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LETTERATURA: I MAESTRI: Manzoni e la critica

24 Agosto 2010

di Cesare Angelini
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 15 maggio 1969]

Lanfranco Caretti nel presentare questa antologia della ¬† ¬† critica manzoniana (Manzoni e la critica, ed. Laterza, pp. 319, L. 1700) ha l’aria di scusarsi d’avere ¬ę antologizzato ¬Ľ anche se stesso ¬ę adoperando sue parole precedenti per costitui ¬≠re le note introduttive e di primo orientamento critico che introducono ciascuna delle tre sezioni della prima parte del libro ¬Ľ, che √® poi quella che pi√Ļ prende e pi√Ļ conta: il noviziato poetico (1801-1809), la grande liri ¬≠ca e il teatro (1810-1822), il romanzo e il suo matu ¬≠rarsi attraverso le tre suc ¬≠cessive stesure (1821-1840). In verit√†, la discreta presenza dei suoi corsivi ha il peso di un sapiente arbi ¬≠traggio oltre che d’un ponte tra l’una e l’altra sezione, formando tutt’insieme uno dei capitoli pi√Ļ illumi ¬≠nanti del volume.

Il quale, dunque, √® diviso in due parti: la prima rac ¬≠coglie i giudizi dei critici in senso stretto, diremmo gli addetti al lavoro; l’altra, i giudizi degli scrittori, come dire i colleghi di lavoro. Ora, contando i critici che sono ventitr√©, pi√Ļ gli scrittori che sono diciannove, ne vien fuori un vistoso e mai visto schieramento di testimonianze da formare una autorevole linea critica del ¬≠l’opera manzoniana, men ¬≠tre si risolve in un omag ¬≠gio al poeta grazie al qua ¬≠le l’Italia moderna √® riuscita ad avere una grande letteratura.

Su tutti, si alza il De Sanctis coi suoi grandi capi ¬≠toli di fondatore della cri ¬≠tica manzoniana: il Cristianesimo degli inni e il Realismo manzoniano, nei quali sostiene che la base idea ¬≠le degli inni √® sostanzial ¬≠mente democratica, ¬ę √® l’i ¬≠dea del secolo evangelizzata ¬Ľ. Verit√† anche pi√Ļ po ¬≠tentemente espressa nel ro ¬≠manzo dove il cristianesimo √® ricondotto alla sua idealit√† armonizzata con lo spi ¬≠rito moderno. Cosi il De Sanctis individuava i gran ¬≠di temi manzoniani, via via ripresi da quelli venuti do ¬≠po di lui per le impostazio ¬≠ni di fondo dei loro scritti critici.

Inni e romanzo

Non parve giovarsene lo stesso Carducci? Al quale, dopo la leggenda d’una sua avversione giovanile al Manzoni, bast√≤ entrare in Lombardia e spingersi fino a Lecco, per sentire il volo dell’aquila lombarda e di ¬≠chiarare che ¬ęnegli inni, cos√¨ schivi di dogmatica, vedeva risplendere i princi ¬≠pi della rivoluzione ¬Ľ; do ¬≠lendosi, lui che amava la gran poesia in versi, che il Manzoni ¬ęgiunto alla mag ¬≠gior potenza della sua fa ¬≠colt√† poetica coi cori dell’Adelchi e con la Penteco ¬≠ste, ristesse ¬Ľ; ma conso ¬≠landosi che poi, v√≤ltosi alla prosa del romanzo, ¬ę rin ¬≠novasse la coscienza lette ¬≠raria e civile di nostra gen ¬≠te con la verit√† che, intuita in tutti i suoi aspetti, di ¬≠veniva per se stessa idea ¬≠lit√† ¬Ľ.

Pi√Ļ spicco, forse, merita ¬≠va il Croce, il quale col suo criterio di ¬ę poesia e non poesia ¬Ľ, trova che le liri ¬≠che e l’Adelchi rappresen ¬≠tano veramente la poesia del Manzoni per il libero moto che vi scorre delle pas ¬≠sioni, e quindi per un’au ¬≠tentica vibrazione poetica; mentre nel romanzo si ini ¬≠zia √Ę‚ÄĒ dice √Ę‚ÄĒ il periodo della riflessione morale e della prosa a danno della fantasia. Ne deriva che il carattere del romanzo, pi√Ļ che poetico √® oratorio e di propaganda, rispondendo a un proposito etico. Dell’e ¬≠quivoco si rese conto lo stes ¬≠so Croce nei suoi ultimi tempi, confessando di tro ¬≠vare nel romanzo qualcosa di pi√Ļ di un’opera oratoria: un’opera di alta poesia.

