dei bagagli gira. Come farò a di ­stinguere la mia valigia? So ­no tutte uguali, ormai. Invece, la scorgo correre verso di me, dritta sullo scivolo rotean ­te; quasi pare abbia una fisio ­nomia, e che voglia farsi ri ­conoscere.

Quanta gente: bianchi, oli ­vastri, gialli, neri, nerissimi. lo vengo da un paese popo ­loso, però esco da una soli ­tudine che sebbene cara spes ­so m’angustia, e che, nei mesi scorsi, piogge e nevi avevano reso cupa. La notte â— fatto insolito â— una civetta, che immaginammo su una pianta i cui rami spogli sfioravano la finestra, emetteva il suo grido monotono.

« Ha pure diritto di vivere e d’esprimersi anche lei » ri ­spondevo a mia moglie che, desta, chiedeva: « Perché ha scelto l’ippocastano più vici ­no? Che senso ha? Sparia ­mole! ».

*

A Roma, appena esco dal ­l’albergo, la folla m’avvilup ­pa; simultaneamente mi co ­munica la sua gaiezza e su ­scita in me un principio di nausea. Le gradinate di Tri ­nità dei Monti sono coperte di azalee rosse, bianche; nel ­le vie strette, parallele a via Condotti, da vasi pensili di terracotta un po’ leziosi tra ­boccano altri fiori. Gli stra ­nieri esprimono la loro me ­raviglia con degli « Ah! » na ­sali. Frammenti di carta vola ­no sollevati dalla brezza pri ­maverile: sono l’unica intru ­sione disarmonica in tanta bel ­lezza, e io penso a Goethe che, con la sua curiosità di naturalista, a Roma cercava amichevole di spiegarsi come mai gli italiani facessero i lo ­ro bisogni nelle strade cen ­trali e nei cortili dei magni ­fici palazzi.

Cammino sugli strettissimi marciapiedi, ne scendo col ri ­schio di farmi prendere un piede dal flusso ininterrotto di automobili per colpa degli stranieri fermi davanti alle vetrine. Mesi fa esse emana ­vano luci coralline; ora ne diffondono d’un azzurro geli ­do. Sottane leggere svolazza ­no, i romani non commenta ­no più le minigonne all’ingui ­ne. Gli uomini â— per lo più anglosassoni â— portano giac ­che d’una stoffa intessuta di lane marroni, verdi, rosse, vio ­la. Incrocio un uomo sui quarant’anni con pantaloni rossi, la giacca blu, la camicia bianca e la cravatta fiamman ­te. Mi scontro con un coeta ­neo, forse californiano, che porta una giacca viola, un paio di pantaloni color cana ­rino e, in testa, un cappello di paglia dal nastro giallo uovo.

Mi siedo, con l’intenzione di leggere i giornali, in un caf ­fè, ma la vetrata che inqua ­dra un tratto del Corso di ­venta un piacevole schermo a colori, sul quale gli abiti de ­gli italiani â— grigi, marrone chiaro â— appaiono un resi ­duo di tempi finiti. A un trat ­to, mi sento sollecitare da un senso non so se di fastidio o d’angoscia: una figura esile di donna, perduta in una sotta ­na scura, va e viene, esce dal ­la mia visuale, vi rientra, in ­segue le straniere, le quali si fermano, e, dopo un attimo di moralistica riflessione, pagano l’obolo.

La donna smunta, dal pro ­filo serio e gradevole, appare e scompare, e mi chiedo se avvenga per la forza del mio desiderio d’escludere dal qua ­dro ottimistico un elemento stonato. La domanda che mi rivolgo â— se in una città opu ­lenta come a Roma, nel cen ­tro, l’accattonaggio sia occa ­sionale e inevitabile â— non ha una risposta persuasiva. Mi trovo su un marciapiede di via Veneto: ancora abiti variopinti, dal taglio fantasio ­so, ancora fiori municipali, e, dal basso, mani protese di al ­tre giovani madri affogate in abiti scoloriti, lunghi, come non se ne vedono più nelle campagne a nord di Roma. Alcune allattano con la mam ­mella nuda, altre hanno sulle ginocchia il bambino deperi ­to; gli dorme in grembo, un oggetto, pare, dimenticato ep ­pure necessario. Tutte alzano la mano senza mai sollevare lo sguardo.

*

Chi sono? Quando, dopo aver bevuto un caffè, telefono a un congiunto che sta a Milano « Sì â— mi risponde â— anche qui ce ne sono, sui marciapiedi; ci hanno raggiunto; chiedono mute e senza par ­lare.

