Salvo Zappulla: “I ladri di sogni”

di Maria Antonietta Pinna

Di cosa sono composti i sogni?
Impalpabili, fluttuanti sulle palpebre stanche, viaggiano nel liminare, nel subcosncio, ad un livello profondo, lunare, notturno, in parte inattingibile, fatto di nebbie e contrasti, misteri, assurdità e trame fitte di desideri inespressi, di pulsioni vive e ribelli all’attività censoria esercitata dal concreto mondo ragione.

Sogno, simbolo, radice di vita e spesso, per fortuna ribellione alla stessa, al suo grigiore monotono.
L’uomo è una creatura indifesa, per quanti beni possa accumulare, è sempre fragile, nudo e tremante in balia della sorte.

Non c’è oro che colmi l’angoscia, non c’è argento che plachi l’ansia del non-esserci.
Burattini. Non siamo nulla nell’economia generale dell’Universo, puntini, entità facilmente sostituibili, possiamo morire da un momento all’altro per un banale qualsiasi motivo.
Nessuno è indispensabile.

Anche oggi, nell’era tecnologica, immagini su immagini riversate su di noi, di tutti i colori, affreschi e illusioni, oggi che si acquista qualsiasi cosa con un pezzo di carta, la carne conosce la putrescenza, la morte non può essere amica della sua transeunte bellezza.

Bellezza?
A che serve?
A farci sognare.

Ma il sogno che c’entra? A sua volta qual è   la sua utilità, il suo scopo?
Il sogno è come un’ancora di salvezza, un bene prezioso, una forza primigenia e ancestrale da tutelare, uno scrigno elementare di gioielli dal valore inestimabile. In esso pieno e vuoto si identificano, fondendosi in un’unica sfera.

Un uomo senza sogni è finito, annientato, come una pagina bianca, come un albero senza radici.
Rubare un sogno, equilibri sconvolti.

Tutto inizia così a Ficodindia, piccolo paese della Sicilia, un luogo dell’anima in cui tutti si conoscono. I personaggi sembra di toccarli, di vederseli davanti, partoriti dalla semplicità e scorrevolezza della narrazione. Dalle pagine si avverte il loro odore di miseria stantia, di duro lavoro, di stenti, le loro paure, lo stile di vita.

«Giuseppe Calabrò… nato a Ficodindia…Il soggetto in questione appariva al cospetto del sottoscritto, carabiniere ausiliario Bucciarelli Carmine, in condizioni fisiche e mentali a dir poco pietose. Gli abiti, se abiti si potevano definire gli stracci che portava addosso, emanavano un senso di squallore, di povertà e desolazione, e il volto aveva qualcosa di animalesco: i capelli irti come aculei di istrice, le sopracciglia aggrottate in una turpe espressione rendevano lo sguardo ora ebete ora allucinato…il viso stesso risultava gravemente penalizzato da lineamenti verso i quali madre natura è stata particolarmente avara… »

I dialoghi intrisi di ironia danno forma ai caratteri.
Su tutto aleggia la notte in cui la vicenda si svolge.
Notte, buio, oscurità, regno del meraviglioso e della fantasia, dominio di spiriti erranti.
È un metatempo in cui tutto assume un altro colore, una dimensione ovattata, oniroide, alla rovescia.

Nei sentieri notturni l’immaginifico, per riafferrare i fili della vita e tenerli stretti nella ricerca della strada e della desiderabile verità.

Il furto dei sogni è metafora dell’incertezza, della fragilità, danno e privazione, riflessione sul destino umano e sulle priorità individuali.

Chi osa rubare un sogno è un depauperatore di coscienze, un distruttore, genera angoscia e pianto, perché senza sogni diventiamo il dominio del nulla.

Conservare i sogni è un atto di autoaffermazione, di stima e valutazione della propria esistenza nel tempo cosmico del pianeta.

Ficodindia è un paese qualsiasi. La luna e le stelle vivrebbero lo stesso anche senza quest’angolo gocciato dalla penna di uno scrittore, queste pietre letterarie. Proprio per questo la sua storia è quella di altri luoghi realmente esistenti il cui destino potrebbe essere quello di un furto metafisico di sogni. La loro assenza è intollerabile su qualunque piano ci si trovi, realtà o fantasia.

“I ladri di sogni” è un romanzo godibile e simbolico, ricco di spunti che inducono ad ampie e meditate riflessioni su temi universali da cui è stato tratto anche un Atto unico per il teatro, secondo classificato a Napoli, al premio 2006, Massimo Troisi.

Sicuramente una lettura da fare.

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