L’equivoco continu√≤ ne ¬≠gli scolari; nel Russo, per esempio, che torna a chie ¬≠dersi: √Ę‚ÄĒ Poeta an orator? E, da buon scolaro, calc√≤ la mano, e mise sotto ac ¬≠cusa non soltanto il ro ¬≠manzo ma anche la lirica, in ogni sua parte, trovan ¬≠dovi, con vicenda assidua, l’alternativa di momenti li ¬≠rici, di momenti riflessivi e momenti di parenetica cat ¬≠tolica. E’ da dire che que ¬≠sta invenzione dell’orato ¬≠ria in Manzoni, √® caduta oramai con la scomparsa dei suoi sostenitori, sgon ¬≠fiandosi come un fantoccio polemico.

Se il Croce e i suoi han ¬≠no letto il Manzoni por ¬≠tandovi qualche diffidenza, per i loro pregiudizi este ¬≠tici e morali, altri lo han ¬≠no letto con una pi√Ļ umile disposizione di partecipa ¬≠zione e di consenso, avvi ¬≠cinandosi meglio alla sua verit√†: il Momigliano. Nes ¬≠suno ci ha insegnato a leg ¬≠gerlo meglio di questo pro ¬≠bo israelita, e a capirne l’anima e l’arte e il pro ¬≠fondo senso cristiano; sicch√© il suo resta un com ¬≠mento perpetuo alle liriche, ai drammi, al romanzo che egli intende ¬ę come un poe ¬≠ma ¬Ľ. E trova la ragione della sua armonia (¬ęDio gli ha dato un po’ della sua armonia ¬Ľ) nella fede, la quale ¬ę √® la chiave che ha aperto alla fantasia del Manzoni le porte del mondo e gliel’ha spiegato dinanzi in una chiarit√† contempla ¬≠tiva che nessun altro poeta nostro ha conosciuto ¬Ľ. E dice anche: ¬ęNel roman ¬≠zo, le Osservazioni sono di ¬≠ventate creature, un mon ¬≠do vivo e luminoso ¬Ľ.

Cecchi e Bacchelli

E’ la finissima scoperta che svilupper√†, pi√Ļ tardi, il De Robertis, quando nelle Osservazioni (sulla morale cattolica) sentir√† gi√† di lontano la voce di Federi ¬≠co, o la verit√† che si fa creatura viva. Ascoltatore attentissimo di poesia, il De Robertis arriva in tempo a fare il bilancio di un lungo lavoro, di un’epoca; sopra tutto per quella sua capa ¬≠cit√† d√¨ ascoltare e assapo ¬≠rare i valori verbali e gli echi e le voci segrete che si alzano dalle pagine, non senza un effetto di sugge ¬≠stione. E, in fatto d√¨ lingua, fu il primo a segnalare l’uso che il Manzoni ha fatto del Vocabolario milanese-toscano del Cherubini, o la prima sciacquata dei panni in Arno; magari per farci con ¬≠cludere che, in fondo, era meglio l’Adda che l’Arno.

Finissime cose dice an ¬≠che il Cecchi, parlando deilla ¬†elaborazione del romanzo, cio√® ¬ę percorrendo le grandi tappe attraverso le quali raggiunge la sua ul ¬≠tima perfezione il pi√Ļ bel romanzo che sia mai sta ¬≠to scritto, e la formida ¬≠bile conquista poetica ¬Ľ. E pagine sostanziose scrive il ¬† ¬† Bacchelli ¬† ¬† sullo ¬† ¬† ¬ę sliricamento ¬Ľ (abbandono del verso, ripudio della lingua classica e poetica, con la creazione di un linguaggio nuovo, il parlato) e sulla ¬ę diseroicizzazione ¬Ľ o mor ¬≠tificazione dell’ eroico, di ogni eroico, che non sia quello della Fede, ragione e gloria della sua poesia su ¬≠prema.