Per divertirmi, penso che sia un popolo straniero, fur ­tivo, insinuatosi nell’opulenta Italia del ’69. Ipotesi fantastica che neutralizzo con un’improvvisa analisi sociologica. (E’ tanto facile!). Macché stranieri! Sono gli appenninici del Mezzogiorno, i discendenti de ­gli antichi nemici di Roma, i riottosi « italici » che, ora, su ­perata Battipaglia, risalgono la penisola, affascinati dal vi ­deo che ogni giorno magnifi ­ca la nostra ricchezza merceo ­logica, e rappresenta, come se fosse reale, un’umanità italia ­na beata, per la quale la vita sembra essersi all’improvviso liberata dalle maledizioni che un tempo si frapponevano al soddisfacimento d’una serie di bisogni: dal pane, al compa ­natico, ai vestiti, alle como ­dità, al superfluo, infine â— ecco la novità â— alla automo ­bile, agli elettrodomestici, alle donne belle.

E’ probabile â— suppongo –   che i mariti di queste gio ­vinette, mentre esse accovac ­ciate sui marciapiedi, alzano imperiose e senza guardare il prossimo la mano sudicia, sia ­no in cerca di lavoro, giacché mendicanti maschi se ne ve ­dono pochi, e semmai del ge ­nere tradizionale, lamentoso, querulo, servile. Queste, di ­rei, le autentiche contraddizio ­ni dell’Italia d’oggi; non i con ­testatori che attentano con le bombe agli edifici simboleggianti operosità, ricchezza; e che, da noi come altrove, più che ribelli sono il lusso d’una società prospera e in sviluppo.

Mi sposto â— non col tele ­fono â— a Firenze; altri fiori a profusione, altre merci dai colori nuovi e vivaci attrag ­gono nelle luminosità fredda e cilestrina delle vetrine. Che quel gruppo laggiù sia di gio ­vani del potere operaio e stu ­dentesco? No, sono gitanti col parroco in clergyman, venuti dalla valle padana. Vociano, mangiano cioccolata, biscotti, seminano carte e involucri di cellofan sul selciato nitido di Firenze; i più anziani tenta ­no d’attaccare: « E’ primave ­ra – svegliatevi bambine – alle Cascine messer aprile ecc. ecc. » ma desistono, perché i più giovani non sanno la can ­zone. Insieme alle migliaia di automobilisti, giunti da città ravvicinate dalla rete autostra ­dale, si spargono nei ristoran ­ti sulle colline: da San Dome ­nico, a Marignolle, a Pian de’ Giullari, fanno la fila davanti ai self-service, invadono musei e chiese, si mischiano agli stra ­nieri europei, africani, asiatici.

*

E’ notte, esco dal cinema dove m’ero rifugiato per sot ­trarmi al chiassoso movimen ­to; ho in bocca il disgusto di quei film osceni che non è possibile evitare giacché s’i ­dentificano con la cinemato ­grafia, appena velate, l’impu ­dicizia grossolana e la scurri ­lità commerciale, da un lin ­guaggio ridicolmente proble ­matico. Inutile cercare un po ­sto nei ristoranti buoni; mi oblio, m’abbandono al flusso, come ieri in aereo al vento, ma una presenza mi costrin ­ge ad ulteriori, e magari ov ­vie, considerazioni mentali. E’ sempre per via delle mani sporche delle donne dalle guance rosee, accucciate sui marciapiedi: creature fragili che paiono prossime all’ultimo respiro, indifferenti al bru ­lichio tutto popolare, plebeo, festoso dentro cui si ritrovano, e del quale, esauste oppure mancandogli ogni esperienza, non avvertono la vitalità.

« Ma questa qui è morta » sto per gridare; però, appena lascio cadere la moneta, la mano ben disegnata, giovani ­le, terrea freme e stringe l’o ­bolo, poi solleva la gonna su ­dicia, ne scopre un’altra dove, in una sacca grossolana, ret ­tangolare, di tela ruvida, lega ­ta ai fianchi da una fettuccia, mette quanto ha ricevuto e che, col suo silenzio, giudica dovutole.

L’inquietudine della passeggiata fiorentina non viene, co ­me m’era successo altre volte, dai segni luridi lasciati dalla nafta che variegò, iridescente, l’onda dell’alluvione. Non è un ricordo malinconico del fiume che esce dal suo letto, si solleva, s’insinua subdolo fra le case, devasta musei, bi ­blioteche, insudicia monumen ­ti, spaventa e uccide animali e alcuni uomini, sporca una città gelosa della sua nettezza.

Eppure il sentimento mi sembra provenire, anche in questo caso â— cioè dai mise ­rabili insinuatisi nella felicità di massa â— non da fatti uma ­ni che, umanamente, si pos ­sono risolvere, accapigliando ­ci o ragionando come sarebbe preferibile, bensì da un even ­to rassomigliante l’onda che penetrata nei sotterranei, emer ­ge, distrugge e poi si ritira lascia dietro di sé lo spetta ­colo squallido sul quale, ap ­punto, si estese la luce, della mattina dopo il disastro, tren ­ta mesi fa.

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