In questa linea di ammi ¬≠razione consapevole dell’ar ¬≠te manzoniana e del rico ¬≠noscimento che essa culmi ¬≠na nella rappresentazione del sentimento religioso, piace trovare anche il Sa-pegno che, in pagine sulla novit√† del Manzoni, affer ¬≠ma che il romanzo ¬ę √® una grande opera di poesia pro ¬≠prio in virt√Ļ dei suoi pre ¬≠supposti morali che hanno dato fastidio a pi√Ļ d’uno ¬Ľ. E aggiunge: ¬ęProprio per il tramite della conversio ¬≠ne e della adesione al cattolicismo, l’ideale morale del giovane Manzoni si riempie di un contenuto vero e acquista una for ¬≠za espansiva, riconoscendosi nella faticata saggezza e nella secolare esperienza degli umili, e, inversamen ¬≠te, il principio egualitario cristiano per la prima vol ¬≠ta scende con lui dal cielo sulla terra e diventa crite ¬≠rio di interpretazione e di ¬≠scriminazione delle vicende storiche e degli atteggia ¬≠menti umani ¬Ľ.

Coi critici o lettori del poeta per amore di poesia, si mescolano, negativi e il ¬≠legittimi, i ¬ę progressisti ¬Ľ che nella lettura del poeta portano i loro umori infe ¬≠lici e le loro passioni di par ¬≠te e di partito. Gramsci, per esempio; che parlando de ¬≠gli umili nei Promessi spo ¬≠si (fra Galdino, il sarto, Renzo e la stessa Lucia) di ¬≠ce che il Manzoni li presen ¬≠ta ¬ę in maniera sprezzante e ripugnante ¬Ľ; dice che ¬ę i popolani per il Manzoni non hanno vita interiore n√© personalit√† morale, ma sono animali, e il Manzo ¬≠ni √® benevolo verso di loro della benevolenza di una cattolica societ√† di prote ¬≠zione degli animali ecc. ¬Ľ. Opinioni imprudenti e in ¬≠giuriose che nascono quan ¬≠do uno legge il Manzoni pensando a Marx.

Canoni marxisti

Della stessa parrocchia √® il Moravia, viziato delle stesse ideologie, rispettabili nella vita, ma assurde quan ¬≠do si prendono come crite ¬≠rio di giudizio in sede let ¬≠teraria. Lette le sue pagine (accuse di decadenza, di oratoria, di propaganda, di presenza ossessiva della re ¬≠ligione) non si sa da dove incominciare per ribatter ¬≠le, tanto sono poi contrad ¬≠dittorie. Ma siamo grati al ¬≠l’antologia che le fa subito seguire da quelle ariose e divertite del Gadda; il qua ¬≠le, col suo sano senso mila ¬≠nese e manzoniano, s’inca ¬≠rica di smontarle tutte, a una a una, e gli oppone ¬ę ci√≤ che incanta in quel li ¬≠bro, e incanta massima ¬≠mente un lombardo ¬Ľ.

Nel nostro elenco, ci sia ¬≠mo fermati particolarmente sui nomi che nell’antologia sono presenti con saggi o trattazioni di problemi o esperienze fondamentali che pi√Ļ direttamente aiutano la formazione della critica manzoniana e, coi loro ri ¬≠sultati, ne segnano e deter ¬≠minano il progresso.

Ma ¬† altri ¬† sono presenti con saggi e contributi tut-t’altro che secondari, an ¬≠che se parziali e di aspetti minori. Il Baldini, per esempio, a cui l’epilogo del romanzo pare una cosa a se stante, quasi un passag ¬≠gio dal romanzo storico al ¬≠la novella borghigiana. O il Contini, ¬† che ¬† ¬† nel ¬† ¬† C√†none della Messa rintraccia l’onomastica manzoniana con pia e argutissima sagacia.

Il Raimondi, che negli inni sacri vede una svolta capitale nella storia del Manzoni, dov’√® in gioco tutto il suo futuro di romantico. Il Migliorini, ¬† ¬† che ¬† ¬† trova la grande innovazione manzoniana della lingua nel trasformare una disputa di letterati in ¬† un problema civile. Il Terracini, che pe ¬≠netrando nel mondo lessi ¬≠cale del Manzoni, cerca ¬ę le parole umane e fraterne ¬Ľ.

E chiudiamo con uno sti ¬≠molante avvertimento del De Sanctis, che par racco ¬≠gliere il senso del nostro discorso: ¬ę Ora ci siamo ri ¬≠svegliati e cominciamo una nuova storia; e la pietra miliare della nostra nuova storia √® questo romanzo, dove risuscita con tanta potenza il senso del reale e della vita ¬Ľ.


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